?*MLt -A ! - .4*.W mn .±$tf*t?* \ »£ ■ IHrai • • ■ i 1 11T -jrTl. ffS HA WBEIOTHÈQUB Ì*CÌH* «OTANIQU* BK GENBVB ÀMUÀBIO DEL R. ISTITUTO BOTANICO DI ROMA REDATTO DAL prof. ROMUALDO PIROTTA DIKETTOUE DELL ISTITUTO Anno III. — 1887-88. CON XXI TAVOLE LITOGRAFICHE LIBRARY NEW YORK BOTA.MCAL GARDEN ULRICO HOEPLI LIBRAIO-EDITORE. MILANO NAPOLI PISA 1888 G^' ^''SV- DTJPL] - BIBLIOTHÉQTJE B C TA ,' .• . ■ a>U"CONSBaVACCIT;S BOTAKIQOJS DE GENÈVE VENDU EN 1922 \U±E da GivÀKVft v. Roma — Tip. della E. Accarl. dei Lincei — 1888. INDICE Mattel E. Contribuzioni all'Algologia italiana pag. 1 Lanzi M. Le diatomee fossili del terreno quaternario di Roma ...» 12 Mercatili L. / vasi laticiferi ed il sistema assimilatore » 17 Acqua C. Sulla distribuzione dei fasci fibrovascolari nel loro decorso dal fusto alla foglia » 43 Pirotta R. Osservazioni sul Poter ium spino sum L » 76 Avetta. C. Contribuzione allo studio delle anomalie di struttura nelle radici delle Dicotiledoni » 91 Acqua C. Contribuzione allo studio dei cristalli di ossalato di calcio nelle piante » 1 09 Baldini T. A. Le gemme della Pire uni a dioica Moq » i Pirotta R. Lnlomo ad una Sensitiva dell' Argentina » 13L Martel E. Sullo sviluppo del frutto del Paliurus a u s t r a l i s (Gaert.) » 136 Avetta C. Ricerche anatomo-istologiche sul fusto e sulla radice dell' Atra- phaxis spinosa L » 141 Id. Contribuzione all'anatomia ed istologia della radice e del fusto dell' A n- tigogon leptopus Hook » 148 Massalongo C. Osservazioni critiche sulle specie e varietà di epatiche italiane create dal De Nolaris » 157 Pirotta R. i&ulia struttura delle foglie dei Dasylirion » 170 Contribuzioni all'Algologia italiana del prof. E. MA.RTEL. LIBRARY NEW YORK BOTANICA! «iAKUfcN Le collezioni crittogamiche dell'Istituto botanico romano, costituite in gran parte dall'erbario del compianto De Notaris, contengono un abbondante materiale o non per anco studiato o meritevole di essere riveduto. Una parte importante di esso è fornita dalle alghe, lo studio delle quali il prof. Pirotta volle affidare in parte a me. In questa prima Nota sono consegnati i risultati dello studio del materiale, che servì per la Memoria del De Notaris sulle Desmidiacee di Val Intrasca (')■ Mi affretto a dichiarare, che nel prendere in esame questo materiale, mi sono proposto non già di rivedere le determinazioni del De Notaris, che sarebbe stata imperdonabile presun- zione, bensì di cercare, se all'illustre crittogamista non fossero sfuggite altre specie, come permetteva di supporlo la ricchezza del materiale, e se la diffusione di quelle da lui indicate non fosse per avventura più estesa nella regione da lui perlustrata. I risultati delle ricerche corrisposero egregiamente alla mia aspettazione, avendo infatti rinvenute circa trentuna fra specie e varietà non segnate dal De Notaris, e fra queste cinque, che non potei assegnare ad alcuna delle, specie o forme descritte nei libri, che mi fu dato di consultare ( 2 ). Di più nello studio di questo materiale, oltre alle Desmidiacee e Pediastree, ho ritrovato tredici forme appartenenti ad altre famiglie, dal De Notaris naturalmente non indicate, e delle quali mi sono limitato a dare l'elenco in fine al lavoro. DESMIDIACEE ( 3 ). 1. Hyalotheca dissiliens (Smith). — De Notaris, Elementiper lo studio delle Dcs- midiacee italiche, p. 25, tab. 1, fig. 1. — Alle località indicate dal De Notaris, (!) De Notaris G., Elementi per lo Studio delle Desmidiacee italiche. Genova, 18G7. ( 2 ) Le specie da me rinvenute sono- le seguenti : Euastrum elegans var. spinosum Breb., E. 2^ verrucosum Ehr., Mierasterias crenata Breb., Clostenum turgidttm Ehr., C. dìdymotocum Corda, I C. Venus Kutz., C. crassum Del Ponte, C. intermedium Ealfs, C. Dianae Ehr., C. refraetwm Del l>- Ponte, Staurastrum rugulosum Breb., fi. echinatum Breb., S. paradoxum Meyen, Cosmarium Mene- CTJ 'finii Breb., C. amoenum Breb., C. coelatum Ralfs, C. subcostatum Nordst. et Witti., C.laeve Eab., 2 C. undulatum Corda, G. d'ulymochonclrum Nordst. et Witti., C. sublobatum Breb., Penimi Brebis- sonii (Menegb.), Docidium truncaturn (Breb.), D. Ekrenbergii Palfs, Sphaerozomu vertebratum (Breb.), Raphidium polymorphum Fres. ( 3 ) Ho notate con un asterisco quelle specie, che non trovansi indicate nel recentissimo elenco delle Desmidiacee italiane di De Toni e Levi (Enumerutio Conjugatarum in Italia hucusque cogni- tarum. Notarisia, I. 1880. p. 110). Ann. Ist. Boti — Vol. III. 1 dobbiamo aggiungi jneto di Bieno, rincosporeto di Renco e presso il ponte di Romello. ■2. H. mucosa (Mert.). — De Not., 1. e, p.^6, tab. 1. Bg 2. — Nelle stesse lo- calità Colla ì] lite. (ili esemplari da me osservati, forse perchè raccolti molti anni addietro, hanno perduto alcuni dei loro caratteri specifici. Così mi riuscì Impossibile di scorgere le strie della guaina, di cui parla il De Not. 1. e. Siccome però gli art unii dei filamenti corrispondono esattamente alla descrizione che ne dà il Ralfs (British Desmid p. 53-54, tab. 1. fig. 2), così ho ritenuto gli esemplari come appartenenti alla specie sovra indicata. 3. Desmidium Schwartzii Ag. — De Not., 1. e, p. 28, tab. 1. fig. 1. — Stesse località di quelle segnate dal De Notaris. I. Sphaerozcma excavatum Ralfs. — De Not,, 1. e, p. 29, tab. 1, fig. 5. — località date dal De Notaris. .">. S. vertebratum (Breb.). — Non indicato da De Notaris; trovato nel mate- riale proveniente dal rincosporeto di Renco. Non fu possibile esaminare la mucosità laterale, a causa del tempo lontano in cui venne raccolta. <;. Penium Ligitus (Ehi-.). — De Not., 1. e, p. 67, tab. Vili, fig. 75. — Se- condo il De Xot. è comune in tutte le pozzanghere e fossatelli de' pascoli torbosi e rincosporeti ; 1* ho trovato nel materiale raccolto vicino alla Castagnola, allo fco di Bieno, Rocolo di San Martino, sotto Ungiasca, Rocolo Scacini, Rincospo- di Elenco, vicino a Intra, Sfagneto di Sant'Antonio, e nelle pozze al colle di Uncino. 7. P. Cylindrus (Ehr.). — De Not., 1. e, p. 70, tab. Vili, fig. 81. — Alle loca- lità date dal De Notaris, aggiungasi l'altra presso Intra. 8. P. margaritaceum (Ehr.). — De Not., 1. e, p. 69, tab. VIII, fig. 97. — Oltre alla località indicata dal De Notaris fu trovata presso alla Castagnola e nelk pozze del colle di Uncino. 9. P. pandurans De Not., 1. e, p. 70, tab. Vili, fig. 80. — Raccolto anche nelle pozze del colle di Umilio. Gli esemplari corrispondono in modo perfetto alla descrizione fatta dal De Notali- : però mi sembra, che il restringimento medio non sia così apparente, come si trova nella figura. 10. P. Navicula (Breb.). — De Not., 1. e, p. 08, tab. VII E fig. 77. — Stesse loca- lità date dal De Notaris. II. P. Brebissonii (Meneg.)? — Non indicato da !>»• Notaris; da ni" trovato nel materiale p veniente dallo sfagneto ili Bieno e presso il viale al Musinon. Gli esemplari da me esaminati corrispondono per la l'orma e per le dimensioni alla descrizione ed al disegno che ne dà il Ralfs (1. e. p.'l53, tab. XXV. fig. 6). Siccome però non fu possibile rinvenire esemplari in via di riproduzione, il che avrebbe ito un carattere di alto valore, cosi la specie rimane ancora dubbiosa. I_'. P. sp. — La specie da me trovata differisce dal /'. Brebissonii, al quale si avvicina nella torma genera] iza di gri i ittàlinee, che — 3 — danno all'orlo un aspetto somigliante a quanto si scorge nel P. pandurans. i Differisce dal P. Cyliiidrus per avere le granulazioni disposte in linee paral- S'L'ìi lele e non s P arse - Per questo carattere si avvicina al P. margaritaceum, ma 'lift? ne differisce per le dimensioni ed anche pel profilo. Credo che la specie che Fig 1 ma S» iormente si avvicina a quella di cui do il disegno (fig. 1), sia il P. Ralfsi Del Ponte {Specimen Desmidiacearum subalpinarum, p. 186, tab. XV, fig. 30-32), benché in questa il restringimento medio sia più spiccato e le granulazioni meno grosse. Trovato nel materiale proveniente dal Rincosporeto di Kenco. 13. Spirotaonia condensata Breb. — De Noi, 1. e, p. 71, tab. IX, fig. 82. — Stessa località di De Notaris. 14. Closterium juncidum (Ralfs). — De Not, 1. e, p. 24, tab. VII, fig. 09. — Oltre alle località indicate da De Notaris fu trovato al Rocolo Scacini e nello Sfagneto di Sant'Antonio. Fui dubbioso nell'assegnare gli esemplari da me veduti a questa specie ovvero al CI. lineatum Del Ponte, 1. e, p. 213, tab. XVII, fig. 28-30, molto vicino al juncidum. Mi decisi per quest'ultimo a causa delle dimensioni. 15. CI. subiuncidum De Not., 1. e, p. 63, tab. VII, fig. 68. — Oltre la località indicata da De Notaris trovasi anche al Rocolo Scacini. 16. CI. Bienense De Notaris, 1. e. p. 65, tab. VII, fig. 70. — Alla località in- dicata da De Notaris, si aggiunga quella delle pozze del colle d'Uncino. 17. CI. didymotocum Corda? — Non indicato da De Notaris; lo trovai nel materiale proveniente dallo Sfagneto di Bieno. Gli esemplari esaminati non potevano essere confusi col CI. striolatum, né col CI. angusta tu in, perchè mancanti assolutamente di strie, per le estremità alquanto ottuse ed incurvate. Sfortunatamente non fu possibile osservare la disposizione dei granelli amilacei, ed è questa la ragione per cui do la specie come incerta. 18. CI. acerosum (Shrank.). — De Not., 1. e, p 61, tab. Vili, fig. 65. — Oltre alla località indicata dal De Notaris si trova presso i mulini di Santino. 19. CI. antiacerosum De Notaris, 1. e, p. 61., tab. VI, fig. 63. — Oltre alle località indicate dal De Notaris si trova anche nel materiale proveniente da siti acqui- trinosi presso Cossogno, dal Rincosporeto di Renco, e presso Intra. 20. CI. turgidum Ehr. — Non indicato da De Notaris; da me trovato nel materiale proveniente dallo Sfagneto di Bieno. Rassomiglia molto al CI. striolatum ; se ne distingue facilmente per l'incurvatura delle sue estremità. 21. CI. Lunula (Miiller). — De Not, 1. e, p: 59, tab. VI, fig. 61. — Oltre alle località indicate dal De Notaris, l'ho ancora trovato nel materiale proveniente dal Rincosporeto di Renco, vicino al lago di Mergozzo, dai prati sotto Ungiasca e dalle pozze del colle di Unchio. 22. CI. striolatum Ehr. — De Noi, 1. e, p. 59, tab. VII, fig. 67. — Oltre alle località indicate da De Notaris trovato ancora vicino a Cossogno, al Rocolo Sca- cini, al Rincosporeto di Renco, vicino al ponte di Ramello, vicino a Intra, allo Sfa- gneto di Sant'Antonio. 23. CI. intermedium Ralfs. — Non indicato da De Notaris ; trovato nel materiale proveniente dai prati di Ungiasca e da pozze vicino a Cossogno. — I — Rassomiglia al CI. slriolalum, da cui va, distinto pel gran numero delle suture medie, ed al CI. anguslatum, dal quale differisce pedina maggior delicatezza delle 24. CI. costatum Corda— De Not., 1. e, p. 62, tab. VII, fig. 66. — 011 località indicata da De Notaris fu rinvenuto nel materiale proveniente dal Rocolo Scacini, dal ponte Ramello, dallo Sfagneto di lìieno. •_'.".. CI. Venus Ktz. — Non indicato da De Notaris; lo trovai nel materiale proveniente dal Kocolo Scacini. Benché questa specie abbia molti punti di somiglianza col CI. Dianae, pure, odo a paragone i due disegni del Ralfs, 1. e. tab. XXVIII, fig. 5 e lab. XXXV. fig. 12, si scorge pel CI. Venus una. curvatura molto più spiccata di quella che offre il CI. Dianae, e gli esemplari da me esaminati, in verità molto rari, corrisponde- vano esattamente al disegno che dal Kutzing venne comunicato al Ralf's. 26. CI. Dianae Ehr. — Non indicato da De Notaris. Trovato nel materiale proveniente da prati sotto Ungiasca. Ornata specie si distingue dalla precedente pel carattere già notato e da quella che segue pei' l'assenza delle strie e per le estremità alquanto più appunl 27. CI. Cynthia De Not., 1. e, p. 65, tab. VII, fig. 71. — Alle località indi- e dal De Notaris si aggiunga quella vicino a Cossogno. 28. CI. monilifemm (Bory). — De Noi, 1. e, p. 60, tab. VI, fig. 62. — Oltre alle località indicate dal De Notaris, fu trovato nel materiale proveniente da sit. umidi presso il viale al Musinon. 29. CI. rostratum Ehr. — De Not., 1. e, p. 66, tab. Vili, fig. 73. — Alla loca- lità data da De Notaris si aggiunga quella dello Sfagneto di Bieno. 30. CI. setaceum Ehr. — De Not., 1. e, p. 67, tab. Vili, fig. 74. — Stesse località del De Notaris. 31. CI. crassum Del Ponte. — Non indicato da De Notaris ; trovato nel ma- lie raccolto presso il ponte di Ramello e vicino al Musinon. Oltre alla disposizione assai curiosa delle strie messe due per due, potei anche osservare l'accidente, di cui parla il Del Ponte, 1. e, p. 218 e da lui figurato tab. XVIII, fig. 22-30, relativo alla curvatura in senso opposto delle due estremità della baica. 32. CI. refractum Del Ponte? — Non indicato da De Notaris; fu trovato nel materiale proveniente dallo Sfagneto di Bieno. Do con dubbio questa specie, non avendo potuto osservare che frammenti di lorica. 33. Docidium nodulosum Breb. — De Not., p. 56, tab. V, fig. 44-45. — Alla località indicata da De Notaris si aggiunga quella vicino ai Mulini di Santino. Mi esemplari esaminali sono un po' più attenuati all'apice di quelli figurati da De Notari e da Ralfs, ma secondo quest'ultimo, ciò può avvenire negli esemplari \ ecchi. :;t. D. clavatum Ktz. — De Noi, 1. e., p. :,7. tab. V, fig. 56. — Stessa loca- lità del Di- Notaris. • :■".. D. Ehrembergii Kalf's — Non indicato da De Notaris: lo trovai nel mate- e raccolto vicino al lago Margozzo e nelle pasture pi, o Uaiuello. Rarissimo. Non temo di avere confuso qui iie colla precedente, atteso che qui i lati — 5 — mancano assolutamente di ondulazioni. Benché gli esemplari da me osservati, nel- l'insieme corrispondano alla descrizione ed ai disegni del Ealfs, pure noto che nel pro- filo sembrano più snelli. 36. D. truncatum (Breb.). — Non indicato da De Notaris ; trovato nel mate- riale raccolto vicino alla Castagnola. Potei distinguere nettamente il cercine medio, la presenza del quale, secondo Ealfs, costituisce im carattere di primo valore per questa specie. 37. D. minutum Ealfs — De Not, 1. e, p. 57., tab. V, fig. 57. — Stesse loca- lità del De Notaris. Il rigonfiamento che osservai sovra e sotto la giuntura delle loriche non si trova rappresentato nei disegni del Ealfs. Stando a quest'autore il Lo- ci di ani da me osservato si avvicinerebbe maggiormente al Bacalimi anziché al minutimi. 38. Tetmemorus Brebissonii (Meneg.). — De Not., 1. e, p. 58, tab. VI, fig. 59. — Oltre alle località indicate da De Notaris si trova ancora vicino a Cossogno, al Bo- colo Scacini e nelle paludi sotto Ungiasca. 39. T. laevis Ktz. — De Not., 1. e, p. 59, tab. VI, fig. 60. — Stessa località di De Notaris. 40. T. granulata (Breb.). — De Not., 1. e, p. 58, tab. VI, fig. 58. — Oltre alle località indicate da De Notaris si trova al Eocolo Scacini, nei. prati sotto Ungiasca e presso Cossogno. 41. Cosmarium Cucumis Corda. — De Not., 1. e, p. 41, tab. Ili, fig. 21. — Oltre la località indicata da De Notaris, fu trovato vicino a Cossogno. 42. C. Palangula Breb. — De Not., 1. e, tab. Ili, fig. 22-23. — Oltre alle località indicate da De Notaris, trovasi anche sotto Ungiasca ed al Eocolo Scacini. Al pari di De Notaris e del Brebisson potei pure osservare distintamente la serie longitudinale di puuticini, di cui è coperta la lorica di questa specie (Vedi Ealfs, 1. e, p. 212). 43. C. punctulatum Breb. — De Not., 1. e, p. 46, tab. IV, fig. 33. — Oltre alle località indicate dal De Notaris, trovato ancora al Eocolo di San Martino, al Eincosporeto di Eenco e sotto Ungiasca. 44. C. Meneghinii Breb. — Non indicato da De Notaris; trovato nello Sfagneto di Bieno e di San Antonio. Benché nella forma generale si avvicini molto al C. crenulatum, ne differisce per le dimensioni più piccole e per maggiori ondulazioni della lorica. 45. C. crenatura Ealfs. — De Not., 1. e, p. 47, tab. IV, fig. 34. — Oltre alla località indicata da De Notaris, trovato pure nelle pozze di Eenco e vicino a Santino. _ 46. C. crenulatum (Naeg.). — De Not., p. 41, tab. III, fig. 25. — Oltre alle lo- calità indicate da De Notaris, trovato nello Sfagneto di Sant'Antonio, al Eocolo di San Martino, sotto Ungiasca. 47. C. tetraophtalmum Ktz. — De Not., 1. e, p. 38, tab. III, fig. 19. — Stesse località date da De Notaris. Nel determinarlo tenni conto del carattere tratto dalla forma delle granulazioni, che sono piccolissime in questa specie, mentre sono mammose nel C. margaritiferum, che gli sta molto vicino. — lì — • L8. C. ondulatimi Corda. — Non indicato dal De Notaris; trovato nel materiale raccolto in un ri. presso Co sogno. Quantunque ricinissimò al C.crenatum, differisce da esso per le dimensioni un po' maggiori (min. 0,010; nel primo invece min. 0,057 a 0,058) e per le ondulazioni dell'orlo meno profonde e più numerose (Vedi Elalfs, 1. e, p. '.'7. fcab. XV, t'iLC- 7 e 8). 19. C. pyramidatum I'.reb. — De Not., 1. e, p. 40, tali. Ili, ag. 22-2:ì. — Oltre alle località da De Notaris, trovasi annua ricino al viale del Musinon, in un rigagnolo vicino a San Martino e nello Sfagneto di Sant'Antonio. 50. C. margaritiferum (Turp.). — De Not,. 1. e., p. 1 L, fcab. IV. fig. 29. — Oltre alle località indicale da De Notaris, trovato anebe al llocolo di San Martino, al Rocolo Scacini e vicino ad Tntra. 51. C. conspersum Ralfs. — De Not, 1. e, p. 42, tab. Ili, fig. 27. — Stesse località di De Notaris. Ponendo a riscontro le figure di De Notaris e quelle del Ralfs (tali. XVI. fig. 1 i. si vide, che gli esemplari da me osservati si avvicinano maggiormente alle prime. Il contorno è arrotondato e non quadro come nella figura del Ralfs. 52. C. Botrytis (Don). — De Not., 1. e, p. 43, tab. Ili, fig. 28. — Oltre alle Località indicate da De Notaris, trovato pur anebe vicino a Santino. Ho potuto osservare nei nostri esemplari che il solco fra i due segmenti della lorica è ristrettissimo, per cui la figura data dal De Notaris mi sembra alquanto più atta di quella del Ralfs (1. e, tab. XVI, fig. 1). 53. C. connatum Breb. — De Not., 1. e, p. 39, fcab. Ili, fig. 20. — Oltre alle località indicate da De Notaris, trovato anche vicino a Ramello nello Sfagneto di Bieno. ."il. C. amosnum Breb. — Non indicato da De Notaris. Luogo umido presso il viale di Musinon. Le misure trovate sono un po'superiori a quelle date dal Ralfs (nini. 0,204 invece di 0,200); ma per la forma del contorno v'è perfetta corrispondenza. 55. C. spectabile De Not., 1. e, p. 45, lab. IV, fig. 31. — Stesse località date dal De Notaris. * 56. C. coelatum Ralfs. — Non indicato da De Notaris ; trovato al Rocolo di San Martino e vicino allo stradone che da Pallanza mena a Intra, rarissimo nello due località. Assai vicino al C. spectabile ed al C. Naegelianum; ne differisce per le dimen- sioni e per le lobature del contorno della lorica in numero di 8, di cui 6 apicali i '_' laterali più grandi spiccatissime negli esemplari esaminati. .".7. C. Naegelianum Breb. — De Not., 1. e, p. 45, lab. IV. fig. .",2. — Riscon- trato solo nel materiale del Rincosporeto di Renco; il De Notaris lo dà fra Pai la n za e Sima. 58. C. nitidulum De Not., 1, e, p. 12. tab. NI, fig. 26. — Oltre lo località indicate da De Notaris, trovato otto LIugiasca e vicino a Cossogno. .Mi 3embra che questa specie, per le dimensioni in lunghezza quasi identiche (mm. 0,030-0,0260), per la forma generale del contorno ed anche per l'assenza di gra- nulazioni 'eia col C. graiulatum. 59. C. subcostatiini Nordst. et Witt. ? — Non indicato da De Notaris. Rinco- sporeto di Renco. Di questa specie potei osservare solo metà della lorica priva inoltre dell' endo- crorna e dei granelli di amido. Se però si confrontano' le dimensioni, la fonna del contorno, la disposizione delle granulazioni, si trova corrispondere alla descrizione ed al disegno dati da Norstedt e Wittrock (Desmidiaceae et Oedogonieae ab 0. Nord- st edt in Italia et Tyrolia collectae, p. 37 tab. XII fig. 4). 60. C. laeve Rab. — Non indicato da De Notaris. Lungo lo stradone lacuale alla Castagnola. I pochi esemplari esaminati da me corrispondono esattamente alla descrizione ed alle figure date dal Nordstedt 1. e, p. 19, tab. XII, fig. 14. * 61. C. sublobatum Breb. — Non indicato dal De Notaris ; trovato nel mate- riale raccolto vicino alla Castagnola e a Ramello. Dal Nordstedt (1. e, p. 39, tab. XII, fig. 5) fu pure rinvenuto a Stresa ed a Baveno. 62. C. didymochondrum Nordt. et Wittr. — Non indicato da De Notaris ; tro- vato nel materiale proveniente da siti umidi fra Pallanza e Intra. Questa specie si avvicina alquanto al C. Naegelianum ed al C. nitidulum; ma dal primo differisce per l'assenza di ondulazioni nella porzione tronca dell'apice e dal secondo perchè fornito delle ondulazioni laterali. Dal C. spectabile poi è diverso perchè non ha la' lorica gremita di granulazioni. 63. C. sp. ? Per la forma generale si avvicina al C. Meneghina ; è però un po' più rettangolare, e la infossatura fra le due mezze cellule è più ri- stretta. Nel contorno la lorica non è ondulata, ma presenta degli angoli molto aperti con apice acuminato. Le misure da me ottenute sono al quanto diverse da quelle che presenta il C* Meneghina (lungh. mm 0,044, largh. 0,025). Fig. 2. 64. Xanthidium armatimi (Breb.). — De Not., 1. e, p. 47, tab. IV, FiCt ' 2 ' ' fig. 35. — Oltre alle località indicate da De Notaris, trovato pur anche nel materiale raccolto al Rocolo di San Martino e al Rocolo Scacini, al Rincosporeto di Renco ; nello Sfagneto di Sant'Antonio e nelle pozze del Colle d'Unchio. Sopra 65 pacchi di materiale, 16 ne contengono in abbondanza. 65. X. fasciculatum Ehr. — De Not., 1. e, p. 48, tab. IV, fig. 36. — Alla località indicata da De Notaris si aggiunga lo Sfagneto di Bieno. 66. Euastrum oblongum (Grev.) — De Not., 1. e, p. 34, tab. II, fig. 11. — Assai comune nel Rincosporeto di Renco, vicino al lago Mai-gozzo, in siti umidi presso il Musinon, nello Sfagneto di Bieno, ai mulini di Santino nei prati sotto Ungiasca, vicino al mulino di Cossogno, nelle pozze del Colle d'Unchio. 67. E. crassum (Breb.) — De Not., 1. e, p. 34, tab. II, fig. 12. — Stesse loca- lità date da De Notaris, che lo riscontrò indistintamente in tutte le pozzanghere e rigagnoli che alimentano le alghe. 68. E. Didelta Turp. — De Not., 1. e. p. 35, tab. Ili, fig. 13. — Comune do- vunque ; trovato in abbondanza nel materiale proveniente dallo Sfagneto di Bieno, di sotto Ungiasca, dal Rocolo Scacini. da Biti umidi presso Cossogno, presso il ponte 'lì Etamello al mulino di Scirce, dallo Sfagneto di Sant' Antonio e dal Rincosporeto di Benco. 69. E. circulare Hassal — De Not, 1. e, p. 36, tab. Ili, fig. 16. — Stesse loca- lità di De Notaris. Siccome non sempre mi fu dato di osservare i tubercoli perchè piccolissimi, così credo, che alcuni esemplari possano appartenere all'i?, sinuosum. (Vedi Ralfs, 1. e, p. 85). 70. E. ansatum Ehi-. — De Not., 1. e, p. 35, tab. Ili, fig. 14. — Oltre le località indicate da De Notaris, venne trovato nello Sfagneto di Bieno, nel Kinco- sporeto vicino a Ramello, nei prati sotto Ungiasca. Credo col Ralfs (1. e, p. 85), che questa specie abbia da considerarsi piuttosto una semplice varietà od anche uno stato giovanile dell' jF. Didelta. Il solo carattere che gli sia proprio, a parte le dimensioni, è l'assenza di gibbosità laterali, che sono spiccate neìì'K Didelfa. 71. E. elegans (Breb.) var. inerme Ralfs. — De Not., 1. e, p. 37, tab. Ili, fig. 17. — Oltre alle località indicate da De Notaris, riscontrato nel Rincosporeto di Renco. 72. E. elegans (Breb.) var. spinosum Ralfs. — Non indicato da De Notaris; riscon- trato nel materiale proveniente dallo Sfagneto di Bieno e dal Rincosporeto di Renco. Varietà rarissima, che corrisponde appuntino alla descrizione e disegno di Ralfs (tab. XIV, fig. 7). 73. E. elegans Breb. var.? — Corrisponde per la lunghezza ad una delle va- rietà indicate dal Ralfs (1. e, tab. XIV); ma le ondulazioni del con- torno, tanto per numero quanto per forma, differiscono essenzialmente dalle varietà rappresentate dal Ralfs. Noto poi che i segmenti supe- riori, anziché essere arrotondati nel loro complesso, sono quasi ad an- golo retto, per cui sotto quest'aspetto, la varietà che presento si avvi- cina all'io, rostratum, benché con questa non possa essere confusa tanto per le appendici laterali, quanto per le dimensioni. Queste ultime poi non permettono, che venga collocata fra le varietà dell'/;', binale. Fig. 3. 74. E. binale Turp. — De Not., 1. e, p. 37, tab. Ili, fig. 18. — Oltre alla località indicata da De Notaris, riscontrato nelle paludette del Rincosporeto di Renco e nei prati sotto Ungiasca. Ho potuto osservare, nel materiale delle località sopra ram- mentate, un gran numero delle forme figurate dal Ralfs (tab. XIV, fig. 7). 75. E. binale Turp. var. ? — Rassomiglia per l'insieme alla varietà figurata da Ralfs (tal). XIV, fig. 8); ma ne differisce pei le ondulazioni del contorno. Più allungato, più snello, inaura di produzioni laterali alla estremità dei segmenti; l'intaccatura apicale media é meno larga. Lungh. min. 11,0553, largii. 0,0335. Fig. 4. La varietà data dal Ralfà non ha più di inni. 0,020 di lun- ghezza. Riscontrato nel materiale raccolto vicino a Co sogno. FlG - 4 - 76. E. vermeosum Ehr. — De Noi, L e., p. 33, tab. II. — 9 — fig. io. _ Oltre alle località indicate da De Notaris, trovato al Kocolo Scacini, nelle pozze del colle d'Unchio e nei prati vicino a Raniello. 77. E. pectinatum Breb. — De Noi, p. 36, tab. Ili, fig. 15. — Oltre alle loca- lità indicate dal De Notaris, rinvenuto nel materiale proveniente da siti umidi presso il Musinon e dallo Sfagneto di Bieno. Piuttosto raro ma fornito di caratteri spicca- tissimi. De Toni e Levi (1. e.) lo danno come dubbioso per l'Italia. 78. Micrasterias tunicata (Corda). — De Not., 1. e, p. 32, tab. II, fig. 9. — Oltre alle località indicate da De Notaris, riscontrata nel materiale proveniente dal Rocolo di San Martino e Rocolo Scacini nel Rincosporeto di Renco. Gli esemplari da me rinvenuti corrispondono al disegno di De Notaris e non a quello di Ralfs (1. e, tab. X, fig. 5), poiché in quest'ultimo il lobo medio ba l'orlo concavo, menare è convesso nel disegno di De Notaris e negli esemplari esaminati. 79. M. troncata Corda, var. ? — Non indicata da De Notaris ; trovata nel ma- teriale proveniente da siti umidi vicino Cossogno. Nella sua forma generale corrisponde alla M. triiìicata, e tanto per la forma del segmento medio quanto per le di- mensioni (lung. mm. 0,108, largh. mm. 0,102) si avvicina alla M. crenata dise- gnata dal Ralfs (tab. X, fig. 4); differisce però dall'una e dall'altra per la presenza di papille spiccatissime poste alla estre- mità dei denti. Non si può ascriverla alla M. papillifera, perchè mentre in quest'ultima l'orlo del lobo medio è concavo, nell'esemplare da me esaminato è quasi convesso, ed i lobi laterali sono molto meno profondamente incisi. Fig. 5. 80. M. rotata (Grev.). — De Not., 1. e, p. 30, tab. 1, fig. 6. — Trovata in gran quantità nello Sfagneto di Bieno, Rocolo di San Martino, Rincosporeto di Renco, nel rigagnolo sotto Ungiasca vicino al mulino di Cossogno, nelle pozze del colle d'Unchio. De Notaris la trovò egualmente in tutte le pozze di Rincosporeti e negli Sfagneti. 81. M. denticolata Breb. — De Not., 1. e, p. 31, tab. 1, fig. 7. — Oltre alle loca- lità indicate da De Notaris, riscontrata al Rocolo Scacini e vicino il ponte di Ramello. 82. M. papillifera Breb. — De Not., 1. e, p. 31, tab. II, fig. 8. — Oltre alle località indicate da De Notaris, trovata in uno stillicidio al Musinon. 83. M. crenata Breb. — Non indicata da De Notaris ; trovata nello Sfagneto di Bieno. I pochissimi esemplari osservati corrispondono alla descrizione ed al disegno dati dal Del Ponte (1. e, p. 80, tab. V, fig. 17-18); non corrispondono invece a quelli del Ralfs (1. e, p. 75 tab. VII, fig. 2). Differisce dalla M. truncata e dalla M. denticulata per la lunghezza maggiore e per i denti sull'orlo dei lobi più smussati e meno triangolari. 84. Staurastmm punctulatum Breb. — De Not., 1. e, p. 51, tab. IV, fig. 44. — Trovato solo nel materiale proveniente da siti umidi vicino Ungiasca e vicino al mulino di Cossogrno. Ann. Ist. Bot. Vol. III. — 10 — * 85. St. rugulosum Breb. — Non indicato da De Notoria ; trovato vicino al viale del Musinon. Questa specie, che rinvenni in pochissimi esemplari, non può confondersi con qualsiasi altra por i suoi caratteri spiccatissimi ed in particolar modo per la pre- senza dei denti che stanno sui tre angoli sporgenti. Mi spiace di non avere potuto confrontare i nostri esemplari con quelli di Brebisson e di avere dovuto attenermi alla descrizione troppo succinta ed al disegno del Kalfs (1. e, p. 214, tab. XXXI, fig. 19). 86. St. muricatum Breb. — De Not, 1. e, p. 51, tab. IV, fig. 42. — Stesse località date da De Notaris. 87. St. margaritaceum Ehr. — De Not., 1. e, p. 49, tab. IV, fig. 48. — Stesse località date da De Notaris. 88. St. hirsutum (Ehi-.). De Not., 1. e, p. 50, tab. IV, fig. 41. — Oltre alla località indicata da De Notaris, trovasi presso il mulino di Cossogno. 89. St. echinatum Breb. — Trovato nel materiale raccolto sotto il Rocolo di San Martino e sotto Ungiasca. Benché questa specie non figuri nella memoria di De Notaris, pure è indicata sopra uno dei pacchi. Gli esemplari esaminati erano del tutto conformi alla descrizione ed al disegno di Kalfs (1. e, tab. XXV, fig. 24). 90. St. spongiosum Breb. — De Not., 1. e, p. 48, tab. VI, fig. 37. — Stesse località date da De Notaris. 91. St. polymorphum Breb. — De Noi, 1. e, p. 52, tab. IV, fig. 46. — Oltre alla località indicata da De Notaris, trovato vicino a Santino ed al Rocolo Scaeini. È da notarsi che fra il disegno del De Notaris e quelli di Ralfs (1. e. tab. XXII, fig. 9 e tab. XXXIV, fig. 6) vi sono differenze rilevanti. Gli esemplari studiati si avvicinano maggiormente a quelli del secondo anziché a quello del primo. Potei infatti osservare per es. la presenza di 3 denti all'apice dei lobi negli esemplari veduti di traverso, mentre il De Notaris ne figura solo due. 92. St. paradoxum Meyen. — Non indicato da De Notaris ; trovato nel mate- riale dello Sfagneto di Bieno. Il De Notaris in questa stessa località indica ima specie molto vicina a questa, cioè lo St. brachiatam, il quale differisce dallo St.paradoxum per l'assenza di granu- lazioni alla superficie. Gli esemplari esaminati corrispondono appuntino alla descrizione ed al disegno dati dal Ralfs (tab. XXIII, fig. 8) ; però le appendici sono meno snelle. 93. St. teliferum Ralfs. — De Not., 1. e, p. 50, tab. IV, fig. 40. — Alle loca- lità notate dal De Notaris, si aggiungano quelle del Rocolo Scaeini vicino al viale del Musinon, del Rocolo di San Martino e dei prati sotto Ungiasca. 94. St. laciniatum Del Ponte ? — Si trovò nel materiale proveniente dal Rin- cosporeto di Renco. Siccome non mi venne dato di esaminare più di un esemplare, non son del tutto certo elio non appartenga allo ,S7. dcjechim indicato dal De Notaris (1. e, p. 54, tab. V, fig. 51-51bis). Per lo dimensioni e la forma generale si avvicina però maggiormente al laciniatum, specialmente per gli angoli che non sono acuminati come nel de- j ed um. — 11 — 95. St. turgescens De Noi, 1. e., p. 51, tab. IV, fig. 43. — Stessa località data da De Notaris. Le dimensioni sono un po' minori di quelle date da De Notaris. Secondo alcuni è una varietà dello St. punctulatum Breb. 90. St. diplacanthum De Not., 1. e, p. 49, tab. IV, fig. 38. — Stesse loca- lità date dal De Notaris. 97. Ankistrodesmus falcatus (Corda). — De Not., 1. e, p. 71, tab. IX, fig. 83. — Stesse località di De Notaris. Dato come dubbioso nell'elenco di De Toni e Levi. Alghe di famiglie diverse trovate nel materiale che servì al presente lavoro. 1. Batrachospermum moniliforme Koth. var. eonfasum Hass. — In un riga- gnolo presso Trobaso. 2. Bolboohaete sstigara (Roth) Ag. — Presso Cossogno. 3. Chaetophora elegans Ag. — Pozzetta presso Cossogno. 4. Scenedesmus obtusus Meyen. — De Not., 1. e, p. 77, tav. IX, fig. 87. — Indi- cato comimissimo dal De Notaris, ritrovato nel materiale proveniente da siti umidi vicino al viale del Musinon, nel Rincosporeto di Renco, ai mulini di Santino ed ai prati sotto Ungiasca. 5. S. quadricauda (Turp.). — De Not., 1. e, p. 73, tab. IX, fig. 84. — Nelle stesse località indicate dal De Notaris. 6. S. dimorphus (Turp.). — Raro nelle stesse località del S. obtusus. 7. Hydrodictyon utriculatum Roth. — Presso la Castagnola. 8. Pediastrum Boryanum (Turp.). — De Not., 1. e, p. 79. tab. IX, fig. 92. — Stesse località indicate dal De Notaris. 9. P. Ehrembergii A. Br. — De Not., 1. e, p. 78, tav. IX, fig. 89-90. — Colla specie precedente, ma più raro. 10. Bivularia echinata Eng. Boi. — Senza indicazione di località. 11. E. radians (Kg.). — Rincosporeto di Renco. 12. Scytonema Notarisii Menegb. — Sopra una rupe presse S. Maurizio. 13. Stigonema minutimi Hass. ? — Sfagneto di Bieno. Do con dubbio questa specie, avendo esaminati dei soli frammenti. 14. Anabaena stagnalis Ktzg. — In un rigagnolo presso S. Martino. 15. Hypheothryx aeruginea v. pallida Ktzg. — Senza indicazione di località. Le dimensioni trovate sono alquanto inferiori a quelle date dal Rabenhorst (FI. europ. Alg. p. 78). 16. Symploca melanocaphala Kg. — Gola del Sirù. 17. Oscillarla limosa v. chahjbea Kg. — Rigagnoli presso il ponte di Raro elio. 18. Chroococcus turgidus Nag. — Sfagneto di Bieno. 12 — Le diatomee fossili del terreno quaternario di Roma, del doti MATTEO LANZI ('). Elenco dei generi e delle specie finora rinvenute. Melosira varians Agard. — Alla cava di s. Agnese, Monte delle Piche, via Ostiense al sud di Malafede, Orvieto. » » var. dentroteres Gran. — Cava di s. Agnese. granulata Kalfe. {Orthosira punctata W. Sin.) — Via Ostiense. » crenulata Ktz. — Capo di Bove. * » var. italica Gran. — Gabi. » arenaria Moore — Cava di lignite di Spoleto (già rinvenuta dal prof. Pan- tanelli), via Ostiense. Cyclotella operculata Ktz. — Gabi. » » var. mesoleja Gran. — Tomba dei Nasoni. » meneghiniana Chaùvin. — Monte delle Piche. » » var. rectangulata Gran. — Cava di s. Agnese. » kutzingiana Thw. — Via Ostiense. » compta Ktz. var. paucipunctata Gran. — Gabi. n » var. oligactis Gran. — Gabi. » pantanelliana Castrac. — Lignite di Spoleto (Pantanelli). Surirella ovata Ktz. — Gabi. » ovalis De Breb. — Cava di s. Agnese, Orvieto. » » var. minuta Vau Heurck — id. id. » splendida Ktz. — Cava di s. Agnese. » bissriata De Breb. — Monte delle Piche, Orvieto. Campylodiscus costatus W. Sm. — Gabi, Orvieto. Cymatopleura ellyptica Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, cava di lignite di Spoleto da un saggio avuto dal prof. Meli. » solea De Breb. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Monte delle Piche, via Ostiense, Orvieto. Epithemia , Westermannii Ktz. — Orvieto. * Hydmannii W. Sm. — Cava di lignite di Spoleto. Orvieto. l'i Nel compiere il presente studio ini sono non poco giovato dei materiali diatomiferi, che gentilmente mi favorirono i signori dott. E. Guinard di Montpellier, conte F. Castracane, prof. E. Meli, e dott. < ì. Terrigi. — 13 — Epithemia turgida Ktz. — Tomba dei Nasoni, Gabi, Capo di Bore, via Ostiense, Orvieto. » » var. granulata Grun. — Monte delle Piche, via Ostiense, Orvieto. » zebra W. Sm. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, via Ostiense, cava di lignite di Spoleto. » » var. proboscidea Grun. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, cava di lignite di Spoleto, Orvieto. Argus W. Sm. — Tomba dei Nasoni, Capo di Bove, Monte delle Piche. n » var. amphycephala Grun. — Tomba dei Nasoni. » sorex Ktz. — Tomba dei Nasoni, Gabi, via Ostiense. » gibba Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche, Orvieto. » » var. ventrioosa Grun. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, via- Ostiense, Orvieto. » ocellata Ktz. — Gabi, cava di lignite di Spoleto, Orvieto. Eunotia monodon Ehm. — Via Ostiense. » gracilis Kabenh. — Tomba dei Nasoni, via Ostiense. » minor Rabenh. — Tomba dei Nasoni, Gabi. » arcus (W. Sm.) Grun. — Via Ostiense. Nitzschia (Tryblio /iella W. Sm.) angustata Grun. — Via Ostiense, sigmoidea W. Sm. — Gabi. » Brebissonii W. Sm. — Cava di s. Agnese, Capo di Bove, Orvieto. » amphioxis W. Sm. — Cava di s. Agnese, Gabi. » hungarioa Grun. — Cava di s. Agnese. » thermalis var. intermedia Grun. — Gabi. » » var. minor Gran. — Gabi. » paleà Grun. — Tomba dei Nasoni, Gabi, Capo di Bove, via Ostiense. » fonticola Grun. — Tomba dei Nasoni. » frustulum Ktz. — Cava di s. Agnese. » » var. tenella Grun. — Cava di s. Agnese. » » var. inconspicua Grun. — Cava di s. Agnese, Monte delle Piche. » debilis Grun. — Cava di s. Agnese. » paleaoea Grun. — Orvieto. Fragilaria mutabilis W. Sm. — Tomba dei Nasoni. » » var. minutissima Grun. — Tomba dei Nasoni. » undata (W. Sm.) — Via Ostiense. » Harrissonii Ehrn. — Cava di lignite di Spoleto. » brevistriata Van Heurck var. pusilla Grun. — Gabi. » » var. subacuta Grun. — Gabi. Dentioula tenuis Ktz. — Gabi. Synedra ulna Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Capo di Bove, Monte delle Piche, via Ostiense, Orvieto. » » var. longissima Van Heurck. — Cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche. » » var. subaequalis Grun. — Cava di s. Agnese, Capo di Bove. — 14 — Synedra ulna var. spathulifcra Grun. — Cava di , Agnese, Capo di Bove, Orvieto. » » vai. splendens Babenh. (S. radians W. Sm.) — Cava di s. Agnese, Gabi. via Ostiense, Orvieto. » » var. capitata Ormi. — Capo di Bove, via Ostiense. » acus var. angustissima Orna. — Monto delle Piche. Cocconeis placentula Ehru. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Capo di Bove, Monte delle Piche, cava di lignite di Spoleto, Orvieto. » pediculus Ehm. — Cava di s. Agnese, Capo di Bove, via Ostiense. Achnanth.es exilis Ktz. — Monte delle Piche. » lanceolata Grun. (Achnanthidium De Breb.) — Via Ostiense, Orvieto. Rhoicosphenia curvata W. Sm. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Orvieto. Gomphonema constrictum var. subcapitatum Ormi. — Tomba di Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche, Orvieto. » » var. capitatimi Van Heurck — Tomba dei Nasoni, Monte delle Piche. » intricatimi Ktz. — Tomba dei Nasoni, Gabi, via Ostiense, Orvieto. » elongatum W. Sm. — Tomba dei Nasoni. » dichotomum W.' Sm. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Capo di Bove, via Ostiense. » acuminatum Ehrn. — Tomba dei Nasoni, via Ostiense. » » var. coronatum Van Heurck — Cava di s. Agnese. » » var. non constrictum Van Heurck — Tomba dei Nasoni, via Ostiense. » subclavatum Ktz. — Cava di s. Agnese, Monte delle Piche. » tenellum W. Sm. — Monte delle Piche. » cristatum Baifs. — {<:. augur Ktz.) — Via Ostiense. i vitrio Ehm. — Cava di lignite di Spoleto. Amphora ovalis Ktz. — Cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche, via Ostiense, Orvieto. » » forma parva Grun. — Gabi. » » var. gracilis Van Heurck — Tomba dei Nasoni, Orvieto. » » var. affinis forma minor Van Heurck — Cava di s. Agnese. » pediculus Ktz. var. minor Grun. — Gabi. Cymbella (Cocconema) lanceolata Ehm. — Gabi, Capo di Bove, via Ostiense. » (Coccoli.) cistula Hemp. — Cava di s. Agnese, via Ostiense, cava di li- gnite di Spoleto, Orvieto. » (Coccoit.) cymbiformis Ehm. — Tomba dei Nasoni, Gabi, Monte delle Piche. » cuspidata Ktz. — Cava di lignite di Spoleto. » obtusiuscula Ktz. — Id. » subaequalis Grun. — Gabi. " affinis Ktz. — Tomba dei Nasoni, Cava di s. Agnese, Gabi, via Ostiense, cava di lignite di Spoleto. » gastroides Ktz. — Cava di lignite di Spoleto. » (Encyonetnà) ventricosa Ktz. — Cava di s. Agnese, Capo di Bove, via Ostiense. — 15 — Kavicula (Pinnularia) major Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, via Ostiense. » (Pinnularia) viridis Ehm. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Capo di Bove, Monte delle Piche, via Ostiense, Orvieto. » » var. commutata Gran. — Cava di s. Aguese, Gabi. » (Pinnularia) oblonga Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche, Orvieto. » (Pinnularia) Brebissonii Ktz. — Gabi, Capo di Bove. » » var. deminuta Gran. — Capo di Bove. » (Pinnularia) peregrina Ktz. — Cava di s. Agnese. » (Pinnularia) viridula Ktz. — Capo di Bove, Orvieto. » radiosa Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, Monte delle Piche, via Ostiense, cava di lignite di Spoleto, Orvieto. » » var. acuta Ginn. — Cava di s. Agnese, cava di lignite di Spoleto. » gibba W. Sm. — Via Ostiense. » cuspidata Ktz. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese. » seminulum Gran. — Tomba dei Nasoni. » gastrum Ehm. — Tomba dei Nasoni, Monte delle Piche. » limosa Ktz. — Gabi, Monte delle Piche, Orvieto. » » var. giberula (Ktz.) Gran. — Tomba dei Nasoni, cava di s. Agnese, Gabi, via Ostiense. » » var. subinflata Gran. — Cava di s. Agnese, Monte delle Piche. » ambigua Ktz. — Cava di s. Agnese, Capo di Bove. » » valva craticularis (Surirella craticula olim) — Capo di Bove. » appendiculata Ktz. var. irrorata Gran. — Tomba dei Nasoni. » semen Ktz. — Via Ostiense. » iridis Ehm. — Cava di s. Agnese, Gabi. » » var. firma Gran. (Nav. firma Ktz.) — Gabi. » ellyptica Ktz. — Cava di s. Agnese, Gabi, Capo di Bove, cava di lignite di Spoleto, Orvieto. » » var. minutissima Gran. — Gabi. » rhyncocephala Ktz. — Cava di s. Agnese, Orvieto. » amphyrhyncus Ehm. — Cava di s. Agnese, via Ostiense, cava di lignite di Spoleto. ti obtusa W. Sm. — Cava di s. Agnese. " bicapitata Lagerst. — Cava di s. Agnese. » amphysbaena Bory — Id. » bacillum Ehm. — Monte delle Piche. » laevissima Ktz. — Cava di s. Agnese, Gabi. » sculpta Ehm. — Gabi, Capo di Bove, Orvieto. » subcapitata Gregor. — Gabi. » fontinalis Gran. — Gabi. » (Colletonema) vulgaris Brun. — Gabi. » (Colletonema) neglecta Bruii. — Cava di s. Agnese, Orvieto. — 16 — Stauroneis phoenicenteron Ehm. — Cava di s. Agnese, Via Ostiense. » punctata Ktz. — Via Ostiense. » linearis W. Sin. (St. Smiihìi Gran.) — -Orvieto. Mastogloja Smithii Thw. — Galli. » » var. lacustris Grun. — Tomba dei Nasoni, n » var. amphicephala Grun. — Gabi. i> esigua Lewis — Tomba dei Nasoui. » Densei Thw. — Gabi, Orvieto. » Grewillei W. Sin. — Orvieto. 17 — I -vasi laticiferi ed il sistema assimilatore. del conte LUIGI MARCATILI. (Tav. I-V) Come è noto, i vasi laticiferi sono stati generalmente ascritti al sistema secretore. Il primo che abbia data importanza al latice, come materiale proveniente in gran parte direttamente dai tessuti assimilatoli, fu E. Faivre, nel suo lavoro : Recherches sur la eirculation et sur le róle clu latex dans le Ficus elastica (')• Egli, dopo aver esposte diverse esperienze fatte su varie piante di Ficus collo scopo di determinare i tessuti percorsi dal latice ed il suo ufficio, viene a diverse conclusioni, fra le quali per noi è importante la seguente, cioè che « il latice si comporta come sostanza elaborata, assimilabile, indispensabile al mantenimento e all'accrescimento del vegetale e che è elaborato dalle foglie e serve ulteriormente allo sviluppo delle parti » . Riguardando questa questione soltanto dal punto di vista fisiologico, nel 1882 lo Schullerus dà nuovamente importanza al latice, come materia formativa e partecipante direttamente a tutti i processi formativi della pianta, col suo lavoro : Die plujsiologische Bedeu- Iuìkj des Milchsaf'es von Euphorbia Lathyris ( 2 ). Egli, in questo lavoro nega an- che che il latice _ issa assumere l'ufficio di materiale di riserva, e perciò i latici- feri si distinguono nel rapporto fisiologico dal parenchima corticale al quale appar- tengono per la loro origine. Fra i numerosi lavori anatomici pubblicati intorno ai laticiferi, ve ne sono al- cuni importanti per il nostro soggetto, per i cenni che danno sulle relazioni fra i laticiferi e i tessuti in cui essi scorrono. Ricordiamo per primo : Entstehung der Milchsaftge [asse u. s. io. del Dippel ( 3 ). Sebbene egli non si occupi dell' ufficio fisiologico dei laticiferi, tuttavia descrivendone il percorso in un numero rilevante di piante, avverte incidentalmente e in modo molto sommario, che dai rami principali, che accompagnano le nervature fogliari, partono ramificazioni dirette nel parenchima circostante in tutte le seguenti specie : Carica Papaya, C. microcarpa, Cichorium Intybus-j Taraxacum officinale, Tragopogon pratense. Chelijlonium majus, Campa- nula persicifolia, C. graminifolia, C. glomerata, Trachelium, Phytcuma spicata, (') Aimales des scien. natur. V 6 sèrie, tom. VI, pag. 33. ( 2 ) Verhandhingen des botan. Vereins der Prov. Brandenburg. 24 Jahrg. 1882, pag. 26. ( 3 ) Nieuwe Verhandelingen van het Bataafsch Genootscliap der Proefondervmdelijke Wijsbe gcerte te Eotterdam. 1864. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 3 — 18 — .Iasione montana, Hoja carnosa, Asci pias curasavica, Ficus carica, /•'. stipu- lata, Urostigma elasticum. Un cenno simile lo troviamo pure nel lavoro di Han- stein ('). che nota, come i laticiferi, specialmente nelle Cicoriacee, di cui dà an- che qualche disegno, dopo aver accompagnati i fasci vascolari fogliari, s' isolano penetrando nel parenchima, terminandovi alquanto rigonfi. Somiglianti osservazioni fanno il David per 1' Euphorbia splendens e per 1' E. Latiujris ('-) e lo Scott per la Scorzonera ( 3 ). Tutti però non danno a questi fatti importanza alcuna per- chè si possa trarne qualche indizio intorno all' ufficio probabile dei vasi contenenti latice. Pel primo il prof. Habeiiandt, studiando i rapporti dei laticiferi coi sistemi con- duttore ed assimilatore, ha cercato di mostrare anatomicamente il loro ufficio nella nota : Zur physiologischen Anatomie der Milchrdhren ( 4 ). Le conclusioni riportate anche nella Physiologische Pflan;cnanatomie, 1884, p. 22H, del medesimo autore, sono le seguenti - I rami dei laticiferi che isolati si distaccano dai cordoni conduttori, si rivolgono inoltre assai spesso in alto per entrare fra le cellule a palizzata e rice- vere i prodotti d'assimilazione dalla prima sorgente. Colle loro terminazioni, che talvolta sono forcute, si appoggiano spesso contro cellule a palizzata, riunite insieme a modo di ciuffo (Euphorbia, Ficus nitida , Hypòchoeris radicata) e se tale diretta unione non è ben possibile, allora cellule collettrici a forma d' imbuto assumono il trasporto dei prodotti d'assimilazione da ciascun gruppo di palizzata ai laticiferi etc. - . Lo Schimper ( 5 ) energicamente ri oppone a questo modo di vedere e non vuole rico- noscere assolutamente l'importanza fisiologica della stretta unione osservata dall' Haber- landt. Egli la spiegherebbe come un fatto dovuto a semplici ragioni meccaniche di sviluppo. Anche l'Hansen ('') nega questi rapporti e dice che volendo rispondere alla domanda, se i laticiferi siano organi conduttori oppure escretori, le proprietà chimi- che parlano in favore della seconda, poiché la quantità di materiali nutritivi, albu- minoidi ed idrati di carbonio, rimane al disotto di quella delle sostanze che sono indubbiamente prodotti di secrezione. Però l' Heinricher, in un suo recentissimo lavoro ( : ). sebbene non si occupi direttamente dei laticiferi, ritiene insussistenti le ragioni messe innanzi dallo Schimper, e specialmente non ammette la sua spiegazione meccanica, perchè in questo caso non si capisce, come la disposizione speciale delle cellule attorno ai laticiferi, non si ritrovi anche attorno alle fibre sclerose, che nu- merose attraversano irregolarmente i mesofilli di molte piante. A proposito delle (') Die Milch&aftgefàste and die verwandten Ungane der Rinde. Berlin, 1864. ('-') Ueber die Milchzellen der Euphorbineeen, Murre», Apori/ìieeii und Asclcpiadecn von Georg David. Breslau 1872. (■>) Zur Entieickelungmeschichte der gegliederten MitchrÒhren v. I>. 11. Scott. Axbeiten des botan. Inst. STtóburg. 2 B. 1882. fi 1, XXXVII Band der Sitzb. der k. àJcad. der Wissensqh. I. Al.tli. JSnn-Heft., Jahrg. £888. 'Jeber Bildung und li'anderung der Kohlehydrate in der Laubblàttern. Botanis. Zeitnng, 1885, pag. 737 u. ff. ( 8 ) Ueber Fremente und Ensyme. Axbeit. des botanis. Institnfs Wttrzburg, III B<1. pa^'. 287. ( 7 ) Die Eiweùstchlàuche der Cruciferen und verwandtei' h'h-mrnle in der Rhoeadinen-Reihe, v. Dr. E. Eeinricher. Mitteilung. des botan. Instituts zn Graz. Erster Band, pag. 50 • e 79. — 19 — Papaveracee, sostiene poi che il latice sia da ritenersi come materiale nutritizio e che contiene albuminoidi, e che non si deve dimenticare la correlazione esistente fra i laticiferi e i vasi cribrosi, sebbene tale relazione sia poco studiata. Questa pubblica- zione ha pure grande importanza, perchè descrive minutamente le disposizioni che le cellule a palizzata e del mesofillo prendono intorno ai serbatoi degli albuminoidi nelle Crucifere, disposizioni molto simili a quelle trovate dall'Haberlandt e da noi per i laticiferi. Da quanto precede è facile vedere che la questione dell' ufficio dei laticiferi è tutt'altro che risoluta. Gli è perciò che insieme al prof. Pirotta, si sono intraprese delle ricerche allo scopo di stabilire se 1' opinione emessa dall'Haberlandt, e basata sulle sue poche osservazioni, avesse un fondamento nei fatti molto più esteso e si- curo. Perciò dapprima abbiamo esaminate molte specie del genere Ficus, provviste abbondantemente di laticiferi, ed i risultati abbastanza soddisfacenti furono pubblicati in questo medesimo Annuario ('). Lasciando da parte pel momento ogni considerazione fisiologica, le ricerche intorno ai ricordati rapporti anatomici furono poi estese a molti generi di quasi tutte le famiglie conosciute come fornite di laticiferi, e furono pure rese note in parte e sommariamente lo scorso anno ( 2 ). Col presente lavoro ci pro- poniamo di esporre più particolareggiatamente quanto ci fu dato in questo lungo esame di osservare intorno ai rapporti fra i laticiferi ed il sistema assimilatore, rapporti che esistono quasi generalmente, benché in modo più o meno evidente. Per rendere più agevole lo studio abbiamo esaminato separatamente i laticiferi di ciascuna famiglia, cercando di raggruppare intorno a un medesimo tipo quelle specie, che presentano disposizioni simili o poco diverse, descrivendo dapprima sommariamente il percorso dei laticiferi nel fusto e nel picciolo, e poscia partitamente nella foglia. In molte specie, lavorando su materiale conservato in alcool, i laticiferi si rendono subito evidenti, perchè assumono un colore rosso-bruno-ruggine ; in altre questa rea- zione si ottiene facilmente, mettendo i tagli per pochi momenti in una soluzione piut- tosto diluita di acido cloridrico, poi trasportandoli in potassa e lavandoli in acqua distillata. Generalmente però il modo migliore di colorare i laticiferi, è, come si è detto nella prima delle ricordate note, di mettere i tagli per 12-24 ore in una so- luzione alcoolica concentrata di rubina ; portarli poi per pochi minuti in una solu- zione allungata di potassa, quindi lavarli e scolorare con alcool forte. Talvolta buoni risultati si ottengono anche colorando dapprima i tagli con una soluzione densa di fucsina, e scolorandoli poi con acido cloridrico allungato. Lavando il preparato con acqua distillata i vasi laticiferi restano colorati insieme alle parti lignificate. La macerazione di Schultze dà difticilmente buoni risultati e solo in casi speciali si otten- gono belle preparazioni ; in ogni modo bisogna regolarne l'uso praticamente, secondo le varie specie che si trattano. (•) Sui rapporti tra i vasi laticiferi ed il sistema assimilatore nelle piante. Anno n, fase. I, pag. 48. (*) Ancora sui rapporti tra i vasi laticiferi ed il sistema assimilatore nelle piante. Anno II, fase. 2, pag. 156. — 20 — Apocinee. Intorno ai laticiferi di questa famiglia, considerati dal punto di vista nostro, il De Bary(') dedica pochissime parole, paragonandoli a quelli delle Euforbiacee. Siccome però anche fra queste si hanno notevoli variazioni fra specie e specie, così tal para- gone riesce molto imperfetto. Il Trécul ( 2 ) invece si dilunga nel descrivere il per- corso dei laticiferi nel fusto e nota che le loro ramificazioni formano attraverso il midollo, rimpetto alle inserzioni delle tracce fogliari, un plesso molto intricato, e che nelle foglie percorrono spesso, oltre il parenchima, le lacune e possono terminare a fondo cieco nel mezzo di esse. In generale, il percorso dei vasi laticiferi di molte Apocinee si può ridurre ad un tipo fondamentale comune, che però subisce modificazioni diverse nelle singole specie. Sezionando trasversalmente il fusto della Tanghinia venertiflua Don., lo ve- diamo presentare una zona continua dbro-vascolare, difesa da un gran numero di forti fibre meccaniche sparse od aggruppate irregolarmente intorno ed esternamente alla porzione cribrosa. I vasi laticiferi, che nell'intarnodo hanno un percorso regolare, senza ramificazioni, né anastomosi, e più o meno parallelo a quello dei fasci conduttori, si trovano in piccolissimo numero nella parte più esterna del midollo, mentre sono molto più numerosi tra i gruppi meccanici, e attorno ad esse immersi nel parenchima cor- ticale. Nel nodo, essendo le foglie opposte, si staccano due cordoni di fasci, che re- golarmente entrano nei piccioli relativi. I vasi laticiferi del midollo in parte conti- nuano il percorso nel fusto, in parte, curvandosi semplicemente verso l'esterno, escono dal fusto insieme ai cordoni vascolari, per entrare nel picciolo. Quelli che si trovano invece fra gli elementi meccanici e nella corteccia seguono un percorso irregolare, danno delle biforcazioni e rami secondari che percorrono in varie direzioni il paren- chima e formano quasi come un gomitolo o plesso, complicato molto e d'aspetto spe- ciale ; ma al principio del picciolo ritornano regolari. Anche fra questi vasi se ne trova qualcuno che, come i midollari, per entrare nel picciolo s'incurva solamente sotto la traccia fogliare, né presenta irregolarità di sorta. Nella Thevetia nereifolia Juss. i laticiferi sono numerosissimi nel midollo, e se ne trovano anche in numero discreto nel parenchima corticale, oltre quelli tra le masse liberiane, attorno alla zona cribrosa. La massima parte dei vasi midollari, nel iinilo, proseguono diritti il loro percorso, pochi escono regolarmente colle tracce fogliari, alla cui ascella però (cioè nell'angolo fatto dalla traccia fogliare colla cerchia dei fasci), il gomitolo irregolare formato dagli altri vasi è maggiore che nella TangMrtia, e manda rami fin sotto 1' epidermide. Nel Rhyncospermum jasminoides Hook, sono pure numerosissimi i vasi midol- lari, molti se ne trovano attorno ai grossi fasci di fibre meccaniche che difendono la zona cribrosa, sono invece rari nel parenchima corticale, ed al nodo escono curvandosi (') De Bary, Vergleichende Anatomie. 1877, Capit. MI. i-i à. Trécul, Laticifere» et liber des Apocynées et Asclépiadéet, vaitseau < sous-cuticaires etc. Adansonia Tom. VII, pag. 164. — 21 — semplicemente sotto le tracce fogliari, mentre i primi formano il solito gomitolo compli- catissimo a rami molto stretti fra loro; si estende in tutto il midollo e alle ascelle delle tracce. fogliari. Tanto al principio del picciolo che immediatamente al di sopra del nodo, tutti i vasi laticiferi riprendono il percorso regolare. Il E. chinense Hort. si comporta perfettamente alla stessa maniera. Anche i vasi laticiferi della Beaumontia grandiflora Wall, hanno un percorso simile; quelli del Trachelospermum Thimbergii A. Gr. si ravvicinano molto a questo tipo, soltanto i vasi corticali sono più rari, e nel nodo il gomitolo, mentre è molto complicato e ricco all'ascella d'Ila traccia fo- gliare, nel midollo è più semplice ed è formato solo da poche ramificazioni. Nella Cerbera lactaria Hamilt. e nel Nerivm Oleander L. la zona vascolare si può considerare costituita da fasci a struttura bicollaterale, sebbene la zona cribrosa interna sia poco sviluppata. I vasi laticiferi si trovano sempre fra gli elementi cri- brosi, tanto della zona esterna che interna ; solamente al nodo, quando si stacca il gruppo dei fasci che va nel picciolo, presentano percorso alquanto irregolare nell' a- scella e pochi rami penetranti nel parenchima corticale. Nella Tabernaemontana co- ronaria Willd. e nella T. amygdalifolia Jacq. i laticiferi si trovano sparsi nel mi- dollo, nella zona cribrosa, fra i piccoli gruppi di fibre meccaniche e nel parenchima corticale; nel nodo parte escono regolarmente insieme agli elementi in cui si tro- vano, parte danno qualche ramificazione e fra questi specialmente i corticali. Nella Vallesia cymbaefolia Orteg. si trovano pochi ma grossi vasi laticiferi so- lamente nella corteccia ; una parte di essi al nodo esce semplicemente incurvandosi colla traccia fogliare, senza dare alcuna ramificazione. Anche nella Vinca major L. i laticiferi grossi, ma in piccol numero, si trovano solamente nella corteccia fra i gruppi di cellule meccaniche contornanti la zona vascolare. Al nodo seguono perfetta- mente il tipo della Vallesia. Lo stesso può dirsi àelY Arduinia bispinosa L. ; però le ramificazioni sono più numerose e formano un principio di plesso. La zona vascolare si presenta nell' Alyxia daphnoides A. Cunn. disposta quasi a rombo, con gli elementi vascolari aggruppati maggiormente agli angoli, da cui nel nodo partono i quattro gruppi di fasci che entrano nei piccioli. I vasi laticiferi si trovano sparsi tanto nel parenchima midollare che nel corticale, però sempre vicino al sistema conduttore e specialmente , in maggior numero, ai vasi. Al nodo presentano poche ramificazioni e molti escono regolarmente, quindi il plesso si può dire che è appena accennato. Appartenente a questo medesimo tipo è il percorso dei vasi laticiferi nel Blàberopus oenenatus D. C. f ; soltanto la zona vascolare si presenta circolare, e si trova anche fra i suoi elementi qualche laticifero. Un tipo abbastanza differente da quelli esaminati fino ad ora lo troviamo in una specie indeterminata di Plumeria nella quale numerosi e grossi laticiferi percorrono in ogni senso tanto il parenchima midollare che la corteccia, emettendo ramificazioni diversissime ; i corticali però hanno generalmente un diametro minore degli altri e di più molti dei loro rami, che arrivano fin sotto l'epidermide, sono sempre piccolissimi. Nel punto di distacco delle tracce fogliari si notano vasi più numerosi e più ramificati. Questa disposizione, trovata sólamente in questo genere, merita un'attenzione speciale, considerando le piccole ramificazioni, che attraversano il parenchima sottoepidermico ancor verde, e che perciò funziona da tessuto assimilatore. Nelle P. acutifolia Poir., 22 P. bicolor R. P. , P. hypolexca Gaspar.. le cose pare procedano al medesimo modo, benché per insuflieenza di materiale non abbiamo potuto studiarne bene i l'usti. Se passiamo ora a studiare i vasi laticiferi nel pkciolo, troviamo generalmente che in esso seguita la disposizione medesima del fusto, con qualche rara variante di nes- suna importanza, dovuta alle modificazioni che hanno assunto i fasci vascolari nella loro disposizione, relativamente a quella che avevano nel ramo. Veniamo ora alla parte più importante, cioè al percorso dei laticiferi nella la- mina fogliare. Ripigliando la Tanghinia veneni/lua , noi troviamo che è munita d'una rete vascolare a maglie strette, le cui ultime minime diramazioni contengono uno o due vasi. Queste si trovano molto vicino al tessuto a palizzata, da cui sono divise da una o due file di cellule conduttrici, né mai sono accompagnate dai vasi laticiferi. Nella rachide, facendo una sezione, troviamo che gli elementi dei fasci sono disposti a ventaglio. I vasi laticiferi sparsi irregolarmente nel parenchima, sono più numerosi vicino alla porzione cribrosa, mentre non se ne trova che un numero limi- tato nella parte interna del ventaglio ; seguitano ad avere un percorso regolare , paral- lelo come nel fusto. Nelle diramazioni secondarie e terziarie i vasi occupano il centro del cordone, rivestiti dalla parte cribrosa, attorno a cui stanno i vasi laticiferi in numero vario (Tav. I, fig. 1), minore quanto più è piccolo il fascio. Le cellule del pa- renchima lacunoso, compiendo l'ufficio di cellule collettrici, vengono a formare attorno alla nervatura come una guaina speciale di sezione regolare. Oltre i vasi laticiferi che accompagnano i fasci, ne abbiamo altri i quali sono perfettamente isolati. Se osserviamo al microscopio un pezzo di foglia macerata con la miscela di Schultze, noi vediamo infatti staccarsi, dai vasi accennati sopra ramificazioni, che penetrano nel parenchima, scorrono talvolta direttamente attraverso tutta la maglia per riunirsi ad un laticifero del fascio opposto o laterale , tal altra invece si ramificano, ed i rami formatisi o si ricongiungono ai laticiferi principali come nel caso già accennato, ovvero, e non di rado, terminano in mezzo alle maglie. Nelle sezioni trasversali vediamo che general- mente scorrono fra le cellule del parenchima spugnoso, a brevissima distanza da quelle del palizzata, da cui son divise da ima o due file di cellule collettrici, che ven- gono ad appoggiarsi sui vasi (Tav. I, fig. 2). Questo rapporto intimo fra il tessuto assi- milatore e i vasi laticiferi isolati od uniti ai fasci fibro-vascolari viene anche confer- mato dal fatto, che da alcuni d'essi partono diramazioni laterali o terminali, che, penetrando tortuosamente fra cellula e cellula del palizzata, si dirigono verso le cel- lule del parenchima sottoepidermico (fig. 1). Nelle Tiibci'iuiemoalaan coronaria e T. amygdalìfolia i vasi laticiferi stanno nelle porzioni cribrose dei fasci, quindi tutt' intorno nelle nervature principali , i cui fasci sono disposti in cerchio, dal lato inferiore nelle altre che scorrono proprio sotto il palizzata. Essi però non giungono mai fino alle ultime ramificazioni formate da pochi va^i. Perfettamente come nella Tanghinia si comportano i laticiferi che isolati attra- versano le maglie, ramificandosi o no in esse, mentre nei tagli trasversali li vediamo inoltrarsi fra le cellule dello spugnoso, che formano loro attorno come una guaina, in stretta relazione con le cellule collettrici. Una disposizione molto simile alla già descritta la troviamo pure nella Phnneria acutifolia, P. bicolor, P. sp., meno che i vasi laticiferi di diametro molto grosso, si — 23 — trovano isolati nelle diverse parti del laschissimo parenchima lacunoso, anche fin presso l'epidermide inferiore, e di più, rami speciali non solo scorrono sotto il palizzata, ma, penetrando fra i suoi elementi, vengono ad appoggiarsi contro le cellule epidermiche ed altri vanno a quelle della pagina inferiore (Tav. I, fig. 3). Anche neH'Alyxia daphnoidei, nella Vinca major, nel Trachelospermum Tlum- bergii e nell' Arduinia bispinosa bellissimi e numerosi laticiferi percorrono in tutti i sensi il parenchima spugnoso, le cui cellule si appoggiano coi loro rami contro i la- tificeri. Questi hanno, specialmente nell' Arduinia, molte ramificazioni, le più impor- tanti delle quali scorrono addossate alle inferiori delle due file di cellule che com- pongono il palizzata (Tav. I, fig. 4); oppure fra la prima e seconda serie. In un gruppo composto dalle seguenti specie : Beaumontia grandiflora, Rhynco- spermum jasminoides, Vallesia cymbaefolia, Plumeria hypoleuca , Plumeria sp. Theoetia nereifolia, Blaberopus venenatus, i laticiferi seguono generalmente il tipo già studiato; però gli isolati sono sempre in piccolo numero, penetrando fra le cellule del parenchima solo per brevi tratti, vicino ai fasci vascolari, senza quasi mai pre- sentare le numerose ramificazioni trovate nelle altre specie. Nel Nerium Oleander, nella Cerbera lactaria, nel Rhyncospermum ehinensc i vasi laticiferi accompagnano i" fasci principali, ma non arrivano alle piccole ramifica- zioni, uè mai se ne trovano di isolati. Però in molti casi anche in queste piante nu- merose cellule collettrici o di trasmissione, adagiandosi su essi, li mettono in rapporto coi tessuti verdi assimilatoli. ASCLEPIADEE. Come per i vasi laticiferi delle Apocinee così anche per quelli delle Asclepiadee non abbiamo notizie speciali sulla terminazione nelle lamine fogliari, e tanto il De Bary (') che il Trécul ( 2 ) si limitano nei loro lavori ad assomigliarli ai laticiferi delle Urticacee, Euforbiacee ecc. In questa famiglia, come si è già fatto notare in una delle precedenti comunicazioni, si possono considerare due gruppi diversi di specie cioè : a) piante grasse a foglie ridotte o metamorfosate, b) piante non grasse a foglie normali. Del primo grupppo abbiamo potuto esaminare solamente il genere Stapelia. Le numerose specie presentano però tutte una struttura simile e che esponiamo per la Stapelia planiflora. Il sistema conduttore è formato da piccoli gruppi vascolari , composti di pochissimi elementi e disposti in una zona della forma del fusto, che è all' ingrosso , romboidale con i lati curvi verso l' interno. Il parenchima midolla- re è composto da grosse cellule globose, sparse irregolarmente, con piccoli spazi intercellulari, mentre nella corteccia, in taglio trasversale, le cellule si mostrano più allungate nel senso radiale e, secondo le specie , si dispongono più o meno con una certa regolarità per formare come tanti raggi, che dall'interno si diligono all'epider- mide. Mancando vere foglie, formano esse lo sviluppatissimo strato verde assimilatore, che si ritrova tanto nel fusto che nei rami. I gruppi di fasci conduttori per entrare nelle spine, squame o foglie metarmofosate, che numerose si trovano nelle diverse specie, (') De Bary, lue. cit. ( 2 ) A. Trécul, lue. cit. — 24 — s'incurvano ad angolo molto acuto, all'esterno, senza presentare irregolarità. I laticiferi sono numerosissimi, si trovano in tutti i tessuti, specialmente nel midollo, che per- corrono in ogni direzione senza una disposizione determinata, salvo quei pochi che tro- vansi vicini ai fasci vascolari e li accompagnano sempre, anche quando escono dal fusto (Tav. I, fig. 5). Dalle diramazioni e anastomosi che appariscono nei tagli trasversali e longitudinali pare che i laticiferi debbano formare come una vera rete complicatis- sima che immersa nel midollo, riveste i fasci conduttori e manda numerosi rami ter- minali e liberi fra le cellule del tessuto assimilatore (fig. 5, 6), i quali si appoggiano contro le cellule sottoepidermiche, che più abbondantemente assimilano. Perciò pare evidente che in questo caso i laticiferi fanno principalmente l'ufficio di collettori , e sostituiscono le diramazioni della rete vascolare che noi troviamo nelle foglie normali. Trovammo le stesse cose nelle specie seguenti: S. mutàbilìs Jacq.; S. Passerina; S. mutilata; S. pulchella Mass. ; S. tridentata Hort; S. punctata Mass. ; S. parvipun- ctata ; S. reflexa Haw. ; S. conspurcata Wild. ; S. gemmiflora Mass.; S. europaea Guss.; S. ambigua Mass.; S. ciliata Thb.; S. bisulca Don.; S. fuscata Jacq.; S. de/iexa Jacq.; S. variegata L.; S. trisulca Jacq.; S. t rifida ; S. anguinea Jacq. Le specie appartenenti al secondo gruppo hanno vasi laticiferi nel fusto, nel pic- ciolo e nella lamina fogliare, come nelle Apocinee, e perciò le descriveremo col me- desimo sistema adoperato per queste. La Stephanolis floribunda A. Brongn. è munita d'ima zona completa fibro-vascolare, difesa da una cerchia di belle e forti cellule mecca- niche, aggruppate con una certa regolarità attorno alla parte cribrosa. Nel nodo le due traccie fogliari si staccano regolarmente dal tronco. I laticiferi nell' internodo hanno per- corso parallelo ai fasci come nelle Apocinee, e si trovano in gran numero nel midollo, mentre sono molto scarsi nella corteccia. Al nodo cambiano percorso, si ramificano, scor- rono irregolarmente in tutte le direzioni e vengono a formare quel plesso o gomitolo, che già abbiamo visto in molte piante e che in questa specie si spande nel midollo e alle ascelle delle traccie fogliari, per dar poi origine ai laticiferi regolari, che percorrono l'iuternodo immediatamente superiore ed i piccioli. A questo medesimo tipo si rasso- miglia il percorso dei laticiferi nell' Iloja carnosa R. Br., che però, invece della zona dei Easci di difesa, ha cellule fortemente sclerenchimate, sparse nel midollo e nella corteccia. Nel Gomphocarpus fruticosus L. la zona vascolare è simile a quella della Sle- phanotiSj come pure la sua difesa meccanica. I vasi laticiferi, grossi e regolari, si tro- vano numerosi oltre che nel midollo, nel parenchima corticale e fra i gruppi di elementi meccanici, anche nella porzione cribrosa. Nel nodo presentano un percorso alquanto irre- golare tanto i vasi midollari che i corticali , ma veramente non si può diro che si formi gomitolo né plesso, perchè non offrono quasi mai ramificazioni, né anastomosi. Somiglia a questa specie la Ceropegia elegans Hook. Anche nella Twedia coerulea Don. i numerosissimi laticiferi sparsi nei diversi tessuti somigliano perfettamente ai già descritti, colla sola differenza che al nodo divengono molto più irregolari e ramificati, ed il gomitolo che si forma, oltre che nel midollo, si spande anche all' ascella della traccia fogliare e a quasi tutta la corteccia. Nella Gryptostegia grandiflora R. Br. i laticiferi sono rari, ma seguono perfettamente il tipo già descritto , sebbene il go- mitolo molto lasco nel nodo, lo sia meno all'ascella della traccia fogliare e diventi invece complicato e fittissimo al principio del picciolo. — 25 — Nel picciolo generalmente la zona fibro-vascolare si dispone ad arco più o meno compatto e i laticiferi che seguono sempre paralleli e regolari si trovano immersi nel parenchima in numero maggiore o minore secondo il tipo a cui appartengono quelli del fusto. Se questo ne ha nella zona cribrosa, anche nel picciolo li troviamo in que- sta parte. Nella foglia della Stephanotis floribunda troviamo una distintissima nervazione, che scorre molto vicino al palizzata, specialmente nelle sue ultime diramazioni con- tenenti due o tre vasi. I rami primari hanno un gruppo di fasci al centro, circon- dati da una zona cribrosa, difesa da un parenchima a cellule alquanto sclerenchi- mate. Invece nei rami secondari gli elementi del fascio hanno la disposizione ordinaria (Tav. II, fig. 7). I laticiferi si trovano irregolarmente attorno e vicino alla parte cribrosa delle nervature più grosse, mentre scorrono quasi sempre più o meno lontano dalle più piccole. Da ciò ne deriva che il numero dei vasi isolati è molto rilevante, e i loro rapporti coi tessuti assimilatori e collettori sono strettissimi. Infatti, noi ne vediamo molti su cui le cellule a palizzata vengono ad appoggiarsi coll'estremità inferiore (fig. 7), mentre altri penetrano e scorrono per lunghi tratti fra la prima e la seconda serie di questo tessuto. La fig. 8 (Tav. II) mostra appunto le sezioni di due laticiferi, che si trovano in tali condizioni. La maggior parte poi sono quelli che attra- versano in ogni direzione il tessuto spugnoso sempre accompagnati dalle cellule irre- golari di questo tessuto, che li rivestono come d'una guaina, la quale, mediante le cel- lule collettrici, è in comunicazione col sistema assimilatore. Simile è la Twedia coeru- lea, colla differenza che i laticiferi scorrono più vicini al fascio conduttore anche nelle piccole nervature. Bellissimi i vasi isolati che, in parte scorrendo sotto il palizzata, vi penetrano e, giunti sotto le cellule epidermiche, si ramificano seguitando per lunghi tratti fra esse e le cellule a palizzata. Lo stesso dicasi per la distribuzione delle nervature e dei laticiferi nella Crypto- stegia grandiflora, dove noi vediamo questi ultimi isolati percorrere lunghi tratti nel parenchima fogliare, a breve distanza dal palizzata (Tav. II, fig. 9), ma non si trovano però le numerose ramificazioni indicate sopra, che penetrano verso le epidermidi. Neil' Iloija carnosa abbiamo le foglie molto ispessite , col parenchima lacunoso sviluppatissimo, percorso da numerose fibre sclerenchimate. Manca il tessuto a palizzata propriamente detto con le sue cellule caratteristiche; sotto l'epidermide il tessuto verde ha grosse cellule globose molto simili a quelle del lacunoso. I fasci vascolari disposti a cerchia sono contornati dalla zona cribrosa, inferiormente e superiormente alla quale le fibre sclerose formano due gruppi irregolari. Le ultime diramazioni contenenti al solito due o tre vasi non sono accompagnate né da fibre meccaniche, nò da latici- feri. Questi, nelle principali nervature, seguono il tipo della Stephanotis; scorrono vicino alla parte cribrosa, e mandando ramificazioni, che isolate penetrano nel paren- chima fondamentale, lo percorrono irregolarmente in ogni direzione per lunghi tratti, arrivando in parte ad appoggiarsi contro le piccole cellule del tessuto acquifero sottoepidermico. Nel Gomphocarpus fruticosus la fitta rete vascolare è molto simile a quella della Ste- phanotis. I laticiferi numerosissimi nelle grosse e medie nervature formano loro attorno come ima guaina su cui vengono ad appoggiarsi le cellule a palizzata, le collettrici e quelle Ann. Ist. Bot. — Vol. HI. 4 — HI) — del tessuto spugnoso, che hanno una forma allungata speciale, ricordante, anche per la loro disposizione a strati, quelle del palizzata. In molte piccole nervature troviamo pure qualche vaso laticifero; mai. al solito, cogli jiltimi vasi. Laticiferi isolati in piccolo numero penetrano fra gli strati del lacunoso in modo, che le cellule di esso vengono ad appoggiarvisi col loro diametro minore. A questo medesimo tipo possono riportarsi gli scarsi laticiferi della foglia della Ceropegia elegans; però bisogna notare che la disposizione del lasco parenchima spu- gnoso è del tipo comune, non presentando quella speciale del Gomphocarpus. EUFORBIACEE. Sui laticiferi di questa famiglia il De Bary (') dà qualche maggior notizia, spe- cialmente sulle Euforbie grasse, e nota che in alcune essi, per i raggi midollari, en- trano nel midollo formando alla regione periferica numerosi rami isolati. Nelle Euforbie munite di foglie i laticiferi seguono i fasci, e da questi mandano rami attraverso il parenchima fondamentale, che, a lor volta, si ramificano e terminano a fondo cieco , distribuendosi specialmente verso l'epidermide inferiore. Anche il Pai in un suo re- cente lavoro ( 2 ) ne parla brevemente, occupandosi però soltanto di quelli del fusto, e delle loro relazioni col sistema conduttore. Anche in questa famiglia possiamo distinguere. due gruppi: a) le specie con foglie ridotte o metamorfosate, b) quelle a foglie normali. Al primo grappo appartengono alcune specie di Euphorbia. In esse troviamo, come nelle Stapelia, sviluppatissimo nel fusto il tessuto assimilatore sottoepidermico, che sostituisce quello fogliare mancante. Prendiamo ad esaminare 1' Euphorbia penduta Boiss. . Essa ha una zona vascolare completa regolarissima, difesa da pic- coli gruppi di cellule fortemente sclerenchimate, sparsi irregolarmente, ma vicini alla porzione cribrosa. Da essa, negli internodi, si stacca quasi ad angolo retto un gruppo di fasci, che va nelle squame, dentro cui, in sezione, si dispone a ventaglio. I vasi laticiferi numerosi e grossi hanno un percorso regolare parallelo ai fasci conduttori, e si trovano nella corteccia e nel midollo; più in questo che in quella. Al nodo però perdono in gran parte il percorso regolare, danno ramificazioni e formano quel solito gomitolo che noi abbiamo già descritto , e che è più intrecciato e ricco proprio al- l'ascella della traccia fogliare , più lasco nel midollo. Nella parte più esterna della traccia fogliare, i laticiferi hanno già ripreso il percorso regolare; una parte d'essi li troviamo pure attorno al fascio nelle squame. Osservando specialmente i vasi corticali noi vediamo eh ; mandano dei rami , clia alla lor volta si ramificano , percorrono in varie direzioni la corteccia, e si dirigono fra le cellule assimilataci, giungendo talvolta fin sotto l'epidermide, mostrandosi più numerosi dal lato opposto all'inserzione della foglia. Caratteristica ed interessante è la loro terminazione sempre contro una o più cellule verdi, come si osserva nelle Stapelia. l'I !>■■ Dan. loC. cit. i 2 i l>r. Perd.Par, Die Anatomie der EupKorbiaceen in ihrer Beziehuny um System derselben. Botanische Jahrbtteher etc. von E. Engler. V linei, IV lidi. 1884. — 27 — Diverse altre specie presentano un tipo alquanto differente dal descritto, cioè: YE. splendens Boj., YE. Tìrucalli L., 17;'. caput- Medusae L., e YE. Canariensis L.. In esse troviamo la parte conduttrice formata regolarmente da una zona continua di fasci vascolari o da piccoli gruppi staccati, ma a brevissima distanza; mancano le cellule mec- caniche liberiane. Dalla zona del fusto si partono regolarmente i gruppi di fasci, che vanno secondo le specie nelle squame, nelle spine, oppure nelle foglie rudimentali come nell' E. caput-Medmae. In queste non si forma una rete completa di nervature, seb- bene i primi fasci si ramifichino pur seguendo sempre il percorso longitudinale nella massima lunghezza della foglia, e comunichino fra loro mediante rare nervature secon- darie, composte da pochi elementi vascolari. I laticiferi mancano nel midollo, mentre sono numerosissimi e di diametro considerevole nella corteccia; presentano poi dei caratteri alquanto diversi, sicché specialmente, per comodo di descrizione, si possono riunire in due gruppi. Nel primo, abbiamo quelli vicinissimi alla porzione cribrosa dei fasci con- duttori e che in piccolo numero si trovano anche ad una certa distanza : essi hanno percorso regolare, longitudinale, parallelo come nell'i?, penduta, accompagnano le traccie fogliari e mandano rare ramificazioni laterali. Il secondo gruppo è formato dai lati- ciferi molto numerosi che percorrono in ogni direzione tutta la corteccia, riccamente ramificati. Essi si inoltrano fra le cellule assimilatrici ed arrivano coi rami secondari, sempre di diametro alquanto minore, fin sotbo le cellule epidermiche, contro cui si ap- poggiano con le estremità dilatate. Anche le terminazioni nel tessuto assimilatore sono interessanti, specialmente quelle formate da due o tre piccoli rametti che s'in- ternano fra cellule vicine e, per cosi dire, le abbracciano quasi completamente. Nelle foglioline dell' E. caput- Medasae i vasi seguitano in parte ad accompagnare i fasci, mandando numerosi rami, che percorrono il parenchima assimilatore e, come nel fusto, terminano in esso o contro le cellule epidermiche (Tav. II, fig. 10). Le specie appartenenti al gruppo con foglie normali si assomigliano molto alle Apocinee e alle Asclepiadee. Neil' E. dendroides L. noi troviamo la solita zona va- scolare completa, da cui nel nodo si staccano tre gruppi di fasci, che vanno nelle foglie. I laticiferi, di diametro piuttosto grande, si trovano numerosissimi e sparsi ir- regolarmente in tutto il parenchima corticale, ma i più vicini ai fasci conduttori hanno percorso regolare, parallelo, e nel nodo la maggior parte seguono diretti, mentre son pochi quelli che, curvandosi semplicemente senza presentare ramificazioni, accompa- gnano le traccie fogliari. 11 medesimo tipo si riscontra nell'internodo e nodo dell' E. ceratocarpa Ten., colla sola differenza che in questa i laticiferi sono numerosissimi anche in tutto il midollo vicino alla zona vascolare , fra i gruppi dei vasi e se ne trova qualcuno e nella parte cribrosa e fra i gruppi di cellule meccaniche che la pro- teggono. La medesima cosa avviene neil' E. amijgdaloides L. Neil' E. spinosa L. si ha la zona vascolare molto spessa e il midollo ridotto. 1 laticiferi si trovano in buon numero attorno alla parte cribrosa e seguono il tipo già descritto meno che nel nodo, ove una piccola parte dei vasi acquista un percorso un po' irregolare, dà ramificazioni e forma un gomitolo piccolo, circoscritto all'ascella e intorno alla traccia fogliare. La medesima descrizione vale per Y E. Peplus L. e per YE. Apios L., e vi assomiglia YE. Characias L., i cui laticiferi sono però ancor più a con- tatto colla zona cribrosa, e YE. helioscopia L., che ha il gomitolo del nodo molto ridotto. La Poinsettià pulcherrima Grah. ha la solita zona conduttrice completa con pic- coli gruppi meccanici, i laticiferi grossi, ma non numerosi, e regolari come nelle Eu- phorbia. Si trovano nella corteccia vicino alla parte- cribrosa, qualcuno penetra anche fra i suoi elementi, al nodo si ramificano e formano il gomitolo piuttosto esteso fra ed attorno alle traccie fogliari, con rami che vanno fin sotto l'epidermide. La Gym- nanthes elliptica Sw. si riporta a questo medesimo tipo, meno che i laticiferi man- cano nella porzione cribrosa e son più numerosi nella corteccia. Lo stesso dicasi pel Croton ci I itilo- rjlaiidulosum Orteg.. Per le altre specie di Croton, mancando il mate- riale, non abbiamo potuto esaminare bene il percorso dei laticiferi nel fusto ; ma da quel poco che abbiamo visto non dovrebbero variare dal tipo accennato. Nei piccioli generalmente i fasci conduttori o a cordone centrale, od a ventaglio o a cerchia completa sono sempre accompagnati da laticiferi regolari, paralleli, che occu- pano la medesima posizione che avevano nel fusto. Neil' Euphorbia ceratocarpa in una sezione della rachide troviamo i fasci con- duttori, disposti quasi a ventaglio, difeso da un largo collenchima. Le nervature se- condarie scorrono anch'esse molto vicine al palizzata. Nella rachide e nervature prin- cipali i laticiferi grossi e numerosi si trovano attorno al fascio conduttore, formano come una guaina e scorrono regolarmente paralleli ; nelle medie invece si trovano solo attorno alla parte cribrosa, e su di essi vengono ad appoggiarsi numerose le cellule del parenchima lacunoso. Molti si prolungano e scorrono isolati in quest'ultimo tes- suto, oppure perfettamente a contatto col palizzata e talvolta, facendosi largo fra le sue cellule, vanno ad appoggiarsi fin contro quelle del tessuto epidermico (Tav. II, fìg. 11). Allo stesso modo si comportano E. spinosa, E. celioscopia, E. Charaeias; molto si- mili si presentano VE. dendroides, VE. Peplus, VE. amygdaloides, ma i laticiferi iso- lati sono scarsi e pare non penetrino nel palizzata. Nelle foglie dell' E. Apios i lati- ciferi seguono il tipo sopra descritto solamente nelle grosse nervature, ma terminano in esse, e non se ne trova più traccia né nelle piccole, ne nei parenchimi. Anche nella Poinsettià pulcherrima la rete vascolare è molto simile a quella delle Euphorbia, come pure il percorso dei laticiferi, grossi e numerosi attorno alle ner- vature. Vasi isolati scorrono sotto il palizzata con rami che penetrano fra le sue cel- lule; la medesima cosa avviene nella Gymnanthes elliptica, dove si hanno pure le terminazioni quasi sempre coli' estremità ingrossata a clava (Tav. II. fìg. 12). Fra tutte le piante esaminate le diverso specie di Croton si prestano stupen- damente allo studio, perchè ricchissime di latice, che nell'alcool, oltre al rappren- dersi, assume naturalmente un forte color bruno-rossastro, e questo rende visibilissimi i vasi laticiferi per sé stessi, del resto, già grossi e facili a vedersi. Tutte le specie studiate si comportano perfettamente allo stesso modo , perciò ci limiteremo a descri- vere il Croton aucubaefolium. Tutta la rete vascolare è però alquanto lassa come pure il parenchima lacunoso composto di grosse cellule abbastanza regolari, che limi- tano cavità tondeggianti. I laticiferi sono straordinariamente numerosi; pochi attorniano le nervature, mentre i più scorrono irregolarmente per tutta la foglia, si ramificano in ogni direzione, come si vede nella fìg. 13 (Tav. Ili), che rappresenta il mesofillo in un ta- glio tangenziale all'epidermide; si portano sotto e tra il palizzata (Tav. HI, fig. 14), terminando distintamente tanto contro l'epidermide inferiore che superiore (Tav. Ili, — 29 — fig. 15), spesso a doppia ramificazione addossata contro tre o più cellule (Tav. Ili, fig. 16). In nessuna altra specie trovammo così sviluppati i laticiferi, e la speciale guaina che in- torno ad essi formano le cellule del tessuto spugnoso è molto manifesta, sicché i rap- porti che prendono direttamente o indirettamente col tessuto assimilatore sono nu- merosi. Un bell'esempio di rapporto indiretto ce lo fornisce la fig. 17 (Tav. IV), in cui si vedono due grosse cellule collettrici appoggiate da una parte contro il palizzata e dall'altra contro una sola cellula, che a sua volta si appoggia su un grosso lati- cifero. Questo poi viene chiuso come in una guaina da due altre cellule del mesofillo, di forma semilunare. Simiglianti disposizioni trovansi nel C. discolor W., C. appen- diculatum, C. picturatum, C. nobile, C. Moreanum, C. ciliato-glandulosum. Papaiacee. Intorno a questa famiglia, per mancanza di materiale non abbiamo potuto fare che pochissime osservazioni, sicché non abbiamo avuto che risultati imperfetti. Anche il De Bary (') si limita, per quanto ci riguarda, a notare che i laticiferi, mentre mancano nel midollo dell'internodo, formano una rete in quello del nodo; che nel peduncolo e nella lamina fogliare seguono i fasci vascolari, accompagnando e toccando trachee e vasi cribrosi; ed infine che nel parenchima terminano con rami anastomizzantisi. Nel fusto della Vasconcellea hastata Car. troviamo una complicatissima zona vascolare formata da grossi e piccoli fasci, con la zona cribrosa sviluppatissima, cir- condata da numerosi gruppi meccanici stretti lateralmente, ma sviluppatissimi nel senso radiale, e anastomizzati longitudinalmente in modo variabilissimo. Nel midollo, delle tracce fogliari che si staccano dal fusto, le mediane escono curvandosi sem- plicemente all'esterno, mentre le laterali, prima di riunirsi alle altre, hanno un percorso alquanto curvo a spirale e traversano un lungo tratto del parenchima cor- ticale. I laticiferi, piccoli ma numerosissimi, offrono un tipo speciale che si può considerare intermedio fra quelli già studiati e quelli veramente articolati delle Campanulacee, sebbene più vicini a questi ultimi. Formano una rete perfettamente anastomizzata a maglie strette irregolari, che circondano i gruppi meccanici, man- dano molte ramificazioni tra i fasci legnosi, prolungantesi talvolta fin nel midollo, poche invece attraverso la corteccia, dove assumono un percorso più regolare. Al nodo, all'uscita delle traccie fogliari, i laticiferi che si trovano attorno e tra i loro elementi, seguono naturalmente il percorso dei fasci, mentre invece le ramificazioni corticali diventano irregolarissime, presentano a loro volta numerosi rami e anastomosi, for- mando una vera e fitta rete, che però non si spande nel midollo, come accenna in generalo il De Bary. Simile disposizione offre il fusto della Carica Papaia; altret- tanto non si può dire per una specie innominata di Carica, non avendo potuto esami- nare il fusto. Nei piccioli delle due prime specie si ha il medesimo sistema di fasci e laticiferi studiati nel fusto ; in quello della Carica sp. la zona cribrosa ha di più, una difesa completa di cellule meccaniche; ed i laticiferi formano bensì una rete, ma solamente limitata attorno ai gruppi meccanici, e fra questi ed il legno. (') De Bary, loc. cit. — 30 — Nella lamina della V. hastata, i laticiferi, nei t'asci principali, si comportano come nel fusto, e formano una rete finamente aiiastomizzata, che avvolge la zona cribrosa: invece nei fasci minori si riducono molto di numero fino a trovarsene uno solo ; allora però cambiano disposizione, divengono paralleli, nò più danno ramificazioni laterali o longitudinali, terminano nei medesimi fasci e per conseguenza non si trovano inai isolati- Essi sono in rapporto coi tessuti verdi mediante le numerose cellule collet- trici che li attorniano. Cosi si comporta la L'urica sp. Nella C. Papaia troviamo invece di più. numerosi rami che partono isolati dalla rete circondante i fasci, percorrono irregolarmente tutto il parenchima spugnoso, ramificandosi alla lor volta di nuovo, e si avanzano, sotto e tra le cellule del palizzata, fin contro il tessuto epidermico. MUSACEE. Per questa famiglia non troviamo nessuna notizia particolare che ci riguardi, ed anche i nostri risultati sono piuttosto imperfetti, non avendo potuto esaminare che diverse specie del genere Musa e, per di più, soltanto il picciolo e le lamine fogliari. Siccome si sono presentate perfettamente simili fra loro, ci limiteremo a descriverne una: la Musa rosacea Jacq. Nel picciolo sonvi grosse lacune aree, che riducono a ben poco il parenchima fondamentale, dentro cui sono sparsi irregolarmente i cordoni fìbro-vascolari, composti di pochi elementi e difesi da archi di fibre meccaniche. Il latice non scorre più in canali come quelli studiati fino ad ora, ma in speciali lacune che chiameremo col De Bary : sacchi laticiferi, senza entrare menomamente nella que- stione della loro formazione. Questi sacchi sono di vario diametro, generalmente però sempre grossi ; accompagnano i fasci conduttori longitudinali in piccolissimo numero, e si trovano o attorno ad essi a breve distanza, oppure immersi fra i loro elementi. Nella foglia v' è un esteso tessuto probabilmente acquifero e la rete vascolare ha ner- \ ature sempre abbastanza grosse, composte da un fascio conduttore come quelli del picciolo, contornato però da un forte tessuto di difesa, composto da robuste cellule liberiane, specialmente alla parte superiore ed inferiore. I sacchi laticiferi, in numero vario da uno a tre o quattro, si trovano nella parte esterna, oppure immediati- mente attorno a quest'ultimo tessuto, e, quando stanno superiormente, le cellule del palizzata contribuiscono direttamente alla loro formazione. Questi sacchi non si tro- vano mai separati dai sistema conduttore, ma o mediante le cellule del laschissimo tessuto spugnoso o direttamente come si è detto sopra, sono in stretti rapporti col tes- suto assimilatore. Similmente costruite trovammo le seguenti specie: .)/. discolor Hort. : M. Emete Urne. ; M. sapientoni L. ; M. paradisiaca L. : M. sinensis Kw.: .)/. spe- ciosa Ten.. A.RACEE. Sui laticiferi delle Aracee, Van Tieghem nel suo lavoro: Recherches sur In struc- ture des Aroidées (') dà alcune notizie generali; nota p. es. come i laticiferi che i \:m. -'irli. nato. 5" sèrie, t III. pag, 72. — 31 — accompagnano i fasci si moltiplichino e mandino nel parenchima circostante rami innu- merevoli, che si avanzano soli o in gmppi di due o tre fin sotto l'epidermide. Il De Bary nulla dice che ci interessi : invece recentemente il Dalitzsch in un lavoro molto im- portante ('), nel quale passa in rivista le idee di Hanstein, Trécul, Van Tieghem sui diversi tipi e i diversi percorsi dei laticiferi che accompagnano i fasci vascolari , tratta anche delle loro ramificazioni, che penetrano nei parenchimi, delle anastomosi, ecc., benché non accenni affatto alla questione, di cui ci occupiamo. Anche in questa famiglia il latice scorre in sacchi, del tutto simili a quelli delle Musacee. Nel Caladium eru- bescens il fusto ed il picciolo hanno una grandissima quantità di lacune aeree più o 'meno grosse, a sezione circolare, per cui anche in esso è molto ridotto il parenchima fondamentale in cui sono immersi irregolarmente i cordoni conduttori composti di pochissimi elementi vascolari e cribrosi, con rare anastomosi trasversali che li met- tono in comunicazione fra loro. I sacchi laticiferi si trovano quasi sempre in tutti i fasci, all'esterno della porzione cribrosa, talvolta anche vicino ai vasi; sono piccoli e presentano un aspetto speciale dovuto a piccole protuberanze che hanno lateral- mente e che s'insinuano fra le cellule più vicine. Talvolta tali sporgenze acqui- stano una certa importanza, poiché si allungano e ramificano, e scorrendo per un tratto abbastanza lungo mettono in comunicazione vari laticiferi. Nella lamina la rete vasco- lare è molto lasca, con nervature di media grandezza, contenenti un piccolo numero di vasi, che scorrono sotto o vicino al palizzata. Il parenchima lacunoso, lasco e con grandi cavità aeree, è invece sempre molto stretto attorno e vicino ai fasci conduttori, ed in esso si trovano numerosi i sacchi laticiferi (Tav. IV, fig. 18). Anche nella lamina questi mandano piccole prominenze fra cellula e cellula, e possono assumere un per- corso irregolare, dar rami laterali che si possono anastomizzare fra loro, e che isolati penetrano in ogni direzione fra il parenchima, arrivando anche contro le due epider- midi. Dei piccoli rami scorrono talvolta orizzontalmente fra una serie e l'altra del palizzata, come si vede in sezione trasversale nella fig. 15 (Tav. Ili), ed alcuni, ma raramente, si appoggiano perfino agli stessi fasci. Nel Syngonium auritum L. troviamo i sacchi laticiferi del fusto e del picciolo piccoli in proporzione di quelli della lamina, ma seguono il tipo del Caladium. Le rami- ficazioni che attraversano il palizzata e si mettono in comunicazione coli' epidermide sono più numerose, ed i rapporti col tessuto assimilatore divergono perciò estesissimi (Tav. IV, fig. 19). Appartenenti pure a questo medesimo tipo sono Y Homalomeaa rubra Hassk. e YAglaonema commutatura Scott.; però i sacchi isolati sono in piccolo nu- mero e molto ridotti. NeYY Alocasia metallica Sch. i sacchi laticiferi sono molto piccoli ma numerosis- simi ; si presentano con un aspetto diverso da quelli già osservati, perchè hanno mol- tissime ramificazioni, che fanno comunicare fra loro tutti i vasi e formano una rete ana- storubzata attorno ai fasci longitudinali e trasversali, con piccoli rami che s'inoltrano tra le cellule del parenchima e vi terminano a fondo cieco. Anche nelle foglie se- guono questo medesimo tipo, e dalla rete che attornia i fasci, si staccano numerosi (') Max Dalitzsch, Beitruge sur A'enntniss der Blaltanatomie der Aroideen. Botanisches Cen- Iralblatt, 25 Band, pag. 317. — 32 — rumi ohe percorrono irregolarmente tutto il parenchima ; alla lor volta si dividono e ridividono terminando nel parenchima stesso o contro i tessuti epidermici. Similmente si comportano i Bacchi laticiferi del Xanthosoma roseum Scott., con bellissime rami- ficazioni, non così numerose come néil' Aloeasia, sebbene anch'esse presentino impor- tanti relazioni coi tessuti assimilatori e collettori (Tav. IV, fig. 20). Nel fusto e nelle foglie della Dieffenbachia Seguine Schott. troviamo tanto nei fasci che nei sacchi il tipo dell' ' Homa lomenti, ma mancano quelli isolati, perchè ces- sano sempre insieme alle nervature, né danno vere ramificazioni laterali. LOBELIACEE. Anche per i laticiferi di questa famiglia non troviamo che poche indicazioni gene- rali nel De Bary; d'imporrante vi è notato soltanto che nel fusto di Siphoeampyìm mane! tir fin rus alcuni rami isolati giungono alla superficie superiore dell'epidermide e sporgono formando come piccole papille. Questa particolarità non l'abbiamo potuta tro- vare nei tre Siphocampylus che abbiamo esaminati e di cui si parla in seguito. Nelle Lobeliacee i vasi laticiferi sono piccoli, e appartengono al tipo di quelli articolati, percui formano una rete completa, abbondantemente anastomizzata: Nella Lobelia Erinus L. la zona fibro-vascolare è regolare, e da essa si stacca al nodo un gruppo di fasci che vanno nel picciolo. Attorno al cambio, immersi nella zona cri- brosa stanno i laticiferi, non in gran numero, sicché lo spessore radiale della rete è poco considerevole. Le maglie irregolarissime sono piuttosto strette e alquanto allun- gate. Al nodo una piccola parte della rete esce curvandosi semplicemente con la parte cribrosa della traccia fogliare in cui si trova, e la rimanente si richiude all'ascella per riformare la zona continua interrotta per un breve tratto dalla uscita dei fasci conduttori. Similmente si comportano: la Lobelia eccelsa Leschen.. ma con rete più ricca radialmente, la Tupa cra&sicaulis Hook., la T. ignescens e il Siphocampylus ignescens. Nel S. caaus Pohl. e nel S. coccineus si ha pure questo tipo con poche varianti, perchè la rete è più ricca ed inoltre invia ogni tanto dei rami irregolari che si ridividono nella corteccia e vanno fin verso l'epidermide. Questi rami corticali sono più numerosi nel nodo specialmente vicino al distacco dei fasci, e all'ascella fogliare. Nei piccioli i fasci disposti a ventaglio presentano nella porzione cribrosa la rete dei laticiferi come nel fusto, ma forma, naturalmente, soltanto un arco. Anche dalla rete del picciolo nelle due ultime specie di Siphornmpyliis partono ramifica* zioni che si spingono fin sotto l'epidermide. Nella lamina fogliare di Lobelia Erinus la rachide seguita ad avere la dispo- sizione vascolare del picciolo, le nervature grosse e medie hanno la struttura ordinaria, e presentano i laticiferi che formano la solita rete anastomizzata, a maglio più rego- lari, più scarse ed allungate. Nelle piccole nervature ed anche nelle estreme i lati- ciferi sono ridotti a due o tre con percorso parallelo, regolare, e non formano più rete od anastomosi. Dai laticiferi che accompagnano i fasci, siano a rete o paralleli, par- tono numerosi rami laterali o terminali, che percorrono il parenchima Bpugnoso, ramificandosi a lor volta irregolarmente ed arrivando colle loro ultime diramazioni - 33 - rimpiccolite tanto sotto e tra le cellule a palizzata, che contro le due epidermidi (Tav. IV, fig. 21). Uguale disposizione osservasi nella L. excelsa; somigliante è quella delle tre specie di Siphocampylus ; però i rami isolati sono in molto minor numero. Anche la Tupa ignesceiis e la T. crassicaulis si rassomigliano al tipo descritto, meno che i laticiferi anche nelle grosse nervature hanno un percorso quasi regolare e parallelo con poche anastomosi. Campanulacee. Intorno al percorso dei vasi laticiferi nella foglia delle Campanulacee il De Bary non dice nulla; invece parlando di quelli del fusto avverte che generalmente man- cano nel legno secondario e nel parenchima midollare. Però per alcune specie riporta l'opinione di Trécul ('), che insiste molto sulla distribuzione dei vasi che dalla cor- teccia vanno al midollo traversando il corpo legnoso e mettendosi in comunicazione cogli elementi del legno. Nel medesimo lavoro di Trécul troviamo pure accennato che « la rete anastomizzata seguita nelle nervature, con maggiori o minori anastomosi secondo la grandezza dei fasci, e perfino nel parenchima non percorso dalle trachee » . A questo proposito è pure importante ricordare che Van Tieghem ( 2 ) , trattando delle Liguliiiore, modifica in parte l'opinione di De Bary, cioè che la rete laticifera si trovi al limite esterno dei vasi cribrosi ed anche fra essi. Egli invece la pone nello strato esterno sotto endodermico del periciclo, e siccome lo spessore di questo può essere vario, così possiamo trovarla perfettamente a contatto colla porzione cibrosa. Ecco ciò che abbiamo osservato noi. Nella Canarina Campanula Lam. la zona vascolare è completa, colla parte cribrosa molto sviluppata ; da essa al nodo si stac- cano due gruppi di fasci che si ridividono e si complicano molto per entrare nelle foglie opposte e nei rami secondari. I vasi laticiferi piuttosto grossi e numerosi for- mano una rete completamente anastomizzata, a maglie strette, piuttosto lunghe nel senso longitudinale; vi sono però anche piccoli rami che terminano a fondo cieco. Questa rete si trova dentro alla zona cribrosa, fra i suoi elementi, che segue anche quando al nodo avvengono le divisioni delle tracce fogliari. Così si forma ima piccola inter- ruzione nella rete principale, ma presto cessa, perchè all'ascella della traccia fogliare, si ricompleta subito, insieme alla zona vascolare. Però qui avviene una particolarità che manca nelle Lobeliacee: cioè, dalla zona vascolare che ha già dato origine ai gruppi fogliari e rameali, e propriamente dalla parte più vicina a questi ultimi, alcuni vasi accompagnati da molti elementi cribrosi si avanzano irregolarmente nel mi- dollo e si riuniscono nel mezzo, formando così una comunicazione diretta fra le due parti opposte del fusto. Tale comunicazione non si spande in tutto il midollo, ma è solamente ristretta ad ima zona centrale che in sezione longitudinale appare molto sottile. Anche i laticiferi prendono grandissima parte a questa comunicazione, e infatti tra gli elementi cribrosi troviamo ima parte della solita rete, a maglie più irregolari e più fitte di quelle del fusto. Questa porzione è formata da numerosi rami prove- nienti dalla rete dell'internodo inferiore e superiore, con un percorso breve, ma irre- golare e molto complicato. (') A. Trécul, Des latici fèresdans les Campanulacées. Adansonia Tom. VII, pag. 174. ( 2 ) Ph. Van Tieghem, Ann. des. scien. nattir. VII Sèrie, toni. 1, 1885, pag. 13. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 5 — 34 — I vasi laticiferi della Campanula Cervicaria L. possiamo riportarli a questo medesimo tipo ; si trovano pure nella zona cribrosa, però sono più piccoli, più nume- rosi e disposti più irregolarmente a formare una ritta rete a maglie strette. Al nodo si staccano dal fusto tre gruppi di fasci che vanno nelle foglie con percorso regolare e una parte della rete laticifera li accompagna semplicemente senza che qui si formi la minima traccia di comunicazione attraverso il midollo. Simile struttura offrono la C. gregaria, la C. gracilis Bert., la C. Rapunculus L.. il Trachelium coerideum L.. e la Iasione montana L.. La C. Vidalii Vats. ha la rete molto spessa radialmente e rittissima, perchè i laticiferi sono in numero grandissimo. Al nodo, l'interruzione for- mata dalla parte che si stacca col gruppo fogliare, si richiude subito, ed allora, dalla rete laterale all'ascella della traccia fogliare, partono numerosi rami che vanno nella corteccia, dove alla lor volta si ramificano ed arrivano fin sotto l'epidermide. Nei piccioli abbiamo il cordone vascolare centrale disposto a ventaglio ; nella por- zione cribrosa seguita la rete laticifera perfettamente come nel fusto. Nella lamina fogliare di Collarina Campanula la rachide e le nervature princi- pali, sempre piccole, hanno la struttura del picciolo, mentre nelle altre troviamo molto sviluppata la parte vascolare, che scorre sotto il palizzata ; tutta la rete delle nerva- ture è molto lasca e lascia maglie che sono molto grandi. La rete dei laticiferi arti- colati continua come nel picciolo e nel fusto anche nella rachide e nervature più importanti; ma poi cessa, e le fa seguito un numero limitatissimo di vasi paralleli, non anastomizzati, che accompagnano le nervature minori. Tanto dalla rete che da questi ultimi partono numerosi rami, che penetrano nel parenchima spugnoso e , o l'attraversano per riunirsi ad un fascio opposto, o si ramificano e terminano in esso, contro gruppi di cellule collettrici. Talvolta dei rami, però sempre in pic- colo numero, arrivano fra le cellule del palizzata fin contro l' epidermide superiore. La Campanula Cerricaria si rassomiglia molto a questo tipo, anzi i vasi isolati sono più numerosi e inviano maggior numero di rami laterali, che penetrano fino alle due epidermidi; lo stesso dicasi per la C. gregaria, C. gracilis C. Rapunculus, e perii Tra- chelium coeruleum. Nella C. Vidalii troviamo sviluppatissimo il palizzata composto di tre file di cellule, la rete vascolare è più numerosa di nervature ed ha maglie più piccole 1 laticiferi in tutta la lamina sono come quelli già descritti, danno rami laterali nu- merosissimi, che in generale si dirigono irregolarmente nello spugnoso fino all'epider- mide inferiore, mandando altri rami secondali fra cellula e cellula. Non mancano però quelli, che invece attraversano il palizzata per arrivare alle grosse cellule epidermiche superiori (Tav. IV, fig. 22). Nella Jasione montana i laticiferi seguono il tipo descritto delle Campanula , ma però rimangono sempre nella zona cribrosa, e non danno mai rami laterali o ter- minali, che scorrano isolati nei vari tessuti. ClCORIACEE. Intorno ai laticiferi di questa famiglia abbiamo un lavoro importante di Trécul (') che dapprima descrive il percorso dei vasi laticiferi nel fusto e nella radice, poi nelle (') A. Trècal - Des latinifèrcs ics Chicoriacées - Adansonia, Tome VII pag. 169. — 35 — foglie, ove son situati alla parte inferiore delle nervature. Dice che sono anastomiz- zati come quelli del fusto , che però nelle piccole -nervature si trova un solo la- ticifero e che inoltre alcuni sono isolati. A proposito dell'emissione di gocce di latice osservata dal Carradori nel 1805 nella Lactuca sativa, ne trova la spiegazione osser- vando che tale fenomeno è causato dai rami laticiferi che si elevano verticalmente, pia o meno obliquamente dalle nervature e arrivano fin sotto la cuticola , che essendo alterata, come pure la membrana del vaso, può permettere l'uscita del liquido al minimo contatto, come p. es. a quello d'ima formica. Anche nella Lactuca altissima, virosa, Scariola, augustaua, strida, Dregeana, quercina, cracoviensis, livida, sativa, avviene il medesimo fenomeno. Nel fusto del Sonchus oleraceus L. abbiamo una struttura del sistema conduttore complicata; essa è formata da una zona di piccoli e grossi cordoni fibro-vascolari, colla parte cribrosa molto sviluppata. Nel nodo, per entrare nella foglia un gruppo di questi cordoni escono incurvandosi, quelli mediani direttamente all'esterno, quelli laterali facendo un percorso più lungo e alquanto spirale nella corteccia e si riuniscono ai primi per poi ridividersi e suddividersi in modo complicatissimo. Inoltre al nodo il midollo è traversato quasi completamente in tutta la sua larghezza da una rete spe- ciale a maglie larghe tondeggianti, formata da elementi, provenienti dai fasci midol- mari, che contraggono ivi anastomosi frequenti con quelli della cerchia. I vasi lati- ciferi del tipo articolato, sono piccoli, numerosi e formano una rete a maglie strette irregolarissime, che si trova completamente attorno e nella parte più esterna della zona cribrosa dei fasci delle cerchia e dei midollari. Queste porzioni comunicano fra loro con diramazioni laterali, ma specialmente è nel nodo che, seguendo sempre le tracce fogliari, si riuniscono in modo variabilissimo fra loro, poi si rispezzano per formare le reti che attorniano i gruppi fogliari. Alcune diramazioni dei laticiferi ac- compagnano sempre gli elementi, che attraversano il midollo, come sopra abbiamo detto. Il S. arvensis L. si comporta in modo simile. Nel S- asper L. abbiamo un percorso alquanto diverso, ma pure complicatissimo, anche per la presenza dei fasci midollari periferici. Al nodo, l'uscita dei fasci ha luogo come nel S. oleraceus. La rete laticifera riveste le parti cribrose, specialmente quelle dei fasci midollari, mentre è rada nell'esterne vicino ai gruppi meccanici sot- toepidermici. Ritorna però molto ricca anche in questi nella complicata ramificazione, simile a quella sopradescritta, dei fasci conduttori al nodo fogliare. Nel Tragopogon porrifoliitm L. si ha una disposizione molto simile alla prece- dente, ma la zona vascolare è quasi continua, con le porzioni cribrose molto ridotte. Nel nodo è complicatissima il distacco delle traccie fogliari, e la rete laticifera riveste sempre al solito la parte cribrosa, ma è formata da un numero scarso di elementi, ed è ridotta ad ima sola fila irregolare. A questo medesimo tipo possiamo ascrivere la Crepis vesicaria L. e la C. neglecta L.. Le foglie sessili di queste diverse specie hanno tutte una grossa rachide, da cui si partono le nervature in maggiore o minor numero secondo i generi. Nel Sonchus oleraceus la rachide è formata da un grosso cordone di fasci disposti a ventaglio ; così avviane nelle grosse nervature, mentre nelle altre che scorrono addossate al paliz- zata, si hanno pochi vasi e pochissima parte cribrosa. Nelle prime, seguita la rete — 36 — anastoinizzata del fusto, ma presto cessa e si cambia in rari vasi paralleli, che non uni- vano nemmeno fino alle piccole nervature, né mai si presentano isolati. Lo stesso vale pel S. arvensis, pel S. asper, e per la Crepis veùcaria. Nel Tragopogoa porrifolium i fasci delle nervature hanno bene sviluppata la porzione vascolare e poco la cribrosa. Al limite estremo troviamo grossi laticiferi ma in piccolo numero, e con decorso quasi regolare parallelo, meno nelle grandi nerva- ture dove presentano una laschissima rete, con' rare anastomosi. Solamente qualche piccolissimo ramo si trova, isolato, penetrare fra tre o quattro cellule dello spugnoso, vicino alle nervature. La C. negletta, sebbene simile alla C. veùcaria, ha, ma in numero limitato veri vasi isolati, perchè qualcuno di quelli che accompagnano i fasci, si prolunga nel parenchima e talvolta si ricurva superiormente, penetrando anche fra il palizzata (Tav. V, fig. 23). Papaveracee. Secondo il De Bary i vasi laticiferi di un fascio vascolare nel tipo Papaver non si uniscono a quelli dei vicini lungo l'internodo, e nel parenchima fogliare formereb- bero alla loro terminazione un'impo .'tante rete ramificata. Nella foglia del tipo Che- Mdonìum si ha la medesima rete, ma nel picciolo o nel fusto una parte dei vasi si tro- vano all'interno della porzione cribrosa vicino alla zona vascolare, gli altri alla faccia esterna con ramificazioni corticali. Trécul nel suo lavoro Des laticifere^ dans Ics Pa- pavéraeées (')> sebbene si occupi specialmente dell'origine e della formazione dei lati- ciferi, non manca di notare lo stretto rapporto che essi hanno coi fasci vascolari, ba- sandosi molto sulla loro reciproca distribuzione nel fusto e nel picciolo; trascura però in massima parte il lembo fogliare. La zona conduttrice nel Papaver Rhoeas L. è formata da cordoni vascolari più meno grossi con elementi cribrosi abbastanza sviluppati ; nel nodo una parte di essi vanno a formare i fasci fogliari, senza presentare la complicazione offerta dalle Cicoriacee. I lati- ciferi sono piuttosto grossi, numerosi, vicini fra loro, e stanno immersi nella parte cri- brosa vicina al cambio, formando ima sola linea ad arco. Mantengonsi nell'internodo quasi regolari, paralleli, al nodo seguono sempre la parte cribrosa delle tracce fogliari. ma si biforcano, diventano irregolari e formano una piccola rete anastomizzata, che presto cessa por riformare i vasi regolari del picciolo e del fusto. Non si trovano mai né rami corticali, uè midollari. Nel P. somuiferum L. e nel P. orientale L. troviamo un percorso molto simile tanto dei fasci, che dei vasi, i quali però sono meno regolali e nel nodo formano la rete più estesa, a maglie più fitte e complicate. Nella Bocconìa cordata W. i laticiferi sono più scarsi e si trovano quasi al limite esterno della svilup- patissima parte cribrosa ; invece sono numerossimi nell'Argentone mexicana L., e più estesi lateralmente in modo da formare un vero mezzo cerchio. Nella rachide e nelle grosse nervature del P. Rhoeas troviamo un cordone centrale simile a quello del fusto, come anche nelle piccole nervature, scorrenti sotto il palizzata. i'i \.l.iii- .niii. Tomo VII, pag. 145. . — 87 — I laticiferi seguitano a trovarsi sempre nella zona cribrosa al limite esterno, con percorso abbastanza regolare e parallelo, sebbene presentino biforcazioni e piccoli rami laterali, che formano una laschissima rete a maglie rade, allungatissiine. Le cellule del tessuto spugnoso formano guaina attorno al fascio conduttore, e si trovano così vicino ma non a contatto coi vasi laticiferi, che non si isolano mai. La stessa disposizione si ritrova nel P. orientale, nel P. somuiferum coi laticiferi molto vicini alla zona va- scolare ; invece nella Docconia cordata e nelYArgemoue mexicana, stanno quasi alla periferia. MORACEE. Il De Bary, riunendo dal punto di vista dei vasi laticiferi le Urticacee alle Apo- cinee ed Asclesiadee, non dà nessuna notizia particolare. Anche noi su questa fami- glia abbiamo risultati imperfetti non avendo esaminate che specie del genere ìicus. Nel suo fusto noi troviamo generalmente una zona completa conduttrice con la por- zione cribrosa difesa da gruppetti di fibre liberiane assai ispessite ; nel picciolo si ha la medesima disposizione, ma talvolta vi è im sol cordone centrale senza midollo. I laticiferi, più o meno grossi secondo le specie, sono regolari, paralleli nell'internodo, e si trovano sparsi in numero rilevante nella corteccia e nel midollo, qui, special- mente in ima cerchia vicino alla zona vascolare, sopratutto quando scompare parte del midollo ed il fusto è cavo internamente. Al nodo, come in molti altri casi, per- dono il percorso regolare, danno ramificazioni diverse e formano il solito gomitolo, molto più spesso nella corteccia, nell'ascella e attorno alla traccia fogliare, che nel midollo. Nel picciolo riprendono il percorso parallelo. Nella lamina molto spessa del Ficus elastica Eosb, il tessuto acquifero sottoepi- dermico è sviluppatissimo, lo spugnoso ha grandi lacune, la rete vascolare è piuttosto fitta, ed anche le ultime nervature contengono parecchi vasi che si trovano vicino al palizzata, da cui son divise da ima o due file di cellule. Tutto il fascio è rafforzato da numerosissime cellule cristallofore, ed inferiormente da un tessuto meccanico di grosse fibre sclerenchimate. I laticiferi accompagnano le nervature in numero vario, sempre minore, quanto più piccolo è il fascio, ma di quando in quando alcuni di essi l'abbandonano, oppure danno rami laterali che scorrono isolati nei tessuti vicini. Al- cuni giungono fino all'assimilatore, penetrano tra le cellule inferiori e tra le vere cel- lule a palizzata, arrestandosi ivi o facendosi strada, tra il tessuto acquifero, anche fino all'epidermide (Tav. V, fìg. 24 e 25). Anche in questa specie, nelle sezioni trasversali dei laticiferi (Tav. V, fig. 26) troviamo che le grosse cellule del tessuto acquifero, assu- mono una forma im po' più piriforme dell'ordinaria, dirigendo la punta a preferenza contro il laticifero. In maggior numero sono i rami che diretti nello spugnóso lo per- corrono in senso vario, in parte scorrendo da un fascio conduttore all'altro, in parte terminando liberi contro lo straterello di cellule palizzaciformi , ricche di clorofilla, che in queste piante si trova più o meno sviluppato al disotto dell'epidermide infe- riore, e che certamente assimila. Evidente, come in altre piante, è l'appoggiarsi che fanno sui laticiferi i rami di moltissime cellule del tessuto spugnoso, che compiono le funzioni di collettore e trasmissore dei prodotti d'assimilazione. Similmente si comportano il F. Benj-amina L- , F, Brasiliensis Link, F. bengalensù L. , F. cordata Tiibg. . /■'. nereifolia Reihw. (Tav. V. tìg. 27) 7''. Abelii. In molte altre specie abbiamo, è vero, la medesima disposizione dei diversi tes- suti e del sistema conduttore, ma i laticiferi, sebbene accompagnino i fasci, non si tro- vano mai isolati, né danno ramificazioni. Allora sono più numerosi vicini al palizzata dal lato dei vasi, e contro essi si appoggiano numerose cellule collettrici. Apparten- gono a questo tipo il /*'. microphylla, F. scabra Jacq., F. lauri [olia Lam., F. Sui in- garii , F. rubiginosa, /•'. stipulata Thunb., F. capensis Thbg. Dipsacee. A proposito di questa famiglia il Van Tieghem(') dice che nel sottile periciclo del fusto dei Dipsacus si trovano cellule secretici latiginose isolate od aggruppate, come pure nella foglia tra l'arco endodermico che riveste i fasci e la parte cribrosa. Noi abbiamo esaminato solo il Dipsacus pilosus L. , ma in esso ci sono i laticiferi comuni, piccoli, numerosissimi, immersi nella zona cribrosa, ove si mantengono abba- stanza regolari, quasi mai anastomizzati. Al nodo, al distacco delle traccie fogliari, divengono invece irregolari, anastomizzati, biforcati, e formano un piccolo gomitolo, che presto cessa per ridare origine ai percorsi regolari. Nella foglia si hanno nume- rose nervature, vicine al palizzata, colla porzione cribrosa sviluppatisslma, nella quale stanno i laticiferi, in gran nume/o, regolari, paralleli, e seguitano così in tutto il per- corso dei fasci conduttori, senza mai isolarsi, uè dar rami, che attraversino i tessuti. NlNFEACEE. Di laticiferi propriamente detti e simili a quelli già studiati non ne troviamo in questa famiglia ; essi sono sostituiti da speciali cellule laticifere, più o meno piccole, di forma varia e che occupano posizioni speciali secondo che si considerano le specie appartenenti alle Cabombee, Nupharee, Ninfee e Nelumbiee. Seguendo la descrizione che ne fa Van Tieghem, sul suo lavoro: Sur i' appare il sécréteur ci Ics a fi ni Ics de slruclure des Nymphcacées {-); abbiamo voluto vedere che rapporti tali cellule pren- devano coi tessuti assimilatoli, rapporti dei quali non è fatta parola nel detto lavoro. Però solamente nel Nelumbium speciosum W. siamo riusciti a vedere chiaramente le cellule laticifere niunerosissime sparse nel parenchima spugnoso, o aggruppate irre- golarmente. Intorno ad esse si appoggiano le irregolari cellule del mesotìllo, ed anche in buon numero le cellule collettrici (Tav. V, fig. 28); però non le troviamo mai fra le cellule del palizzata e nemmeno immediatamente al di sotto di esse. Invece l'epidermide inferiore vi si trova spesso a contatto, oppure solamente separata da una sola cellula. Come per le Dipsacee, anche per questa famiglia sono necessari studi più numerosi ed estesi alle diverse specie. f'J Second mémoire sur les canaux sécrfleurs des plantes. Ann. des scicn. natur. VII s^ric, tome I, 188Ò pag. 21. l'-j Balletto Soc. bota», de France. Tome XXXIII, issi;, pag. 72. — 39 — Per riassumere in poche parole i diversi rapporti che i laticiferi prendono col sistema assimilatore nelle diverse piante studiate, li raggrupperemo in alcuni tipi principali, secondo la loro importanza. Questi tipi non sono costanti nella medesima famiglia, anzi vi si trovano modificazioni importanti, certamente dovute alle diverse condizioni, al diverso sviluppo degli organi assimilatoli, ed al diverso bisogno che ogni singola pianta ha di trasportare più o meno celeramente le sostanze assimilate. Forse queste diversità non vi dovrebbero essere se i laticiferi facessero parte esclu- sivamente del sistema secretore. I tipi principali sono i seguenti: 1° I laticiferi penetrano insieme ai fasci vascolari del picciolo nella lamina fogliare, si diramano in essa accompagnando le nervature, ma non arrivano mai alle ultime piccole diramazioni, né si isolano nel parenchima del mesoflllo. In questo caso i rapporti col sistema assimilatore sono indiretti, poiché fra le cellule del tessuto spe- cifico assimilatore, cioè del palizzata e i laticiferi troviamo le cellule collettrici e di trasmissione, sopratutto del tessuto spugnoso. Quindi le sostanze elaborate dalle cel- lule verdi verrebbero trasmesse in parte ai laticiferi per via indiretta. Appartengono a questo tipo il Nerium Oleander, Cerbero, lactaria, Rhycospermum chinense, Va- scoiieella hastata, Carica sp., Dieffenbachia Seguine , .Iasione montana, Sonchus oleraceus, S. arvensis, S. asper, Crepis vesicaria, Euphorbia Apios, Papaver Rhoeas, P. orientale, P. somniferum, Bocconia cordata., Argentone Mexicana, Ficus micro- phylla, F. scabra, F. lauri/olia, F. Suringarii, F. rubiginosa, F. stipulata, F. ca- pensis, Dipsacus pilosus, Nelumbium speciosum. Nelle Musa, sebbene i laticiferi non s'isolino mai, i rapporti sono più diretti, perchè le cellule del palizzata stanno a con- tatto coi vasi, che accompagnano superiormente i fasci. 2° I laticiferi, oltre all'accompagnare i fasci, come si è detto sopra, si trovano per piccoli tratti isolati, specialmente nei parenchimi vicini alle nervature, sicché senza essere ancora in strettissimi rapporti col sistema assimilatore, perchè ne restano sempre divisi da un numero più o meno rilevante di cellule di trasmissione , pvu - e segnano una condizione più vantaggiosa della precedente. Essa si ritrova nella Beau- montia grandiflora , Rhyncospermum jasminoides, Vallesia cymbaefolia, Plumeria hypoleuca, Plumeria sp., Theuetia nereifolia, Blaberopus venenatus, Gomphocarpus fruticosus, Ceropegia elegans, Euphorbia dendroides, F. Peplus, E. amigdaloides, Homalomena rubra, Aglaonema commutalum, Siphocampylus ignescens, S. canus, S. coccineus, Tragopogon porrifolium. 3° A questo tipo apporteugono tutte quelle piante in cui i rapporti sono molto stretti ed evidentissimi, poiché i laticiferi, dopo aver accompagnato i fasci, o s'isolano o mandano numerosissime ramificazioni isolate, che attraversano irregolarmente il tes- suto spugnoso, il tessuto a palizzata (arrivando fin contro le cellule epidermiche), colle cellule dei quali stanno in strettissimi rapporti. Essi sono così i collettori più diretti delle sostanze assimilate in tutte le cellule verdi. — Riscontrasi nelle seguenti piante: Tanghinia veneniflua. Tabernaemontana coronaria, T. amygdalifolia , Plumeria bicolor, P. acuti (olia, Alyxia daphnoides, Vinca maior, Trachelospermum Thun- bergii, Arduinia bispinosa, genere Stapelia, Stephanotis floribunda, Hoja carnosa, Twedia coerulea, Cryptostegia grandiflora, Eiqihorbia penduta, E. splendens, E. Ti- rucalli, E. caput- Medusae, E. canariensis, E. ceratocarpa, Poinsettia pulcherrima, — 40 — Gymnanthes ellittica, genere Croton, Carica Papaya, Caladium erubescens, Syngpnium aurìtum, Alocasia metallica, Xanthosoma roseum, Lobclia Eriaus, L. eccelsa, Tupa ignescens, T. crassicaulis, Canarina Camminila, Campanula Gervicaria , C. gregaria, C. gracilis, C. RapunculiiSj C. Vidalii, Trachelium coeruleum, Crepis neglccta, Ficus elastica, F. Benjamina, F. brasiliensis, F. bengalensis, F. cordo tu . /•'. nereifolia, F. Abelii. Da queste brevi notizie sulla distribuzione e sul decorso dei laticiferi nelle varie famiglie che ne sono fornite, si vede che quei rapporti che 1' Haberlandt segnalò in poche specie col sistema assimilatore, si riscontrano nella gran maggioranza dei casi e, sebbene più o meno intimi, considerati dal punto di vista anatomo-fisiologico, pare a noi abbiano di certo una grande importanza per determinare l'ufficio che i laticiferi stessi compiono nelle piante, e cioè confermino l'opinione esposta dall'Haberlandt stesso, che questo particolare sistema di vasi o di cellule concorra nel trasporto delle sostanze plastiche o formative. 41 — SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE ('). Tavola I. Fig. 1. Sezione trasversale della foglia di Tanghinia veneniflua, nella terminazione d'un fascio con- duttore, circondato da vasi laticiferi. Un ramo d'essi si spinge fra le cellule del parenchima fogliare, verso l'epidermide superiore. (Ingrandimento 255/0 n 2. Sezione trasversale della foglia di Tanghinia veneniflua, con la terminazioni' d'un vaso lati- cifero. (Ingrandimento 255/i) " 3. Sezione trasversale della foglia di Plumeria sp., con due vasi laticiferi distinti, ed a sinistra una nervatura. (Ingrandimento 255/0 n 4. Sezione trasversale della foglia di Arduinia èispinosa, con un grosso laticifero, che dopo aver accompagnato un fascio conduttore, seguita biforcandosi. (Ingrandimento 255/0 n 5. Sezione longitudinale del fusto di Stapelia plani/torà, con un fascio conduttore e numerosi frammenti di vasi laticiferi. (Ingrandimento 55/,) » 6. Sezione trasversale del fusto di Stapelia plani flora ; porzione corticale con numerosi fram- menti e terminazioni di laticiferi. (Ingrandimento 55/0 Tavola II. Fig. 7. Sezione trasversale nella foglia di Stephanotis floribunda, mostrante un fascio conduttore lon- gitudinale e il taglio d'uno trasversale. Un vaso laticifero scorre sotto le cellule a palizzata ' (Ingrandimento 255/'i) » 8. Sezione trasversale della foglia di S. floribunda, con il taglio d'un fascio conduttore sor- montato da quello di due laticiferi, uno dei quali, il superiore, scorre tra la prima e la seconda serie di cellule a palizzata. (Ingrandimento 255/0 » 9. Sezione trasversale della foglia di Gryptostegia glandiflora, con la terminazione d'un fascio conduttore e due laticiferi. (Ingrandimento 255/0 » 10. Sezione trasversale della fogliolina di Euphorbia caput-M edusae ; con un laticifero che attra- versa il parenchima fogliare, fin sotto l'epidermide, contro cui termina. (Ingrandimento 255/0 n 11. Sezione trasversale della foglia di Euphorbia ceralocarpa , con la terminazione di tre latici- feri, due nello spugnoso, uno attraverso il palizzata, sotto l'epidermide superiore. (Ingrandi- mento 255/0 » 12. Sezione trasversale della foglia di Gymnaiithes elliptica, con un pezzo di laticifero, che, dopo aver corso appoggiato contro le cellule a palizzata, termina rigonfiato a clava. (Ingrandi- mento 255/0 (•). (Spiegazione delle lettere). N. B. I laticiferi sono colorati in rosso-bruno. e s = Epidermide superiore della foglia. p rn = Parenchima midollare. e i — Epidermide inferiore della foglia. /c=Fascio conduttore. «^Epidermide del fusto. Z = Lacune. p ;> = Parenchima a palizzata. e c = Cellule collettrici. p s = Parenchima spugnoso. t a== Tessuto acquifero. p e = Parenchima corticale. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. — 42 — Tavola HI. Fig. 18. Sezione del mesofillo del Croton aucubaefolium, parallela all'epidermide superiore, con una rete estesissima 'li laticiferi isolati. (Ingrandimento 1?0 - 1 1. Sezione del palizzata del Croton aucubaefolium, parallela all'epidermide superiore, con la terminazione di due laticiferi, uno dei quali biforcati'. (Ingrandimento 120/,) i 15. Sezione trasversale del Croton aucubaefolium, con diversi laticiferi nel parenchima spugnoso, e loro terminazione contro le due epidermidi superiore ed interiore. (Ingrandimento 2ÓÒ ,) n 1C. Frammento dello stesso, con terminazione caratteristica d'un laticifero contro più cellule epidermiche, e tagli di due vasi. (Ingrandimento 2.V. ,j Tavola IV. Fig. 17. Frammento di sezione trasversale di Croton aucubaefolium, rappresentante il taglio d'un laticifero messo in rapporto col palizzata da tre cellule collettrici. (Ingrandimento 500/,) n 18. Sezione trasversale della foglia di Caladium erubescens, con la terminazione d'un fascio con- duttore e due laticiferi (Ingrandimento 255/,). n 19. Sezione trasversale della foglia di Syngonium auritum, con un laticifero caratteristico delle Aroidee. (Ingrandimento 255/,) » 20. Sezione trasversale della foglia di Xanlhosoma roseum, con fascio conduttore e laticifero molto ramificato. (Ingrandimento 255/0 n 21 Sezione trasversale della foglia di Lobelia Erinus, con la terminazione d'un fascio condut- tore e d'un laticifero con ramificazioni che vanno al palizzata e alle due epidermidi. (Ingran- dimento 255/0 » 22. Sezione trasversale della foglia di Campanula Vidalii, con un laticifero che dal fascio ci n duttore va alle grosse cellule epidermiche. (Ingrandimento 255/0 Tavola V. Fig. 23. Sezione trasversale della foglia di Crepis necjlecta, con un fascio conduttore che copre un laticifero, la cui terminazione libera si ricurva e s'appoggia al palizzata. (Ingradimento 255 , 1 ■ 24. Sezioni- trasversale della foglia di Ficus elastica, con un laticifero, che attraversa il paliz- zata, si fa strada nel tessuto acquifero e termina ricurvo sotto le cellule epidermiche. (Ingran- dimento 500/0 •• 25. Sezione trasversale della foglia di Ficus elastica, con la terminazione d'un laticifero nello SVÌluppatÌS8Ìmo tessuto acquifero. (Ingrandimento 255/0 » 26. Sezione trasversale della foglia di Ficus elastica, con il taglio d'un laticifero nel tessuto acquifero. (Ingrandimento 500/0 » 27. Sezione trasversale della foglia di Ficus nercifolia, con la terminazione d'un laticifero verso l'epidermide inferiore. (Ingrandimento 255/0 n 28. Sezi trasversale della foglia di Nelumbium speciosum, con varie cellule laticifere, in rap- porto col tessuto collettore. (Ingrandimento 255/0 43 — Sulla distribuzione dei fasci fibrovascolari nel loro decorso dal fusto alla foglia del dott. CAMILLO ACQUA. (Tav. VI-VIII). Lo studio dell'anatomia vegetale, che in questi ultimi anni ha acquistato sempre maggiori proporzioni, ha condotto molti botanici all'esame del fusto, sia con criteri puramente anatomici, sia con criteri di anatomia applicata alla sistematica, ed altri parimenti condusse allo studio anatomico del picciuolo, specialmente come applicazione alla classificazione delle piante. Così tra coloro, che descrissero il decorso dei fasci nel fusto, mi limiterò ora a citare il Nageli ('), i cui lavori magistrali costituiscono il fondamento di questa parte d'anatomia vegetale. La scuola francese è forse stata la più feconda di autori, i quali abbiano trattato di anatomia del fusto e del picciuolo appli- cata alla sistematica, e in seguito si avrà più volte occasione di occuparsi di essi. Ma se noi procuriamo ritmile in una sintesi tutti questi lavori e dal loro confronto trat- tegiare l'intero decorso dei fasci nella pianta, ci accorgiamo che a un dato punto questo tentativo riesce impossibile e vi è una lacuna, che niun lavoro di anatomia generale si è accinto a colmare. Questa lacuna è costituita dalla grande insufficienza di cognizioni che si ha presentemente sul decorso dei fasci che discendono dalla foglia e raggiungono il cilindro centrale del fusto. Coloro che studiarono l'anatomia di quest'ultimo descrissero il decorso dei fasci fino al loro staccarsi dal cilindro e più in là non li seguirono ; gli altri invece, che rivolsero le loro ricerche all'esame del picciuolo, considerarono la disposizione dei fasci in questo senza occuparsi del come essa fosse originata ; sicché uno studio di anatomia generale sulla distribuzione dei fasci nel loro passaggio dal fusto alla foglia manca presentemente. Non bisogna però dimenticare le numerose monografie e di specie e di generi e più raramente di famiglie. Nella maggior" parte di esse si contengono sufficienti osser- vazioni, delle quali procurerò in seguito tenere il maggior conto possibile. Il presente lavoro è adunque una prima contribuzione allo studio del decorso dei fasci fogliari, e, per non allargare di troppo il campo delle osservazioni, si aggira uni- camente su piante dicotiledoni. Sarebbe in errore chi credesse essere l'oggetto delle mie ricerche lo studio dei diversi gruppi di piante dal punto di vista dell'anatomia comparata della foglia; iuvece (!) Ueber das U'achsthum des Stammes und der Wurzel bei den Gefusspìanzen. Beitrage zur wissenschaftliehen Botanik. Erstes Heft. Leipzig 1858. — 44 — mi sono prefisso uno scopo diverso: io ho cercato dei tipi distinti di decorso dei fasci fogliari, procurando d'assicurarmi che quella forma di decorso da me notata non costi- tuisse una anomalia accidentale, ma che, ripetendosi, in più foglie e in più individui, essa venisse realmente a costituire ciò che io ho chiamato: un tipo di decorso. Trovati così dei tipi distinti in diversi gruppi di piante, io ho cercato compa- rarli tra loro per scorgerne le relazioni e osservare se, collocando alle due estremità di una linea i due tipi più differenti, gli altri potessero occupare dei gradi intermedi dai più semplici ai più complicati. Ciò premesso, non si dovrà credere che i tipi de- scritti per un gruppo di piante siano i soli che possano riscontrarsi, ma semplice- mente che essi esistono, quali verranno descritti, in quei dati gruppi. È anche utile aggiungere come le presenti osservazioni si riferiscono soltanto a piante aventi foglie adulte ; ma inoltre è anche necessario notare, come, ciò non ostante, la possibilità di variare nella stessa specie esista sempre: infatti ho più volte tro- vati descritti in qualche monografia di piante, che erano già state da me studiate, oltre i tipi, che io aveva notati, altri diversi, che, variando l'età, l'ambiente, le con- dizioni di vita, non mancano di presentarsi. Il seguire passo passo le singole varia- zioni anatomiche, il descrivere i diversi tipi di decorso in .relazione con l'età, con la morfologia della pianta, non poteva formare oggetto di ricerche generali fatte in gruppi di piante diversissime, molte delle quali straniere, e quindi in condizioni diverse da quelle della loro patria. Ho premesso tutto ciò perchè dalle mie osservazioni non siano tratte erronee conclusioni. Debbo però ora aggiungere essere mia convinzione che i tipi riscontrati in un gruppo di piante siano in generale i più frequenti e quindi i più comuni. Essi saranno descritti ordinatamente a partire dai più semplici fino a giun- gere ai più complicati, e spesso comprenderanno dei sottotipi o delle varietà, a seconda che le specie, le quali vi appartengono, presenteranno per il lato che consideriamo una affinità maggiore o minore. Prendendo di mira questo concetto, le divisioni di famiglie, generi ecc. evidentemente scompaiono, poiché spesso troviamo aggruppate in uno stesso tipo piante tra loro diversissime; perciò dopo compiutane la descrizione nel modo che sopra lio detto, ho creduto opportuno riordinarle per famiglie in un quadro sinottico con accanto i rispettivi tipi di decorso e ciò affinchè riesca facile lo scorgere quali variazioni nel decorso dei fasci fogliari corrispondano a ciascuna famiglia. Dei criteri, dei quali mi sono valso per stabilire i diversi tipi, mi riservo a par- lare infine, quando la descrizione delle varie specie ci avrà fornito argomento per discorrere sulla importanza di essi. Intanto credo opportuno premettere qualche schia- rimento sul significato speciale che intendo dare ad alcune frasi, e ciò per meglio faci- litare al lettore l'intelligenza della descrizione. Io dico che la foglia s'inserisce sul fusto per due, tre o pii' cordoni secondo che i suoi fasci raggiungono la cerchia del fusto in due, tre o più punti tra loro di- stinti e separati il più delle volte da altri fasci preesistenti. Dico invece che Vin- one si fa per un solo cordone o per un solo gruppo di fasci, quando questi raggiungono la cerchia o in un solo punto o in punti tra loro vicini non separati il più delle volte da altri fasci preesistenti. Dico infine che l'inserzione si fa in piò ili un internodiOj quando una parte dei fasci fogliari raggiunge la cerchia poco dopo e entrata nella corteccia, e un' altra parte invece persiste per qualche tempo in — 45 — forma di cordoni corticali, unendosi alla cerchia nel primo o nel secondo internodio sottostante. Se noi conduciamo longitudinalmente un piano, che divida per metà fusto e foglia, scorgiamo che nei casi, ne' quali l'inserzione di quest'ultima si fa per un solo cor- done, esso è anche generalmente diviso dal piano ; nei casi d' inserzione per 3, 5 o 7 cordoni, uno di essi, cioè quello che si unisce col punto della cerchia più vicino alla foglia, è parimenti diviso dal piano, gli altri invece sono ad esso simmetrici. Io chia- merò il primo col nome di cordone o fascio mediano, gli altri denominerò cordoni o fasci laterali. Così nei casi d'inserzione per tre fasci si avrà un fascio mediano e imo laterale per parte : se poi l'inserzione avverrà per cinque o per sette fasci, si avranno oltre il mediano due o tre fasci laterali per parte. Da ultimo nei casi d'inserzione per due cordoni il piano passa nel punto mediano tra essi, senza dividerli generalmente. Un altro carattere, del quale mi sono valso per stabilire dei tipi e anche dei sottotipi, è la presenza o la mancanza di anastomosi. Alcune volte i cordoni che partono dalla cerchia del fusto prima di entrare nella foglia si dividono e si uniscono tra loro in un modo caratteristico e il più delle volte costante per una stessa specie. Questa anastomosi può avvenire anche lungo il picciuolo o in vicinanza del lembo o del piano d'inserzione delle foglioline. Altre volte esistono ambedue i casi, cioè vi è un' ana- stomosi doppia, alla base del picciuolo e nella parte superiore di esso. Prendiamo qualche esempio. Le foglie di Pelargonium sonale Willd. hanno tre fasci d'inserzione, e ciascuno di essi nell' uscire dalla corteccia si divide in tre parti, cosicché ne derivano nove fasci; allora essi s'intrecciano e si rifondono in modo da costituirne soltanto cinque. Uno sguardo dato alla fig. 1 della tav. Vili può far comprendere il processo ; i fasci laterali sono stati colorati in turchino e il mediano in rosso per far meglio risaltare l'intreccio. Nelle foglie composte di Conium maculatum Lin. troviamo che i fasci, i quali si portano ai piccioli secondarti o alle foglioline, scambiano sempre numerose ramifi- cazioni con tutti i loro vicini. Le fig. 7, 8 della tav. VII mostrano in sezione tra- sversale l'intreccio intimo che subiscono i vari fasci. Ora in tutti questi casi, nei quali i fasci fogliari prima di entrare nel lembo o nelle foglioline contraggono rela- zioni costanti e per il numero e per la regione della foglia in cui si presentano, io dico che esiste una vera anastomosi. Altre volte i fasci passano alla foglia tra loro disgiunti senza aver subito alcuna relazione di contatto. Molte Composte presen- tano questo modo di decorso, nel quale, come si vede, non vi è anastomosi. Una esatta linea di divisione manca però tra queste due forme, infatti anche nei casi, nei quali non vi è anastomosi, non è cosa rara lo scorgere come qualche ramificazione scambiata possa effettivamente mettere in relazione un qualche fascio col suo vicino; ma ciò innanzitutto è un fenomeno parziale ridotto a qualche fascio; di più esso si pressnta variabilissimo da individuo a individuo e si compie senza regola alcuna numerica e topografica. In questo caso adunque non esiste un' anastomosi nel senso che io ho attribuito a questo vocabolo. Altre volte avviene che i cordoni stac- catisi dalla cerchia nel passare alla foglia si dispongono l'uno accanto all'altro, venendo così a costituire, a seconda dei casi, o un arco o una cerchia continua. In questi casi una vera anastomosi, come per altre specie fu descritta, sembra non esistere, poiché i diversi fasci non fanno che accostarsi tra loro senza presentare quel vario — 46 — intreccio caratteristico, quale vedemmo nei Pelargoni. Però quantunque il processo in apparenza sia diverso, io ho creduto dover collocare le piante che lo presentano tra quelle aventi anastomosi. I diversi fasci infatti, sebbene in modo diverso, vengono a contrarre, al pari di quelli di altre specie, una effettiva relazione di contatto, poiché si fondono in un' unica massa fibrovascolare, avente forma diversa o di arco o di cerchia, nella quale scompare ogni traccia di divisione. Dopo aver descritte le specie, che appartengono a un dato tipo, nel modo il più conciso che mi sarà possibile, io esporrò alla fine di esso in carattere diverso qualche considerazione che si riferisca particolarmente alle varie specie studiate, rimandando il lettore all' ultima parte per ciò che riguarda le considerazioni di indole generale. ' Così pure alla fine di ciascun tipo esporrò brevemente quanto ho appreso dall'esame di altri lavori consultati in proposito. A questo punto mi piace far notare come sia stato mio intendimento estendere ampiamente lo studio bibliografico sul decorso dei fasci che si portano alla foglia ; ma, se si toglie una parte delle monografie, nel maggior numero degli altri casi, come sopra ho detto, mi è stato impossibile raccogliere nozioni sufficienti. Del lavoro del Nageli ('), che sopra ho menzionato, non potei utilizzare che una piccola parte, poiché in esso l'insigne autore rivolge unicamente l'attenzione al decorso dei fasci nel fusto, considerando anche le traccie fogliari da questo unico punto di vista. Così pure il pregevole lavoro del De-Bary ('-) non mi ha recato che debole aiuto, stante la sua indole di trattato generale di anatomia vegetale, che non può quindi discendere a particolari e a dettagli. Della lunga serie di botanici tede- schi e in maggiori proporzioni francesi, che si volsero allo studio dell' anatomia sistema- tica, tentando così dar vita a un nuovo ramo di scienza, io parlerò durante la descrizione delle specie da me studiate, procurando trar profitto dalle loro osservazioni circa il decorso dei fasci fogliari, e di essi infine parlerò nell'ultima parte traendo argomento dal fatto, che più autori in questi ultimi tempi credettero scorgere un buon criterio di classificazione nella distribuzione dei fasci e nella struttura del picciuolo. Una sufficiente cognizione sul decorso dei fasci fogliari non potrebbe essere data che da un esteso numero di osservazioni; prima adunque di passare alla descrizione delle diverse specie io non posso non rammentare anche una volta l'indole del pre- sente lavoro, cioè quello di una prima contribuzione, la quale quando fosse fatta se- guire da studi ulteriori, il che potrebbe anche avvenire per mio mezzo, credo sarebbe per recare un non spregievole soccorso allo studio dell'anatomia dei vegetali. I. Tipo. L'inserzione della foglia nel fusto si fa per un solo cordone o per un solo gruppo di fasci, il quale traversa obliquamente la corteccia e si inserisce tosto nella cerehia. Le sue dimensioni sono variabilissime ; così mentre alcune volte si riscontra un fascio ordinario, altre volte può essere perfino un terzo della cerchia, che sembra distaccarsi per passare alla foglia. Tra questi due gradi estremi ve ne sono naturalmente degli (') Op. cit. ( J ) Vergleichende Anatomie der Vegetai ionsorgane dar Phanerogamen und Farm-. Leipzig 1857. — 47 — intermedi. Nelle foglie sessili dal cordone o gruppo di fasci partono direttamente le nervature, nelle foglie picchiolate possiamo distinguere più casi. Alcune volte i fasci traversano il picciuolo come si sono staccati dalla cerchia senza subire alcuna modi- ficazione, o presentando soltanto delle divisioni. Altre volte invece essi modificano la propria disposizione prendendo forma o di un arco o di una cerchia aperta. A prima vista riesce difficile lo stabilire quando una data forma di disposizione si accosti più a quella dell'arco che della cerchia o viceversa; ma mediante una più accurata osser- vazione si riesce a trovare un carattere che ci permette di fare una tale distinzione con una qualche esattezza. Questo carattere è costituito dal diverso modo con il quale si partono le ramificazioni nel lembo. Tutte le volte che la disposizione dei fasci nel picciuolo tende più a quella di un arco che di ima cerchia è alle estremità del primo che partono le nervature ; quando invece la disposizione tende più alla forma di cerchia è ai lati di questa che si dipartono le nervature. Per questi e per altri caratteri possono distinguersi parecchi casi. 1° Il cordone, staccatosi dalla cerchia del fusto, traversa la corteccia e tosto si divide per dare origine alle nervature, o quando esiste un picciuolo lo traversa non presentando che traccie di divisioni. Vi ascriveremo la Fabricia laevigata Smith., il cui decorso dei fasci che vanno alla foglia è schematicamente rappresentato dalla fig. 1 tav. VI. In fp si scorge il cordone d'inserzione che si ramifica per dare origine alle nervature. Vi appartengono inoltre le seguenti specie: Callistemoii saligna Sm., Callistemon rugulosa Willd., Melaleuca styphelioides Smith, decussata R. Br., sparsa, armil- laris Smith, pidchella R. Br., thymifolia Smith.. Myrtus tarentina Mill.. Tlhaspi perfoliatum Lin., Capsella bursapastoris Moench., Mattinola incana R. Br., Carda- mine hirsuta Lin., Ulex europaeus Lin., Hyssopus officinalis Lin., Salvia candelabrum Boiss., Prasium majus Lin., Origanum dictamnus Lin., majorana Lin., Sature] a montana Lin., Lavandola dentata Lin., Th'jmus volgare Lin., Rosmarinus officinalis Lin., Lithospermum rosmarini foli uni Tenor. , purpureo-coeruleum Lin. , Anchusa hybrida Tenor., Cynoglossum pictum Alt., Myosotis palustris With., Omphalodes linifolia Moench., verna Moench., Thelygonum cynocrambe Lin., Euphorbia peplus Lin. (foglie alterne), Buxus sempervirens Lin., balearica Lam., rosmarinifolius Hort., Lychnis coronaria Dsr., floscuculi Lin., viscaria Lin., Silene inflata Smith., italica Pers., fruticosa Lin., Dianthus deltoides Lin., barbatus Lin., rupicola Bivon., Cera- stium tlwmasii Tenor., aroense Lin., tomentosum Dee, Cucubalus bacciferus Lin., Saponaria officinalis Lin., Gypsophila sassifraga Lin., Arenaria media Lin., Quil- laja saponaria Molina, Aster ericoides Lin., Eriocephalus africanus Lin., Relhania genistaefolia Herit., Symphytum officinale Lin. le cui foglie s'inseriscono general- mente per un gruppo di cinque fasci. Si rassomigliano la Borago officinalis Lin., il Sisymbrium asperum Lin. 2° Il gruppo dei fasci non appena sortito dalla corteccia assume la forma di un arco, dalle cui estremità si staccano due ramificazioni costituenti due cordoni corticali. (Tav. VI, fig. 7 ce.). Nel lembo dalle estremità dell'arco partono altre ramificazioni, che, unendosi ai cordoni corticali, costituiscono le prime nervature. Vi ascriveremo la Brunfelsia americana Lin. della quale la fig. 7 della tav. VI rap- — 48 — presenta una sezione trasversale del picciuolo, e che qualche volta può presentare nei suoi cordoni corticali ce traccie di divisioni. Essa ha anche nel centro un cordone meccanico non rappresentato dalla figura. Simile comportamento ha la Solandra nitida Zuccag. tranne però la mancanza del cordone centrale e 1' assenza quasi totale di divisioni nei cordoni corticali. Sono poi somiglianti le seguenti specie: Atropa sola/iacea Ali., Solanum glutino- sum Dunal., triquetrum Cav., Freylinia cestroides Colla, Iochroma cocciaeum Scheidw., tubulosum Bth., Cestrum aurantiacum Meyer., Datura arborea Lin., Nicotiana glauca Graham., Solandra grandiflora Swartz., Habrothammis magni ficus Hort., Teucrìum flavum Lin., Salvia granami Benth., gesneriaeflora Hort., Physalis peruviana Lin., le cui foglie s' inseriscono nella cerchia del fusto per un gruppo formato generalmente da 3 fasci. Si rassomiglia il Solarium haemalhocarpum. Nelle altre specie che seguono si nota la formazione di un arco come sopra si è detto, ma con l'assenza frequente di cordoni corticali: Psidium pomiferum Lin., Euge- nia vulgaris Dee. australis Dee, baruensis Spr., acris. \Yght et Arn. 3° I fasci si dispongono in semicerchia con i lati spesso rientranti. Le ramifica- zioni nel lembo si staccono non dalle sue estremità ma dai suoi lati. (Tav. VI fig. 10/2.). Vi appartengono le seguenti specie : Salvia sclaraea, Lin. ceratophylloides Lin. nelle quali le prime ramificazioni del lembo partono dalle estremità della semicerchia, cosicché queste specie presentano ambo i modi di ramificazioni. Presentano poi tipi- camente una ramificazione laterale: l' Eucalyptus globulus Labil., (Tav. VI fig. 10 fi.) resinifera Smith., cornuta Labil., 1' Eugenia malacensis Dee, la Metrosideros vil- losa Sin., il Citrus medica Lin. Le tre specie di Buxus che abbiamo studiate presentano delle particolarità che vogliono essere descritte. Il Weiss (') per primo notò nei giovani fusti di Buxus sempervirens Lin. la presenza di quattro cordoni corticali posti ai quattro angoli, (tav. VI fig. 2 ce), i quali nella parte superi"!.' bì univano ai fasci fogliari e nella inferiore invece si terminavano bruscamente nel parenchimi corticale senza congiungersi con la cerchia del fusto. Ma in questi ultimi tempi l'Herail ( 2 ) sorse a combat- tere le osservazioni del Weiss e a sostenere che i cordoni corticali, anziché terminarsi nel parenchima omonimo, si univano realmente colla cerchia centrale. Ora io, credendo importante il risolvere una tale questione, ho compiuto su le tre specie sunnominate una serie di osservazioni, che mi permet- tono ili dichiarare vera l'asserzione del Weiss e ritenere l'Herail vittima di un sicuro errore. Ecco adunque realmente come vanno le cose. I quattro fàsci provengono dalle foglie opposte, nelle quali essi occupano gli orli, ed entrano nel fusto unitamente ai cordoni d' inserzione. Quindi è che da ognuno dei due opposti punti penetrano nella corteccia tre fasci e di questi il mediano s' inserisce tosto nella cerchia e gli altri due persistono come cordoni corticali. Ne consegue che, essendo due le foglie, si avranno quattro fasci disposti ai quattro angoli del fusto (tav. VI fig. 2 re). Dopo ciò essi decorrono senza altre modificazioni per tutto l'internodio sottostante. Le foglie del Buxus sono opposte e decussate, quindi nel prossimo paio inferiore da altri due punti opposti della cerchia entrano insieme ai cordoni d'inserzione altri quattro di questi fasci. Allora i primi si assottigliano rapidamente e poco dopo scompaiono senza essersi congiunti con la cerchia del fusto come vorrebbe l'Herail. Quindi in totalità si ha un sistema di fasci corticali, del tutto disgiunti dal cilindro cen- (') Markstàndiges Gefàssbundehystem einiger Dicotyledonen inseiner Bezìchung zìi den Blatts- puren. Botanisch. Centralblatt. t. XV, p. 280. ( 2 ) Recherches sur l'anatomie comparée de la tige des Dicotylédones. Ann. de scienc. natur. 7» sèrie — Botaniquc. T. H, N. 2, 3, 4, 5, 6. — 49 — trale, che percorrono un intemodio e si estinguono quando altri sono giunti a sostituirli, cosicché i quattro fasci di un internodio alternano con quelli degl' internodi vicini. Esagerando il fenomeno per meglio far comprendere la loro disposizione, si avrebbe in projezione schematica la fig. 3 della tav. VI. All' esterno del fusto quattro coste rivelano la presenza di un sistema corticale. Ora dal momento che questi fasci, tolta qualche relazione che possono contrarre col cordone d' inserzione nell' uscire dalla corteccia, rimangono divisi da tutto il resto del sistema conduttore, sorge tosto una domanda : quale è la ragione della loro presenza ? Poiché è evidente che come organi con- duttori non possono funzionare e per la mancanza di continuità tra di loro e per 1' assenza di rela- zioni colla cerchia del fusto. Volendo rispondere ad una tale domanda cominciai dallo studiare la struttura di questi fasci e mi convinsi ben presto come essa fosse sufficiente a gettare ampia luce sulla questione. Uno sguardo alla flg. 4 della tav. VI. che rappresenta una sezione trasver- sale in un fascio corticale, ci dimostra che, anziché trovarci d' innanzi ad un cordone conduttore, abbiamo a fare con un vero cordone meccanico. Infatti gli elementi vascolari e i cribrosi sono del tutto mancanti, e il fascio é in gran parte costituito da fibre liberiane Ib e da poche libriformi //; in somma non contiene che elementi meccanici. Dal lato fisiologico la strana disposizione scoperta dal Weiss trova con ciò una sufficiente spiegazione. Noi ci troviamo in presenza di un sistema meccanico corticale, che deve certamente recare non lieve utile ai fusti di Buxus, i quali per tale disposizione alternante di quattro cordoni per internodio (tav. VI, fig. 3), vengono a ricevere un vero sostegno nei primi periodi della loro giovinezza. La fig. 8 della tav. VI mostra infine la disposizione dei fasci in una foglia di Buxus rosmarini folius dove essi decorrono senza ordine alcuno, staccan- dosi dai lati di una cerchia, che costituisce la nervatura principale della foglia. Le particolarità del fusto del Buxus seìnpervirens Lin. mi hanno indotto a cercare se esistano altre specie descritte con un sistema corticale del tutto disgiunto dalla cerchia centrale ; ma non potei aver conoscenza che di un lavoro del Duval-Jouve ( l ), che descrive per alcune specie di Salicornia, tra le quali la fruticosa, uno speciale sistema corticale. Le foglie sono opposte ed hanno un solo cordone d' inserzione. Questo prima di entrare nella cerchia emette un ramo che si suddivide ripetutamente fino a costituire una rete di fasci corticali, che poi scompaiono alla fine dell' inter- nodio sottostante senza unirsi col resto del sistema conduttore. Ecco poi una serie di altre specie studiate da diversi autori le quali presentano un solo cordone d'inserzione. Secondo il Gibelli ( 2 ) le foglie di Empetrum nigrum presentano un' inserzione per un grosso fascio, e in fine del lavoro l'autore soggiunge che il tipo di struttura descritto per VE. nigrum ai ripete quasi identicamente in tutte le altre specie di Empetrum conosciute. Il Colomb ( 3 )in un lavoro di anatomia sulle stipule e del quale dovremo più innanzi occuparci, descrive nel Galium cruciata la seguente disposizione : le foglie, che sono opposte, ricevono un fascio per ciascheduna, il quale si tridivide e con le parti laterali va ad anastomizzarsi con i segmenti laterali del fascio dell'altra foglia. Neil' arco di anastomosi nascono le stipule. Il Kamienski ( 4 ) descrive pure un solo cordone nelle Primula mistassinica, farinosa, strida, sibirica, lòngiflora ecc. Il Drosophyllum lusitanicum secondo le ricerche del Penzig ( 5 ) appartiene a questo tipo e come il Drosophyllum si comportano anche secondo il Nageli ( G ) le seguenti specie : Iberis amara Lin., lasminum fruticans Lin., Saro- thamnus scoparius Koch., Fraxinus excelsior Lin., Vinca minor Lin., Vinca major Lin., Apocynum hypericifolium Ait., Phlox spec. Veronica incisa Ait., Calluna vulgaris Sai., Ilypericum quadran- guìum Lin., Androsaemum officinale Ali., Evonymus europaeus Lin., Alsine laricifolia Wahlemb., Dianthus plumarius Lin., Spergula arvensis Lin., Cerastium frigidum Biebrst., Cerastium triviale (') Des Salicornia de VHerault. Bull. Soc. bot. de France, t. XV, p. 132. ( 2 ) Di una singolare struttura delle foglie delle Empetracee. Nuovo Giom. bot. It. Vili, n. 2, aprile 1886. ( 3 ) Étude anatomique des Stipules. Bull, de la Société botanique de France, t. Vili, 1886, n. 5. ( 4 ) Vergleichende Anatomie der Primulaceen. Abhandl. Akad. Halle Bd. XIV, 1877, p. 141-230. ( 5 ) Untersuchungen ùber Drosophyllum lusitanicum L. K. Inaug. Disseri. Breslau. 1877. (6) Op. cit. Ann. Ist. Bot. — Vol. DI. 7 — 50 — Lk.. Galium moli ago I.in.. Galium purpureum Un., Galium rubioides Lin., Rubia tinctorum Lin., "'" ■■" Reg., ni folla. Russtiia luncca Zuccar. Da ultimo secondo Hanstein (') hanno un solo cordone d'inserzióne parecchie Rubiacee, Asperula, Rubia, Galium, Yllamelia chry- santha, la Houstoi sa, la Bouvflrdia mollis,\& Coprosmaligustrina,VExostemma floribundwm. IL Tipo. Inserzione della foglia nel fusto per due cordoni. Lungo il picciuolo, quando esiste, essi subiscono delle divisioni, rimanendo per un tempo più o meno lungo disgiunti, nelle foglie sessili ciascuno si ramifica tosto costituendo le nervature. La fig. 9 della tav. VI rappresenta la distribuzione schematica dei fasci in una Phlomis ferruginea Tenor. Tra il tipo antecedente, in cui v' era un solo cordone d' inserzione e il presento, in cui ve ne sono due, non mancano degli anelli di congiunzione. Se osserviamo il decorso dei fasci in una Nepeta grandiflora Bbrst., scorgiamo che discendono dalla foglia più fasci, i quali nell' entrare nella cerchia si uniscono e formano un solo gruppo. Però non appena ciò è avvenuto, esso si biforca e continua il decorso con due rami principali divergenti, lasciando talvolta nel mezzo un terzo minore. Se ora passiamo a esaminare altre tre specie della stessa famiglia cioè la Phlomis agraria Ledeb., la Ballota pseudodictamnus Benth. e il Marrubium vulgare Lin. vediamo che esse hanno del pari un solo gruppo di fasci d' inserzione. ma nel quale la tendenza a biforcarsi è accelerata. Invece di dividersi dopo essere entrato nella cerchia come avveniva nella Nepeta grandiflora Bbrst. esso si biforca in prossimità di questa, quando è ancora nella corteccia, cosicché 1' inserzione della foglia in queste specie si fa per un gruppo' di fasci composto di due rami principali, e talvolta anche di un terzo minore, come abbiamo riscontrato nella Nepeta grandiflora Bbrst. Il processo evidentemente ha fatto un secondo passo. Ma se ora passiamo ad osservare come vadano le cose in una specie vicinissima, cioè nella Phlomis ferruginea Tenor. scorgiamo che la tendenza a biforcarsi apparsa nella Nepeta grandiflora Bbrst. accresciuta nella Phlomis agraria Ledeb. e in altre specie, qui ha raggiunto un grado massimo di sviluppo, per cui entrano nella corteccia due rami divergenti tra loro che si uniscono alla cerchia in due punti distinti. Il processo ha fatto adunque 1' ultimo passo e dal primo siamo passati per gradi intermedi al secondo tipo. Si ha adunque in questo caso tutto il processo di un'evoluzione anatomica da una forma più semplice ad una più complicata. La Phlomis ferruginea Tenor. per quanto si è detto, resta sufficientemente descritta. I due cordoni traversano il picciuolo disgiunti o inviandosi qualche ramificazione ana- stomotica e lasciano partire ai lati due rami che decorrono paralleli (fig. 9, tav. VI). Tri simile modo d'inserzione hanno pure le foglie del Lamium amplexicaule Lin. Delle quali i due fasci si ramificano tosto per dare origine alle nervature. Il decorso dei fasci fibrovascolari delle Labiate, specialmente nel loro passaggio alla foglia, fu studiato dall'Hanstein (•') il quale trova del pari che il cordone d'inserzione si biforca prima di •_'iiiii'_''Te alla cerchia «lei fusto. im Ueber gùrtelfòrmigc Gefd&strangverbindungen. àbhandl. d. Berline! àcademie 1857, p. 77. '■) Op. cit. — 51 — La Lysimachia nemorum con altre specie secondo le ricerche del Kamienski (') avrebbe nel picciuolo tre fasci, il mediano si biforcherebbe unendosi ai laterali, cosicché da ogni foglia entrereb- bero nel fusto due cordoni. III. Tipo. Inserzione per tre cordoni i quali entrano nella foglia disgiunti senza aver prima subito una anastomosi alla base di essa. Alcune volte passano direttamente nel lembo, altre volte si anastomizzano in vicinanza di questo dopo aver percorso il picciuolo separati ; oppure decorrono i primi tratti disgiunti per fondersi in seguito lungo il picciuolo. Stipulo, quando esistono, innervate dai fasci laterali. Distingueremo più casi. 1° I fasci entrano nel lembo senza essersi generalmente anastomizzati. Diplo- taxis erneoides Dee, Brassica rapa Lin., Euphorbia apio* Lin., characias Lin., den- droides Lin., spinosa Lin., helioscopia Lin., ceratocarpa Tenor., Croton discolor Rich., Poinsetlia pulcherrima Graham., Ilelichrgsum orientale Gaertn., Borrichia frutescens Dee, Baccharis halimifolia Lin., Chrysanthemvm segetum Lin., Othonna carnosa Less. Osteospermum moniliferum Lin., Senecio angulosum Wall., longifo- lius Lin., niveus Willd., oxyriaefolius De, Salrnea volnbilis, Zaluzania triloba Pers. 2° I fasci percorrono qualche tratto separatamente finché poi finiscono per con- giungersi, formando un arco, dalle cui estremità, partono le nervature nel lembo a), o fondendosi in un solo cordone principale b). a) Parietaria arborea Ait., Garrya eliptica Dougl., Ferdinanda augusta. Lag. b) Cydonia japonica Pers., Crataegus crus-galli Lin., Raphiolepis salici- folia Lindi., Cotoneaster microphylla Wall., Rosa banksiae R. Br., Photinia serru- lata Lindi., Kerria japonica Dee, Strauwaesia glaucescens Lindi., Prunus caroli- niana Ait., pissardi, lusilanica Lin., Barnadesia rosea. Lindi. Un lavoro del Maury ( 2 J rivela una tale disposizione anche nelle Plumbaginee. Dalla cerchia si staccano tre fasci principali. Il mediano è accompagnato da ramificazioni secondarie; i due late- rali si sdoppiano e ciascun ramo diventa una nervatura laterale della foglia, infine anche il fascio mediano si divide e prende parte al processo. L'autore parla poi dell' Aegialitis (tumulata, che dice presentare una rassomiglianza con alcune Plumbaginee. A questa forma si rannodano pure le Arme- ria e gli Acantholimon. Non debbo poi dimenticare il Vuillemin ('■') il quale ha già descritto in \ aree- chic Composte una simile forma di decorso. IV. Tipo. Inserzione per 3 fasci i quali non passano mai nella foglia disgiunti, ma si ana- stomizzano iiell' entrarvi per poi continuare il loro decorso divisi, o si uniscono for- mando un arco o una cerchia continua. Spesso avviene una doppia anastomosi, cioè alla base del picciuolo e in prossimità del lembo o delle foglioline. Alcune volte, come si è detto, i fasci si dispongono ad arco, altre volte si può avere una cerchia: (') Op. cit. (*) Etudes sur l'organuation et ta distribution géografique des Plumbaginacées. Ann. de scienc. natur. 7 e serie, t. IV, n. 1, 2, 3, 4, 5. ( 3 ) De la valeur des caractères anatomiques au point de vue de la classification des végétaux. Tige des Composées. Paris, 1884. e tra questi due casi estremi ne esistono altri intermedi, cioè nei quali si ha un arco con tendeuza a ripiegarsi e a costituire una cerchia. Quale criterio di distinzione adot- tii'ò l'esame del modo con cui si partono le ramificazioni del lembo o delle foglio- lino, ionie si è visto nel primo tipo; quando però nell'inserzione di queste ultime segue una nuova anastomosi, riesce impossibile una tale distinzione. Altri criteri potranno esserci forniti dalla presenza di fasci corticali o midollari nel picciuolo. Stipule gene- ralmente innervate dai fasci laterali. Distingueremo più sottotipi: 1° Formazione nel picciuolo di un arco di fasci o di una semicerchia con i lembi rientranti, o di una cerchia completa. a) I fasci decorrono disponendosi generalmente ad arco, che in prossimità del lembo o delle foglioline può subire una nuova anastomosi per poi dividersi in più parti, ovvero può inviare direttamente delle ramificazioni dalle sue estremità. Lotus jacobaeus Lin., corniculatus Lin. I fasci laterali, dopo avere inviato un ramo alle stipule, si anastomizzano col fascio mediano. Dopo ciò si ricostituiscono tre fasci principali disposti ad arco che si rianastomizzano in prossimità delle foglioline. Nissolia fruticosa Lin. Picciuolo generalmente formato da cinque fasci. Urtica itrens Lin. Seguita l'anastomosi si hanno tre fasci disposti ad arco che in prossimità del lembo si rianastomizzano di nuovo. Urtica membranacea Poir. Come sopra; picciuolo con cinque fasci. Urtica grandidentàta. Come la specie precedente. Urtica dioica Lin. Picciuolo con sette fasci ('). Boehmeria argentea Guillem. Il fascio mediano si tridivide e si anastomizza con i laterali. Dopo ciò per ulteriori suddivisioni si giunge ad avere una semicerchia a ferro di cavallo, dalle cui estremità partono le ramificazioni nel lembo. Urtironia chiriquensis. Come la specie precedente. Mercuriali* annua Lin. lì fascio mediano si tridivide e unendosi ai laterali forma tre fasci. Nel lembo le prime ramificazioni partono dai laterali finché poi an- che il mediano prende parte al processo. Trifolium 'pratense Lin. In questa specie le foglie sono guainanti, il decorso dei fasci nella guaina è rappresentato dalla fig. 1 1 tav. VI. I cordoni laterali nell' uscire dalla corteccia si dividono e con il loro ramo più esterno innervano le stipule. Come si scorge dalla figura, queste ramificazioni stipulari continuano a suddividersi tino a formare una rete complicata di fasci fs. Con il ramo più interno invece decorrono paralleli al fascio mediano, col quale possono anche scambiare qualche ramificazione lungo il decorso. Neil' uscire dalla guaina i tre cordoni si dividono e si anastomizzano variamento in modo da costituire un arco formato da più fasci. Verso la fine del pic- ciuolo segue una nuova anastomosi, dopo la quale si hanno tre gruppi di fasci corri- spondenti alle tre foglioline. Medicago saliva Lin., Medicago arborea Lin., Anthyllis barbajovis Lin.. I fasci decorrono nella guaina non molto dissimilmente dal Trifolium pratense Lin. Nel l'i Pelle numerose variazioni, ohe si riscontrano in questa Bpecie, dirò alla line del presente tipo, parlando d'una monografia ilei Gravis. — 53 — picciuolo si hanno tre cordoni principali, disposti a triangolo, che inviano ramifica- zioni alle prime due foglioline e passano senz' altro nella terza. Hyppoerepis comosa Lin. Anastomosi, dopo la quale si hanno tre fasci a triangolo. Cicer arietinum Lin. Anastomosi alla base del picciuolo dopo la quale risultano cinque fasci disposti ad arco, cioè uno nel mezzo e due per parte. In corrispondenza dell' inserzione delle numerose foglioline troviamo una particolare disposizione regolare degna di essere descritta. La prima fogliolina si forma a spese dei due fasci laterali corrispondenti, i quali poco prima si fondono ed inviano un gruppo di ramificazioni ; dopo ciò essi non si ridividono ma persistono imiti. In questo stadio la struttura del picciuolo ci appare asimmetrica, poiché da una parte rinveniamo due fasci laterali e dall' altra uno solo. Ma poco dopo ecco che dal fascio mediano si stacca una ramifi- cazione che va a fornire un nuovo fascio al lato mancante. In questo stadio il pic- ciuolo ritorna simmetrico e composto di cinque fasci, ma poco dopo nel lato opposto si ripete il medesimo fatto, poi nuovamente nel primo e così di seguito fino a giun- gere all' ultima fogliolina. In questa entrano tutti i fasci del picciuolo, i quali si sono ridotti a tre, avendo il mediano cessato di mandare altre ramificazioni. b) I fasci decorrono nel picciuolo disponendosi generalmente in cerchia completa o incompleta. Nel lembo o nell' inserzione delle foglioline le ramificazioni si staccano dai lati. Putranjiva roxburghìi Wall. Si ha nel picciuolo una cerchia che nella parte superiore di esso tende ad aprirsi. Omataathus populifolia Grah. Cerchia aperta. Croton nobile Hort., Croton maximus Hort. Come la sp. precedente. Croton ciliatoglandulosum Orteg. Cerchia generalmente chiusa. Erytkrina cr ist agalli Lin. Picciuolo avente una cerchia che si rianastomizza in prossimità delle foglioline. Haematoxijlon campechianum Lin. Si ha una semicerchia nel cuscinetto che si completa nel picciuolo. Dolichos lignosus Jacq. Semicerchia nel picciuolo. Melia asedarach Lin. I fasci formano con la loro unione una cerchia continua. Nei picciuoli secondari e nelle foglioline entrano delle ramificazioni provenienti dai lati. Sapindus emarginatus Vahl. , Citrus limonimi Risso. Si rassomigliano alla sp. precedente ; in quest' ultimo si ha una semicerchia che nel lembo lascia partire rami- ficazioni ai lati. Quercus suber Lin., Quercus phullata Hamilt., Quercus ilex Brot., Quercus lanata Smith. I tre fasci si uniscono e formano una cerchia lievemente aperta. Quercus lauri folla Michx., Quercus coccifera Lin. Cerchia quasi sempre chiusa. Clematis balearica Rich. Cerchia completa con anastomosi doppia, cioè alla base del picciuolo e in prossimità delle foglioline. 2° Sottotipo. Picciuolo costituito o da un arco o da una cerchia, ma con la pre- senza di due cordoni corticali che decorrono nella regione che guarda il fusto. Essi prendono parte generalmente con una ramificazione al processo d' innervazione delle foglioline o si fondono invece con la cerchia o con l'arco in prossimità del lembo. — 54 — W isteria rubra. Cerchia chiusa con duo fasci corticali. Nel cuscinetto del pic- ciuolo e in quelli secondari delle foglioline la cerchia è lievemente aperta. Si rassomigliano nei tratti principali le seguenti specie : Mimosa denhartii, sen- sitiva Lin., Acacia famesiana Lin., Robinia pxe tal acacia Lin., Wisteria chinensis Dee, Sophora japonia Lin. Tamarindus indica Lin. In questa specie i fasci corticali rimangono general- mente estranei al processo d' innervazione delle foglioline e da ultimo si fondono con la cerehia. Bauhiiùa racemosa Vahl., purpurea Lin. Posseggono come le altre specie de- scritte una cerchia con fasci corticali, i quali scompaiono unendosi alla cerchia in prossimità del lembo. Delle altre particolarità di questa specie dirò nella descrizione d'un prossimo sottotipo al quale appartengono altre Bauhinie. Parkinsonia aculeata Lin. Dopo l'anastomosi si rinviene un arco il quale si divide in due parti, lasciando come residuo nel mezzo un piccolo gruppo di fasci, che innerverà una spina. I due frammenti maggiori dell' arco primitivo formeranno due picciuoli distinti. Nel cuscinetto di ciascuno di essi rinveniamo una semicerchia che lascia partire due fasci corticali, chiudendosi lungo il picciuolo. Acacia cornigera Willd. Segue nei tratti principali la specie precedente. I net- tari esistenti lungo il picciuolo ricevono ramificazioni dalla cerchia. Ceratonia siliqua Lin. Questa specie presenta due modi di distribuzione dei fasci. Alcune volte si ha una sola cerchia nel picciuolo, altre volte una cerchia con cordoni corticali. Quest' ultima forma predomina nei picciuoli secondari, quando esistono. Desmodium gyrans Lin. Si ha una cerchia nella quale predominano tre fasci disposti a triangolo. Cordoni corticali come nelle altre specie. 3° Sottotipo. Picciuoli trasformati in fillodi. I caratteri generali di questo sot- totipo sono quali si riscontrano nella Acacia linear is Ker. Dopo l'anastomosi si forma nel cuscinetto del picciuolo una cerchia continua, come è rappresentata dalla fig. 3 della tav. VII. Ben presto però essa si apre, assumendo una forma allungata, il che si scorge dalla fig. 4 della tav. VII. I due fasci f { si trovano nella regione che guarda il fusto. Passando alla fig. 5 scorgiamo come la cerchia sempre più si divida e tenda ad allungarsi, finché nella fig. 6 i due fasci /'' hanno girato intorno ad una glandola esistente nel cuscinetto, rappresentata nella fig. 4, e si sono riuniti occupando uno degli orli del fillodio. La struttura propria di questo è adunque rappresentato nella medesima fig. 6. Con la lettera e è indicata la parte eollenchimatosa che accompagna i fasci. Si rassomigliano nei tratti generali le seguenti specie: Acacia melanoxijlon K. Br., saligna Wendl.. Altre volte il processo è semplificato. Anziché staccarsi due fasci nella regione che guarda il fusto per poi riunirsi, come avveniva nell'Acacia linearis. se ne stacca direttamente uno solo. Lo stesso avviene nella parte opposta e questi due cordoni decorrono agli orli del fillodio, mentre la cerchia primitiva subisce altre divisioni, È però necessario notare la variabilità di un tal carattere anche in uno stesso individuo. Secondo le mie osservazioni questo modo di comportarsi sarebbe di frequente seguito dalla Acacia rosteliifera Bth., calamifolia Sieb. , id. iteaphyUa F. Mìdlei.,- eros- — 55 — sifolia, homomalla Wendl., obliqua Dee, cultriformis Hook, mirbelì Dehn., ornitho- phora Sweet., oxycedrus Sieb. 4° Sottotipo. Presenza nel picciuolo di una cerchia con un cordone centrale midol- lare. Appartiene a questo tipo il gruppo dei Pelargoni. Farò precedere la descrizione del Pelargoìiium sonale Willd. atta a mostrare il comportamento generale del processo. Pelargonium sonale Willd. Se si conduce una sezione trasversale nel picciuolo si osserva la disposizione dei fasci rappresentata dalla fig. 9 della tav. VII. Scorgiamo in essa cinque cordoni principali, cioè f\ /' 2 , /' 3 , /" 4 , /'■', ei altri minori segnati con /'''. Per mtendere ora il modo col quale dai tre fasci d' inserzione si sono formati mediante anastomosi i cinque cordoni del picciuolo gettiamo uno sguardo sulla fig. 1 della tav. Vili. I fasci laterali sono stati colorati in turchino ed il mediano in rosso, per far meglio comprendere F intreccio. Ciascuno dei cordoni emette tre ramificazioni, e queste unendosi variamente tra loro costituiscono quattro fasci posti in cerchia, più un cordone centrale. Nella figura il picciuolo è girato di 45 gradi per far meglio risaltare il processo, cosicché il fascio f'° sarebbe quello che nella posizione normale guarda il fusto. Inoltre non sono rappresentate le ramificazioni che partono dai fasci laterali per recarsi alle stipule. Da questi cinque fasci principali se ne formano altri d' ordine secondario. In prossimità del lembo la cerchia e il fascio centrale subiscono delle divisioni per cui si vengono ad avere tre gruppi di fasci, corrispondenti a tre nervature principali della foglia. Il modo di decorso fin qui descritto è nei tratti gene- rali comune a tutte le altre specie di Pelargonium, si nota però alcune volte una variazione nella formazione del fascio centrale. Nel Pelargonium sonale esso è costi- tuito soltanto dai fasci laterali, e quantunque in qualche caso il fascio mediano possa inviarvi una qualche ramificazione in tesi generale si può dire che il fascio centrale è formato esclusivamente o quasi dai fasci laterali. Altre volte invece accade diver- samente. Il fascio /'' che è una diretta emanazione del fascio mediano d' inserzione (fig. 1, tav. VIII) lascia partire lateralmente un ramo, il quale si allontana dal fascio che lo ha originato e alla sua volta invia una seconda ramificazione al fascio centrale. Distingueremo adunque due varietà : a) Il fascio centrale midollare è formato esclusivamente o quasi dai fasci laterali. Pelargonium tomentosum Jacq., graveolens Ait., capitatimi Ait., glutinosum Ait., lateripes Herit., inquinans Ait., malvaefolium Jacq., flagrans Willd., gibbosum Willd., semiplenum Hort, cordatimi Ait., decipiens Haw., tetragonum Herit. In queste due ultime specie vi è anche un' altra particolarità. Nella fig. 1 tav. VIII abbiamo visto che i fasci laterali si dividevano in tre parti, per congiungersi con una di esse col ramo più esterno del fascio mediano, costituendo i cordoni f*, / 3 , e si anastomizza- vano scambievolmente con gli altri due rami formando i cordoni f'\ f i . Quivi invece i fasci laterali si dividono in sole due parti; con la prima concorrono a costituire i cordoni /' 2 , f 3 come sopra, con l'altra formano soltanto il cordone f 5 cosicché in questo stadio si ha una cerchia senza il cordone midollare. Ma poco dopo una rami- ficazione che si parte da f' ù viene a dare al picciuolo la struttura propria di questo sottotipo. b) Il fascio centrale è formato per concorso dei fasci laterali e del mediano. — 56 — Pelargonium murrayanum Colla, quercìfolium Ait. Quest' ultima specie segue alcune volte anche il decorso descritto nella varietà a). 5° Sottotipo. Formazione di una cerchia nel picciuolo con un fascio centrale midol- lare e con la presenza di fasci corticali. Appartiene a questo tipo la Bauhinia glandulosa Dee. Nel cuscinetto ha luogo una intima anastomosi, dopo la quale si ha una cerchia di fasci con un cordone midollare concentrico. Procedendo innanzi il fascio si trasforma in collaterale e quasi contem- poraneamente si staccano dalla cerchia due fasci corticali come si è visto per altre specie. Con ciò si ha la struttura propria di questo sottotipo. La foglia delle Bau- hinie è biloba con una leggera protuberanza a punta nel mezzo dell' incavatura. Ora avvicinandoci alla fine del picciuolo, ecco quanto avviene : il fascio centrale si fonde con la cerchia, la quale si divide in quattro parti ; due più grandi situate nella regione che guarda il fusto, due minori occupanti la regione opposta. Allora le prime si scostano l'ima dall'altra, nel mentre che le seconde vengono ad occupare lo spazio lasciato libero dalle prime nel loro divergere. Quivi esse si fondono nuovamente per poi ridividersi, lasciando però nel mezzo un piccolo cordone. In questo stadio si hanno quattro gruppi di fasci disposti linearmente e dei quali i due più esterni sono mag- giori, più un piccolo cordone nel mezzo che li divide in due regioni. Poco dopo i primi quattro si fondono a due a due, si uniscono ai cordoni corticali e in questo stadio non si hanno più che due soli gruppi di fasci, più un cordone minore nel mezzo. Allora i due primi passeranno nei due lobi fogliari, il cordone minore inner- verà il prolungamento esistente nell' incavatura della foglia. Bauhinia purpurea Lin. Simile nei tratti generali alla specie precedente. Le altre due specie di Bauhinie, collocate nel 2° sottotipo, per la mancanza del cordone cen- trale, presentano un analogo comportamento. Il tipo ora descritto è uno dei più ricchi di fonne e molti autori ebbero a studiare parecchie specie ad esso appartenenti. Il Petit (') in una breve Nota parla del sistema librolegnoso delle Mi- mosee, Cesalpiniee, Leguminose, che incomincia per 3 fasci i quali possono saldarsi formando un arco ecc. Nelle Malvacee, Geraniacee, Oxalidee, Tropeolee, secondo le sue osservazioni si trovano al principio del picciuolo cinque fasci, dei quali i due superiori si saldano insieme, e non restano che quattro fasci principali. Ma noi abbiamo visto che il sistema fibrovascolare del picciuolo comincia nei Pelargonium per 3 cordoni: la diversa osservazione del Petit dev'essere dunque originata dal fatto clie i laterali si sdoppiano non appena entrati nel picciuolo. In una mia precedente Nota sullo stosso argomento ('-) ho già notato come non sia esatto lo stabilire, quale carattere generale per le Geraniacee, la presenza di quattro fasci principali nel picciuolo, mentre esiste il genere Pelargonium che ne possiede cinque, cioè quattro in cerchia e uno centrale. Così il Petit stabilisce per le Quercia come carattere generali', poiché è opportuno ricordare che egli considera tali caratteri quali criteri di classificazione, la presenza di fasci intramidollari nel picciuolo. Ora le poche specie da me studiate dimostrano anche la presenza di una cerchia senza questi fasci, e per terminare, mi limito a rammentare come il De-Candolle ( 3 ) abbia trovato su 137 specie studiate 87 con fasci mi- dollari e 50 senza di essi. Il Gravis ( 4 ) in una bella monografia su 1' Urtica dioica, descrive la (') Sur le parcours des faisceaux dans le pétiole des Dicotylédones. Comptes Pendus de l'Aca- demie il.' sciences, T. C'III, n. 17. ( 2 ) Malpighia, Anno I, fase. VI. ( 3 ) Anatomie comparée des feuilles che; quelques familles des Dicotylédones. Genève 1870. (') Recherches anatomiques sur Ica organes végétatifs de l'Urtica dioica. Bruxelles, 1885. — 57 — forma di decorso suesposto, discendendo però ad una serie di allri particolari non scevri certa- mente d' importanza. Tra questi noterò un fatto di polimorfismo, che si presenta frequentemente nel picciuolo., il quale può essere costituito ora da 3, ora da 5, ora da 7 fasci. Le foglie da me studiate possedevano tutte 7 fasci. Anche il Kamicnski (') descrive in parecchie Primulacee come p. e. nella Primula spoctabilis una inserzione per tre fasci con anastomosi. Il Gerartìvm robertia- num secondo il Weiss ( 2 ), qualche specie del frenerò Impaticns secondo il Beyse ( 3 ) e la Qurrcus pedunculata secondo il Frank. ( 4 ) apparterrebbero a questo tipo. Anche la Begonia tubercolati/ A //- brida descritta dal Westermaier ("') riceve dal fusto tre cordoni, Da ultimo non si deve dimenticare che la presenza di un cordone midollare nei picciuoli di Pelargonium sonale fu già avvertita dal De- Candolle («). V. Tifo. Foglio opposte. Inserzione per tre cordoni, i due laterali di una foglia si ana- stomizzano con i due laterali dell' altra prima di entrare nel picciuolo mediante un ramo anastomotico (Tav. VII, fìg. 1, ca). Ferdinanda nobilis H. Pan. I tre fasci nell' entrare nel picciuolo si anastomiz- zano e suddividendosi, danno luogo a più fasci disposti senza alcun ordine. Verso il lembo tendono ad assumere la forma di semicerchia, dalle cui estremità partono le nervature. Dahlia variabilis Desf. Una parte dei fasci si dispongono in cerchia, altri ri- mangono nel midollo disordinatamente. In prossimità dell' inserzione delle foglioline avviene una generale anastomosi. Dahlia imperiali^. Come la D. variabilis nei tratti generali. Monorosma odoralissima. I fasci si dispongono in semicerchia. Il Lestiboudois 0) esaminando le foglie di Centranthus ruber, trova che i fasci laterali di una foglia comunicano con quelli dell' altra. Il medesimo fatto fu parimenti costatato dal Colomb ( 8 ) per la stessa pianta e più ancora per il luppolo. Da ultimo rammenterò, che l'Hanstein ('•') ha già de- scritto il decorso dei fasci e le anastomosi nella Dahlia variabilis Desf. VI. Tipo. L'inserzione dei fasci fogliari nella cerchia del fusto si fa in più di un internodio. Una parte dei fasci che discendono dalla foglia traversa obliquamente la corteccia e l'inserisce tosto nella cerchia, mentre un' altra parte persiste per qualche tempo iso- lata, costituendo dei cordoni corticali che si uniscono generalmente alla cerchia negli internodì successivi. (') Op. cit. ( 2 ) Op. cit. ( 3 ) Untersuchungen ìiber dan anatomischen Bau uni das mechanische Princip im Aufbau eini- ger Arten der Gattung Impatiens. Halle 1881. ( 4 ) Beilràge sur Kenntniss der Gefàssbiindel. Bot. Zeit. 1864. ( 6 ) Ueber das markstàndige Bundelsystcm der Begoniacccn. Flora, 1879, p. 177-103. ( 6 ) Op. cit. C) Études sur V Anatomie et la Physiologie des végétaux. Lille 1830. (8) Op. cit. ( 9 ) Op. cit. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 8 Vieta faba Lin. La fig. 10 della tav. VII rappresenta il decorso dei fasci cor- ticali nel fusto di questa specie. Dalla foglia discendono tre cordoni, quello di mezzo entra direttamente nella cerchia, gli altri due laterali (fi) percorrono un internodio prima di penetrarvi. Con fc è poi denotato un fascio corticale meccanico a pareti ispes- site, ii quale discende dalla foglia con il fascio mediano, percorre due internodi e in seguito si unisce alla cerchia del fusto. Questi sono i tratti generali del processo j esaminiamo ora qualche particolare e serviamoci della fig. 2 della tav. AHI. In essa è rappresentata una parte della fig. 10 della tav. VII ma con maggiori dettagli. I fasci corticali laterali sono colorati in turchino; il mediano in rosso ed i cordoni corticali meccanici sono segnati da una linea punteggiata come nella figura 10 tav. VII. Con //' /'/' sono rappresentati i cordoni corticali laterali che discendono dalla foglia e per- corrono un internodio prima di unirsi alla cerchia del fusto; fi fi sono invece i cor- doni corticali laterali che provengono dalla foglia superiore e che si uniscono nella cerchia in prossimità della foglia rappresentata dalla figura, mentre con un ramo s'ana- stomizzano ai fasci che discendono da quest'ultima. In conclusione si ha un sistema corticale costituito da due cordoni, imo per lato, il quale ad ogni foglia riceve un ramo di rinforzo della cerchia e un altro ne manda alla foglia. In fc 1 si scorge il fascio meccanico che proviene dalla foglia superiore corrispondente, che ha quindi percorso due internodi e che in prossimità della cerchia si biforca, congiungendosi a questa con due rami; fc' 2 è invece il fascio meccanico che discende dalla foglia rappresentata nella figura, e che percorrerà alla sua volta due internodi come cordone corticale. Da ultimo fc proviene dalla foglia superiore e entrerà nella cerchia in prossimità della inferiore. Da quanto si è detto si comprende facilmente che le foglie della Vida faba devono essere alternamente distiche. Circa le anastomosi e il decorso dei fasci nel picciuolo la stessa figura potrà dare da sé un' idea sufficiente. I due colori servono a far meglio risaltare la anastomosi e l'origine di ciascun fascio. La foglia è stata anche in questa figura girata di un angolo di 45 gradi. Il picciuolo a metà è inter- roti i per mostrare quale sarebbe la disposizione dei fasci in sezione trasversale. Ma questo fatto è meglio rappresentato dalla fig. 5 tav. VI. La foglia in questo caso è composta di due foglioline ; altre volte invece essa può essere costituita da un numero maggiore, tanto da aversi una vera foglia pennata. In questo caso la struttura del picciuolo si modifica e si ha la disposizione rappresentata nella fig. 6 tav. VI. Il processo rimane sempre nelle generalità il medesimo. Dopo la Vida faba Lin. collocheremo il Lathyrus nodosus, arboretis, clyménum Lin., nei quali tutti esiste un sistema di fasci corticali laterali occupanti le ali del fusto. In corrispondenza di ciascuna foglia alcuni rami si portano in essa, altri di rinforzo giungono dalla cerchia, cosicché il processo non è dissimile da quello della Vida faba Lin. Nella foglia alata i fasci si dispongono linearmente o quasi, anasto- mizzandosi lungo il decorso, e passano mano mano nelle diverse foglioline. La presenza di fasci corticali si rinviene anche in altre piante diversissime; così il Berge (') descrive nel Bryophyllum calicinum una inserzione per tre l'asci i quali percorrono circa due inter- nodi divìdendosi a forca prima di entrare nella cerchia. Il Mailer ( 2 ) parla del decorso dei (asci nella (') Beitràge zur Entioickelunysgeschichte von Bryophyllum calycinum. Zfirich 1877. i ? i Untertuchungen Iniger Arten von Elatine. Flora 1*7", p. 181-496. — 50 — Elatine hydropiper. Le foglie sono opposte e da ciascuna di esse discende un cordone che si divide in due rami, congiungendosi con gli altri due della foglia opposta. Questi due Cordoni risultanti de- corrono paralleli alla cerchia per congiungersi con essa in prossimità della foglia sottostante. Anche nella Elatine ohi 'nostrum i fasci fogliari decorrono per qualche tempo come cordoni corticali. Nel Lepismium radicans secondo il Vochting (') entra dalla foglia nella corteccia un cordone il quale manda ramificazioni in tutte le direzioni, ma la traccia fogliare originaria si piega in basso ed entra nella cerchia soltanto in corrispondenza della foglia inferiore. Dopo ciò l'autore descrive altre specie che tralascio per non troppo dilungarmi, ma in generale si può dire che nelle Rlripsalideae i cor- doni discendenti dalla foglia mandano ramificazioni in tutte le direzioni, quasi a costituire una rete ed entrano nella cerchia in prossimità della foglia sottostante. Le Cucurbitacee, illustrate dal Lotar ( 2 ) offrono una curiosa complicazione. Il fusto contiene generalmente dieci fasci ; cinque di questi sono più grossi e stanno all'interno, altri cinque più piccoli sono situati all'esterno e costituiscono dei fasci corticali. Ciascuno di questi ultimi dopo avere inviato delle ramificazioni alle foglie non vi penetra definitivamente che al quarto intemodio. La foglia ri- ceve tre fasci. Chiamando col numero 1 quello che entrerà nella foglia nel primo intemodio, con il numero 2 quello che vi passerà nel secondo e cosi di seguito, si osserva come i fasci siano disposti attorno al cilindro nell'ordine che segue: 1,4,2,5,3; nel prossimo intemodio passerà alla foglia il fascio 1 più una ramificazione destra del fascio 3 e una sinistra del fascio 4. Nell'internodio se- guente sarà il fascio 2 quello che entrerà alla foglia, più una ramificazione destra del fascio 4 e una sinistra del fascio 5 e cosi di seguito. I fasci della cerchia sostituiscono gli usciti e rafforzano con archi anastomotici quelli che hanno inviato ramificazioni alla foglia. I tre cordoni nell'uscire dalla corteccia si anastomizzano e in seguito si dispongono ad arco o a ferro di cavallo. Anche nelle Composte la presenza di fasci corticali è stata accertata dal Vuillemin ( 3 ). Neil'. 1/- temisia dracunculus ciascun fascio mediano della foglia percorre cinque internodi prima di inse- rirsi nella cerchia del fusto, cosicché in sezione trasversale si scorgono cinque cordoni corticali. Altre volte possono percorrere uno spazio maggiore, e allora il loro numero si accresce nella sezione trasver- sale. Il decorso dei cordoni corticali delle Vida fu già studiato dalla Gosmildth ( 4 ) e dal Van-Tie- ghem ( 5 ), il quale ha trovato una variabilità a seconda della età della pianta. Da ultimo una tale struttura fu anche avvertita dal Jànniche ( c ). VII. Tipo. Inserzione per cinque cordoni principali i quali si anastomizzano generalmente prima di passare alla foglia. Phaseolus vulgaris Lin. Il decorso dei fasci dal loro dipartirsi dalla cerchia. fino alla loro uscita dalla corteccia è rappresentato dalla fig. 3 della tav. VIII. Con rs sono contrasegnati i rami stipulali. Dopo subita l'anastomosi essi si dispongono in cerchia lungo il picciuolo, con la presenza di due cordoni corticali, i quali non (') Beitràge sur Morphólogie und Anatomie der Rkipsalideen. Pringslieim's Jahrbucher, Bd. IX, p. 327. ( 2 ) Essai sur l'anatomie comparée des Cucurbitacées. Lille 1881. ( 3 ) Op. cit. ( 4 j Beitràge zar Entwickelungsgeschichte der Fibrovasalmassen in Stengel und in der Haupt- icurzel der Dicotyledonen. Inaug. Dissert. Zurich 1876. ( 5 ) Sur les faisceaux libéro-ligneux corticaux des Viciées. Bull, de la Soe. bot. de Franco sèrie II, t. VI-3. (°) Beitràge sur anatomischen Systematik der Papilionaceen. Wigand's. Botanische Hefte 1. Marburg 1885. — 60 — prendono parte all'innervazione delle foglioline, ma entrano invece nelle appendici sti- pular] di queste. Dolichos giganteus Willd. Segue nei caratteri generali la specie precedente. Pueraria thumbergiana Benth. Dopo l'anastomosi tra i diversi fasci si ha nel cuscinetto una cerchia chiusa con piccoli fasci intramidollari. Procedendo verso il picciuolo da un lato della cerchia si stacca un gruppo di fasci, che dopo varie modificazioni finirà per dar luogo a due cordoni corticali. Allora ima parte dei fasci midollari va ad occupare il posto lasciato vuoto da questi, e un' altra parte si unisce invece con la cerchia. Dopo ciò la struttura del picciuolo resta costituita da una cerchia di fasci con due cordoni corticali, i quali prendono parte alla innervazione delle foglio- line. Nei cuscinetti secondari di quest'ultime si rinnova la stessa disposizione suesposta. Iìanunculus repens Lin. Formazione di ima cerchia quasi chiusa nel picciuolo che si rianastomizza prima di passare al lembo. Brassica insularis Moris. Formazione di un arco nella regione inferiore del picciuolo ; nella regione superiore il fascio mediano, cioè il fascio impari, si porta fuori dell'arco che poi si richiude, cosicché si ha in questa specie la presenza di un cor- done corticale nella regione opposta a quella che guarda il fusto. In prossimità del lembo il fascio corticale si unisce all'arco, mediante ramificazioni anastomotiche. Bupleurum fruticosum Lin.. I cinque fasci passano direttamente al lembo senza anastomosi. Il decorso dei fasci nella Pueraria thumbergiana Benth. fu sia studiato dal dott. Avetta (') in una monografia di questa specie. Anche le foglie del Sambucus laciniata secondo il Lestiboudois ('-} riceverebbero dal fusto cinque fasci. Lo stesso dicasi secondo l'Hanstein ( 3 ) delle foglie di Platano. VAiti'ininpais cali fornica e la Pcperomia argentea secondo il Debray (*) appartengono a questo tipo. Vili. Tipo. Inserzione per sette fasci principali che si anastomizzano nell'entrare nel picciuolo. Ficus rubiginosa Desf. La fig. 2 della tav. VII rappresenta una sezione tra- sversale in un fusto di questa specie in prossimità dell'inserzione di una foglia. I tre fasci laterali fi prima di passare nel picciuolo si anastomizzano dapprima scambie- volmente poi con il fascio mediano. In questa specie si riscontrano però tali frequenti variazioni, che il processo descritto spesso ne viene alterato. Alcune volte i fasci la- terali possono ridursi a due in una sola parte, altre volte oltre i sette cordoni si riscon- trano altri fasci minori. Nella generalità esiste il tipo d'inserzione per sette fasci, ma le variazioni sono frequenti. Dopo avere descritto una curva nel passare al picciuolo, i fasci quivi si dispongono in una cerchia quasi completa che nel lembo si apre e lascia partire delle ramificazioni dalle sue estremità. Altra particolarità è la se- guente: progredendo verso la regione più alta del picciuolo i fasci della cerchia da {") Ricerche anatomiche ed htogeniche sugli organi vegetativi della Pueraria thitmbergiana Benth. Ari. Ist. bot. di Roma, Anno I, fase. II. ( 2 ) Op. cit. ( 3 ) Op. cit. i 1 ) Elude comparative des caractères anàtvmMJuès ci da parcoun des faisceaux fibrorascu- I des Pipéracées. Paris 1886. — 61 — collaterali che erano cominciano a diventare concentrici e la porzione cribrosa gira tutto attorno alla porzione legnosa. In un periodo più avanzato dei gruppi cribrosi si staccano dalla cerchia e si portano nel mezzo, costituendo dei cordoni intramidollari, che nel lembo si ramificano e passano nelle nervature. Sono simili alla specie precedente il Ficus macrophylla Desf. e il Ficus popti- lifolia Vahl. L'Aesadus ffippocastanum stando alle asserzioni del Lestiboudois (') avrebbe un'inserzione delle sue foglie nel fusto per sette cordoni. La Begonia Hughelii che fu oggetto degli studi del Wester- maier ( 2 ) possiede delle foglie che hanno pure un tipo d'inserzione per sette fasci, ma unitamente ad esse se ne trovano delle altre del tutto dissimili. L'autore dice infatti che nella foglia superiore entrano dieci cordoni, nella prossima inferiore undici, nella terza otto, e nella quarta finalmente sette. Il Debray ( 3 ) descrive il modo d'inserirsi delle foglie di Loururus laurerì, che avviene per sette fasci, i quali si portano direttamente nel lembo traversando la foglia parelleli gli uni agli altri; è anche simile, tranne qualche modificazione, YOutt uhi/uhi cordata. Il Piper nigrum avrebbe una inserzione per un numero variabile da cinque a sette fasci. Da ultimo fra le Composte il Vuillemin ( 4 J ha anche riscontrato questo tipo nel Tragopogon pratensis e nella Serratula gigantea. IX. Tipo. Inserzione per un numero vario ma generalmente grande di fasci (anche più di trenta beli' Jleracleum sphondylium Lin.), i quali alcune volte passano senza or- dine nel picciuolo, ma con tendenza in questo caso ad assumere un aspetto regolare nella parte superiore di esso. Nelle foglie composte in vicinanza del piano d' inser- zione dei picciuoli secondari o delle foglioline vi è costantemente anastomosi. La fig. 4 della tav. Vili rappresenta una sezione trasversale fatta in un Thalictrum nel piano d' inserzione di una foglia. In a è si scorgono i fasci occupanti ancora la guaina della foglia, medi fasci sono entrati nella corteccia e s' inseriscono nella cerchia del fusto. Il turchino ed il rosso rappresentano il floema e lo xilema del fascio. Paeonia albijlora Pali. Inserzione per tre fasci principali e' per un numero vario di fasci secondari. Nel picciuolo si dispongono ad arco e lungo il decorso i fasci di mezzo si uniscono sempre più tra loro, cosicché infine nella parte mediana dell' arco i fasci sono contigui e nelle parti laterali sono invece disgiunti. In pros- simità delle foglioline l'arco si frammenta in più gruppi di fasci che passano in que- ste senz' altro. Paeonia peregrina Mill. Sims. Segue la specie precedente, ma l'arco è più curvo fino a formare una semicerchia. Jlelosciadium nodiflorum Koch. Cerchia quasi completa nel picciuolo; anasto- mosi nella inserzione delle foglioline. Oenanthe phellandrium Lam. Si rassomiglia alla specie precedente. Conimi maculatimi Lin. Inserzione per molti fasci che abbracciano circa la metà della cerchia del fusto e si dispongono ad arco nel picciuolo. Prima di passare (•) Op. cit. ( 2 ) Op. cit. ( 3 ) Op. cit. (*) Op. Cit. — 62 - nelle foglioline o nei picciuoli secondari subiscono sempre un' intima anastomosi. Lo tìg. 7, 8 della tav. VII mostrano ciò in sezione trasversale. Dapprima 1' anastomosi comincia nella parte in cui s'inserisce il picciuolo secondario (tìg. 7, /'«), inseguito poi si estendo a tutti i fasci (fig. 8, r a). Con rs'sono indicatele ramificazioni che si portano ai picciuoli secondarj. Arami majus. Lin. Come il Conium maculai uni. Foenictdum piperitum Dee. Inserzione come sopra; cerchia completa nel pic- ciuolo. Foeniculum vulgare Gaert. Kassomiglia alla specie precedente. Oenante fistulosa Lin. Inserzione per circa quindici fasci che si dispongono li- nearmente nel picciuolo dilatato. Anastomosi sempre come nelle specie precedenti. Jleracleum sphondylium Lin. Inserzione tutt' all' intorno della cerchia per mol- tissimi fasci (più di 30), i quali si dispongono il più delle volte disordinatamente nel picciuolo, come in un fusto di monocotiledone. Thalictrum iaquini H. Port., densiflorum H. B. La fig. 4, tav. Vili, come si è detto, rappresenta una sezione trasversale condotta nel fusto in corrispondenza del piano d'inserzione d'una foglia. I molti fasci, circa 20, si raccolgono nel picciuolo dispo- nendosi disordinatamente, con tendenza però ad assumere un aspetto regolare nella parte superiore. Anastomosi sempre completa come sopra si è detto. Si rassomiglia ai Thalictrum X Aquilegia lutea Hort. nella quale spesso i fasci assumono la disposi- zione di una cerchia, e Y Aquilegia bergerii, Hort. i di cui cordoni d'inserzione sono però in numero minore. Un inserzione per un numero considerevole di fasci fu trovato dal KamiensM (•) nelle Prima- Iacee, tra le quali ricorderà la Primula auricula, le cui foglie a larga base ricevono non meno di venti fasci. Lo studio dei Thalictrum fu anche compiuto dal Meyer ( 2 ) il quale cita più specie, i cui fasci passando al picciuolo si dividono e si dispongono circolarmente a somiglianza del fusto. Abbiamo poi visto secondo il Westermaier ( 3 ) i diversi modi d'inserzione della Begonia hu- ghelii, che può avere sette, otto, dieci o anche undici cordoni. L'Hildebrand (') trova pure nella famiglia delle Begoniacee che l' inserzione può operarsi per più fasci, da tre a nove, e dopo ciò egli parla dei fasci midollari del fusto, che esistono soltanto in alcune specie e che possono prendere parte alla innervazione della foglia in modi diversissimi. Il Courchet ( 5 ) ebbe anch' egli a descrivere le foglie guainanti delle Ombrellifere che ricevono più fasci i quali si dispongono in cer- chia nel picciuolo talvolta con fasci midollari. Da ultimo il Debray ( 8 ) descrive nel Piper nigrum una inserzione per undici fasci, nel Piper excelsum p<-r tredici e nella Peperomia incana per orto, i quali tutti traversano paralleli il picciuolo, inviandosi soltanto dei rami anastoraotici. ( l j Op. cit. i-'j llr.it, ■ìii/e su,- aital'jiiii\rl,i;i Si/slrmuliì;. — Rumine al aceen. — Wigand's Botanische Sette, 1. Marbourg 1885. P) Op. cit. (') Anatomische Untersuchungen ùber die Starnine der Begoniaceen. Berlin 1850. (•'•) Les Omèellifères en general et les espèces usitées en Pharmacie. Montpellier 1882. {*) Op. cit. — 63 — Cercherò in quest' ultima parte di riassumere i principali risultati anatomici otte- nuti ed esporre brevemente qualche considerazione su i diversi fatti che abbiamo fin qui osservati. La disposizione dei fasci nel loro passaggio dal fusto alla foglia offre un grandissimo numero di variazioni, per le quali si possono avere forme diver- sissime e senza niuna relazione apparente. Così se esaminiamo una Melaleuca, nella quale la foglia riceve un solo cordone e la paragoniamo con X Hcracleam sphortdylium che ne riceve più di 30, questa enorme differenza ci salta subito d' innanzi agli occhi. Però non vi è dubbio che tra queste diversissime forme ve ne siano delle altre, atte a colmare almeno in parte la lacuna che le separa. Così partendo da una Melaleuca, noi troveremo prima di giungere all' Ileracleum sphondylium delle foglie aventi due cordoni d'inserzione, poi tre, cinque, sette e finalmente nelle specie ad esso vicine dieci, quindici o venti e così di seguito. Anzi quando due forme o. tipi vicini di de- corso si riscontrano nella stessa famiglia o meglio nello stesso genere, in una parola in piante vicinissime, accade spesso di trovare tutti i gradi intermedi da una forma più semplice ad una più complicata. Ciò noi abbiamo visto in alcune specie del genere Phlomis e di altri generi vicini, ed io per non fare una inutile ripetizione non ho che a ricordare la pag. 10 nella quale trovasi la descrizione di questa specie. Ciò che si è detto per il numero dei fasci valga anche per la loro disposizione. Come carattere secondario ricorderò che i fasci nel passare alla foglia descrivono generalmente una curva, e da ultimo trovo superfluo l'avvertire, poiché cosa già nota, che quando esiste un arco nel picciuolo questo è orientato in guisa da guardare verso l'alto e verso il fusto con le sue estremità. Parimenti nel maggior numero dei casi i cordoni corticali del picciuolo sono situati nel lato superiore ; un' eccezione si riscontra, quando il pic- ciuolo ha subito una torsione. Nello stabilire dei tipi, sottotipi ecc. mi sono valso di caratteri, dei quali più innanzi avrò occasione di parlare ; intanto, volendo considerare il decorso dei fasci dal solo punto di vista anatomico per meglio far comprendere a colpo d'occhio le diverse disposizioni trovate, noi potremo distinguere tredici modi principali di distribuzione : 1 . L' inserzione della foglia sul fusto si fa per un solo cordone o per un solo gruppo di fasci, il quale uscito dalla corteccia si divide per dare origine alle nervature nelle foglie sessili. Nelle foglie picchiolate traversa il picciuolo o indiviso o presen- tando varie divisioni per le quali si possono avere più fasci disposti ad arco o in forma di cerchia più o meno completa. Nel lembo dalle estremità dell' arco o dai lati della cerchia partono le nervature. 2. Inserzione per due cordoni i quali entrano nella foglia divisi, ramificandosi in seguito per dare origine alle nervature. 3. Inserzione per tre cordoni i quali : a) alcune volte entrano nel lembo senza essersi prima anastomizzati ; li) altre volte invece si fondono lungo il picciuolo emet- tendo prima o dopo delle ramificazioni laterali. 4. Inserzione per tre cordoni i quali si anastomizzano nella base del picciuolo o nell' uscire dalla corteccia. Si danno tre casi: a) nelle foglie sessili, compiuta l'ana- stomosi, si ramificano per dar luogo alle nervature ; b) nelle picciuolate, intrecciandosi e dividendosi variamente formano o un arco o una cerchia ; e) altre volte invece i tre — <>4 — cordoni si dispongono l'uno accanto all'altro, costituendo una cerehia completa od incompleta. 5. Inserzione e anastomosi come sopra, formazione o di un arco o di una cer- chia con cordoni corticali. 6. Inserzione e anastomosi come sopra, formazione di una cerchia con cordoni corticali e midollori. 7. Inserzione e anastomosi come sopra, formazione di una cerchia con un cor- done midollare centrale, senza cordoni corticali. 8. Foglie opposte, inserzione per tre cordoni. I due fasci laterali di una foglia si anastomizzano con i due laterali dell' altra prima di entrare nel picciuolo, quivi si dispongono in cerchia o senza alcun ordine, ma con tendenza però in questo caso ad assumere un aspetto regolare nella parte superiore di esso. 9. Inserzione e anastomosi come nelle altre forme precedenti. Si ha nel cu- scinetto una cerchia la quale in seguito si allunga e subisce numerose divisioni. Pic- ciuoli trasformati in fillodi. IO. L'inserzione dei fasci fogliari nella cerchia del fusto si fa in più di un interuodio. Anastomosi e formazione nel picciuolo di un arco o di una cerchia ; ov- vero fasci disposti linearmente. 11. Inserzione della foglia per cinque cordoni, i quali il più delle volte si ana- stomizzano nel passare alla foglia. 12. Inserzione per sette cordoni principali, i quali si anastomizzano e formano una cerchia. 13. Inserzione per un numero vario ma generalmente grande di fasci, i quali si dispongono in cerchia nel picciuolo o si trovano sparsi senza ordine alcuno, ma con tendenza in questo caso ad assumere un aspetto regolare nella parte superiore di esso. Nelle foglie composte in vicinanza del piano d' inserzione dei picciuoli secondali o delle foglioline vi è costantemente anastomosi. Ora affinchè sia facile lo scorgere quali diversità di decorso corrispondano a cia- scuna famiglia, credo opportuno riordinare le specie studiate secondo la loro classifi- cazione naturale, collocando accanto ad esse il numero indicante la particolare forma di decorso che presentano. Ranuncolacee. Paeonia albiflora Pali. \ Aquilegia lutea Hort. i » peregrina Mill. Sims. [ » ber gerii Hort. VIS Thalictrum jaquini H. Port. ì Clematis balearica Rich. ) » densi fio rum H. B. Raminculus repens Lin. il Crocifere. S's-i/mbrium aspermn Lin. Biplotaxis erucoides Dee. ) rh/'isj,;. perfolialum Lin. i » tenuifolia Dee. S :i Capsella bursapasloris Moeneh. \ 1 lirassica rapa Lin. \ U'i/thioia inuma R- P>r. \ » iamlaris Lin. il Cardamine hirsuta Lin. — 65 — Cariofillee. Si le ne in/lata Smith. » italica Pers. » fruticosa Lin. Lychnis coronaria Desr. » jìoscuculi Lin. » chalceolonica Lin. » viscaria Lin. Cucubalus bacciferus Lin. Saponaria officinalis Lin. Pelargonium sonale Willd. " semiplenum Hort. » cordatimi Ait. » tomentosum Jaeq. » graveolens Ait. » capitatimi Ait. • » glutinositm Ait. » laleripes Herit. Dianthus deltoides Lin. » harbatus Lin. » rupicola Bivon. Cerastium thomasii Tenor. » arvense Lin. » tomentosum Dee. Gypsophila saxi fraga Lin. Arenaria media Lin. Geraniacee. Pelargonium inquinane Ait. i malvaefolium Jacq. » fragram Willd. » gibbosum Willd. » decipiens Haw. » tetragonum Herit. » murrayanum Colla. » quercifolium Ait. Citrus medica Lin. » limonimi Eisso. Rctacee - Meliacee - Sapindacee. l ifefóa azedarach Lin. 4 e Sapindus emarginatus Valli. #Z&c europaeus Lin. Erythrina cristagalli Lin. C/ce/* arietinum Lin. Trifolium pratense Lin. Medicago sativa Lin. » arborea Lin. Wisteria rubra Hort. » chinensis Dee. Mimosa sensitiva Lin. » denhardtii Lin. Anthyllis barbajovis Lin. Robinia pseudacacia Lin. Sopkora japonia Lin. Parkinsonia aculeata Lin. Acacia cornìgera Willd. » farnesiana Lin. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. Leguminose. 1 Ceratonia siliqua Lin. Desmodium gyrans Lin. Tamarindus indica Lin. Bauhinia racemosa Vani. 44 » aculeata Lin. » glandulosa Dee. » purpurea Lin. Zote jacobaeus Lin. » corniculatus Lin. Ilìppocrepis carnosa Lin. Dolichos lignosus Jacq. 5 Haemathoxilon campecchianum. Nissolia fruticosa Lin. Acacia linearis Ker. » melanoxylon R. Br. » saligna Wendl. 4c 44 — 66 Acari a rosfr/lifmi Bth. » calamìfolia Sieb. » crassifolia. iteaphylla F. Muller. » homomalla Wendl. cultrìformis Hook. mirbeli Dehn. » obliqua Desv. » ornithophora Sweet. » oxycedrus Sieb. I7VvV/ /aJfl Lin. Lathyrus nodosus. » „ arboreus. » clymenum Liu. Pueraria thmiiberyiaaa Benth. Phaseolus vulgaris Lin. Dolichos giganleus Willd. /IO S" Spìraea lanceolata Poir. 1 1" Maja saponaria Molili. Crataegus crusgalli Lin. » crenulata Roxb. Cydonia japonica Pers. Prunus caroliniana Ait. » lusitanica Liu. Rosacee. ) Prunus p issarci i. [ Raphiolepis salicifolia Lindi. Cotoneaster microphylla Wall. Z^ osa banksiae R. Br. Pholinia serrulata Lindi. 36 Kcrria japonica Dee. Strauwaesia glaucescens Lindi. 3* MlRTACEE. Callistemon saligna Sm. rugulosa Willd. Fabricia laevigata Smith. Melaleuca styphelioides Smith. » decussata R. Br. » sparsa. » armillaris Smith. pulehella R. Br. Ih il mi [olia Smith. Mirtus larenlina Alili. Eugenia acris Wght et Arn. baruensis Spr.? » malacensis Dee. » vulgaris Dee. » australi s Dee. J'sidium pomiferum Lin. Metrosideros villosa Sm. Kucalyptus cornuta Labil. » globulus Labil. » resinifera Smith. Ombrellifere. Bupleurum frulicosum Lin. Foeniculum piperitum Dee. » vulgare Gaert. Helosciadium nodifloram Koeli. 1 1 Hcracleum sphondilium Lin. Oeaanthe fistulosa Liu. Ì» phellandrium Lam. 13 Coiti uni murili ul imi Liu. — G7 — Composte. Aster ericoides Lin. Eriocephalus africanus Lin. Helichrysum orientale Gaertn. Borrichia frutescens Dee. Baccharis halimifolia Lin. Chrysanthemum segetum Lin. Othonna carnosa Less. Senecio augidosum Wall. » longifolius Lin. » niveus Willd. ■il Ba Senecio oxyriaefolius De. Osteospermum moniliferion Lin. Salmea vo/ubilis. Zalusania triloba Pers. Bamadesia rosea Lindi. Ferdinanda augusta Lagase. » nobilis H. Pan. Dàhlia variabilis Desf. » imperiatisi Monorosma odoratissima. L ), u Symphytum officinale Lin. Borago officinalis Lin. Anchusa hybrida Tenor. Myosotis palustri» With. BORRAGINEE. Cynoglossum pictum Ait. Lithospermum rosmarinifolius Ten. i » purpureo coeruleum Lin. > 1 Omphalodes linifolia Moench. I » verna Moench. SOLANACEE. Brunfelsia americana Lin. Physalis peruviana Liu. Freylinia cestroides. Atropa sola/iacea Ali. Solandra grandiflora Swartz. » nitida Zuccag. Habrothamnus magnificus Hort. Nepeta grandiflora B. Brst. Teucrium chamaedris Liu. » flavum Lin. Marrubium vulgare Liu. Ballota pseudodiclamnus Benth. Salvia candelabrum Boiss. » grahami Benth. » sclaraea Lin. » gesneriaeflora Hort. » cerathophylloides Lin. Ilyssopms officinalis Lin. Solanum haematocarpum. i glutiuosum Dunal. » triquetum Cav. Datura arborea Lin. Cestrum aurantiacum Meyer. Jocroma coccineum Scheidw. « tubulosum Bth. Nicotiana glauca Graham. Labiate. .. Prasium majus Lin. Origanum dictamnus Lin. » major una Lin. Satureja montana Lin. Lavandaia dentata Lin. Thymus vulgaris Lin. Rosmarinus officinalis Lin. Phlomis agraria Ledeb. Phlomis ferruginea Tenor. Lamium amplexicaule Lin. — 68 EL'KORBIACEE. Biixus sempervircns Lin. » balearica Lin. i rosmarini l'uli ns Hort. Euphorbia peplus Lin. (foglie alterne) » (foglie opposte) Euphorbia apios Lin. » characias Lin. » spinosa Lin. Theligonum cynocrambe Lin. Garrya eliplica Doug. Parietaria arborea Ait. Urtica urens Lin. » membranacea Poir. » grandidentata. Quercus suber Lin. » phullata Hamilth. » z'te Broot. 4rt 3« Euphorbia helioscopia Lin. » ceratocarpa Tenor. Croton discolor Rich. Pninsettia pidcherrima Graham. Mercurialis annua Lin. Putranjiva roxburghii Wall. Omalanlìuis populifolia Grah. Croton nobile Hort. » ciliatoglandulosum Orteg. » maximum Hort. 3a ■14 Orticacee. 1 Urtica dioica Lin. Bohemeria argentea Guillem. ; 34 Urtironia chiriquensis. \ Ficus rubiginosa Desf. [44 » macroplujlla Desf. ) , » populifolia Vahl. Cupolifere. ! Quercus lanata Smith. 4e » coccifera Lin. » lauri/olia Michx. > 44 12 4e Discendendo ora a maggiori particolari rammenterò la strana disposizione trovata nei Buxus, nei quali il sistema corticale non ha più alcuna relazione con la cerchia del fusto e costituisce un vero sistema meccanico, come si può rilevare dall' esame istologico del fascio (Tav. VI fig. 4). La presenza di questi cordoni corticali che si terminano in coecum, senza congiungersi con la cerchia dei fasci fu constatata dal Weiss (') ma negata dall'Herail (-), il quale asserisce aver trovato una relazione ana- stomotica tra i primi e la seconda; le mie osservazioni hanno pienamente confermate quelle del Weiss. Noi ci troviamo in presenza di uno di quei frequenti e interes- santi fenomeni di adattamento, col mezzo dei quali gli individui resistono alle mutate condizioni dell' ambiente soddisfano nuovi bisogni. Non sarà inverosimile 1' asserire che in origine il sistema corticale dei Buxus dovette essere un reale sistema con- duttore, quale si riscontra in molti altri casi. Le relazioni che i cordoni corticali con- traggono nel passare alla foglia coi fasci di questa e il loro decorso in essa mostrano una granile analogia di comportamento con i veri fasci conduttori corticali di altre specie. .Ma torse giunse il momento in cui la pianta, fra tutti i suoi bisogni, uno ne fi Op. oit. — (*) Op. cit. — 69 — sentì prepotente e quasi indispensabile, quello cioè di provvedere i suoi giovani rami di organi di sostegno, di un sistema meccanico atto ad offrire loro una vera ed effi- cace difesa contro le azioni dannose dell'ambiente esterno. E allora scorgiamo non senza meraviglia che i cordoni corticali, i quali nella gran maggioranza delle piante fanno parte del sistema conduttore, nei Buxus sono modificati in modo da cangiare completamente il loro ufficio normale per assumerne uno nuovo corrispondente a nuovi bisogni, e da costituire un sistema meccanico corticale, che perde ogni relazione, perchè inutile, col cilindro centrale. Nei fusti adulti essi scompajono col soprag- giungere delle formazioni secondarie, le quali sono da sole sufficienti a donare alla pianta la robustezza necessaria. L' esame del decorso dei fasci dal fusto alla foglia mi portò anche ad osservare il modo con cui vengono innervate le stipule, ed a pag. 11 e 12 io già notai che nei casi nei quali l' inserzione della foglia si opera per più fasci, esse erano generalmente innervate dai laterali. Su questo argomento ho sott'occhi un lavoro del Golomb ('), il quale, proponendosi lo studio anatomico della stipula, dopo aver fatte parecchie osservazioni su varie specie, finisce per dare una vera definizione anatomica di essa. Della descrizione delle specie da lui esaminate mi sono parecchie volte occupato durante il presente lavoro, onde qui non parrai cosa inopportuna 1' occuparmi brevemente della seconda parte, cioè della definizione anatomica della stipula. Ecco quanto il Colomb dice a pagina 90 : Je propose olone de nommer stipile tout appendice inséré sur la tige J et dont le système vasculaire est esclusivement forme de dérivations empruntées aux faisceaux foliaires, avant que ceux-ci ne soient sortis de l'écoree. Così il Colomb: ora brevi osservazioni ci convinceranno dell' insufficienza di tale definizione. E innanzi tutto conviene fissare l'attenzione a quanto si è detto a pag. 12 descrivendo il decorso nel Trifolium pratense Lin., nelle Medicaio ed in altre piante affini, aventi foglie guainanti. In esse, come è noto, la foglia si congiunge col fusto mediante ima guaina formata da due stipule in parte libere, in parte aderenti al picciuolo. Il decorso nella guaina del Trifolium pratense è rappresentato dalla fig. 11, Tav. VI; si scorgono in basso tre fasci che entrano in essa indivisi ; poco dopo però i due laterali si sdop- piano e con il ramo più esterno innervano le stipule. Nei tratti generali il decorso nelle altre foglie guainanti studiate non è dissimile. Ora se si pone mente alla regione nella quale avviene questo sdoppiamento dei fasci laterali, ci accorgiamo che nel Trifolium pratense Lin. essa corrisponde alla linea di confine tra la fòglia e la corteccia, e siccome questo carattere entro ristretti limiti è variabile, alcune volte il fenomeno si anticipa e allora la divisione avviene nella corteccia, altre volte si ritarda e allora ha luogo nella foglia. Da questi fatti quindi la definizione del Colomb comincia ad apparire insufficiente e lascia dei forti dubbi circa la propria bontà, ma essa viene totalmente contraddetta da quanto avviene non soltanto in una specie vicina, nel Trifolium repens, ma ancora in più rose come nella Rosa tkea, R. mycrophjlla, R. muscosa, e in parecchie delle varietà colti- vate. In esse i fasci laterali escono normalmente dalla corteccia indivisi e non in- (i) Op. eit. — 70 — viano il loro ramo stipulare che dopo essere entrati nella guaina. Questi pòchi fotti citati l'uroiio da me riscontrati a caso e mi l'anno credere, che qualora fossero intraprese delle speciali ricerche si avrebbero certamente altre prove analoghe ; ad ogni modo se il Colomb potesse citare un forte numero di osservazioni iu suo favore, io sarei dispo- stissimo a ritenere i casi da me notati come eccezioni ed accettare la sua defini- zione, ma siccome egli nel suo lavoro non esamina che un numero relativamente pic- colo di specie, le mie osservazioni, quantunque costituite da pochi casi, sono sufficienti a dimostrare, che la questione della definizione anatomica della stipula non è slata ancora risolta. Un altro fatto certamente importante è quello delle variazioni frequenti che si riscontrano nella stessa specie da individuo a individuo. Neil' Urtica dioica per esem- pio io riscontrai nel picciuolo sette fasci, ma le ricerche del Gravis (•) accertano che essi spesso possono ridursi o a tre o a cinque. Nei rami fioriferi di Eedera helix Liu. la variabilità anatomica del picciuolo è così frequente, che io per non dilungarmi di troppo, dovetti abbandonarne lo studio. Infatti mi è occorso di riscontrare in pic- ciuoli di foglie morfologicamente simili delle disposizioni diversissime, come per esempio una semplice cerchia di fasci, una cerchia e tre fasci corticali, una cerchia e un fascio midollare. Nella Vida faba abbiamo anche visto come i picciuoli portanti due o tre foglioline abbiano una struttura propria (tav. VI, fig. 5), e quelli invece aventi un maggior nu- mero di foglioline ne abbiano un' altra diversa (tav. VI, fig. 6). E qui potrei citare una serie lunghissima di fatti, i quali tutti porterebbero a constatare la spiccata ten- denza nella maggior parte delle piante a cambiare facilmente di struttura nei loro picciuoli. Il fenomeno certamente non è isolato e si lega con la legge generale di variabilità, che regola tutti i diversi organi della pianta, ma riguardo ai picciuoli questa legge si accentua maggiormente e la loro variabilità è un fatto ben più fre- quente e caratteristico. Se prendiamo a esaminare il numero dei cordoni, per cui una foglia contrae relazioni con la cerchia del fusto, scorgiamo tosto una maggiore costanza e regolarità,© per lo meno alle variazioni anatomiche corrispondono il più delle volte variazioni morfologiche, come di filotassi ecc. Le foglie, per esempio, di Euphorbia peplus hanno due modi d'inserzione; le foglie inferiori ricevono un solo cordone, le superiori invece ne ricevono tre, ma le prime sono alterne e picchiolate, le se- conde sono sessili e opposte. La relazione tra la variazione anatomica e morfologica in questo caso è patente. Una eccezione esiste, è vero, nei Ficus e in più piante descritte nel! ultimo tipo, nelle quali il numero dei cordoni d' inserzione è dentro stretti limiti variabile ; però qui bisogna notare che la foglia comunica con la cerchia del fusto per molti fasci, i quali nel maggior numero dei casi ne abbracciano una intera regione ; quindi ciascun fascio non viene a rappresentare che una piccola parte del sistema conduttore della foglia e se subirà una modificazione, l'effetto complessivo prodotto sarà tanto minore, quanto maggiore è il numero ilei fasci medesimi. Ad ogni modo la tisonomia generale del processo è sempre costante, caratteristica, riconoscibile per una medesima specie, se essa panerà non mancheranno di corrispondere \aria- (■) Op. cit — 71 — zioni o di età o di forma o di ordine fìlotassico. Per ciò che riguarda la disposizione dei fasci nel picciuolo le cose vanno invece diversamente; se alcune volte le varia- zioni stanno in rapporto con 1' età e con la morfologia della foglia, come avviene nella Vida faba, altre volte invece esse si compiono senza nonna alcuna e in tesi generale si può dire che non esiste forse una sola specie in cui la struttura del picciuolo non sia in alcun modo variabile o per la disposizione dei fasci, o per il loro numero o per altri caratteri secondari. Ora questo fatto non può non meritare ima qualche considerazione. Ogni variazione anatomica o morfologica, che rinveniamo in una pianta costantemente e regolarmente, deve avere la sua ragione di esistere in una causa fisiologica o bio- logica, altrimenti non sapremmo concepire perchè una pianta debba acquistare una determinata struttura, quando questa non le sia di un valore reale ; inoltre io credo che un carattere anatomico debba tanto più esser soggetto ed obbedire ad una legge regolatrice, quanto più 1" organo che lo presenta ha un' alta funzione fisiologica da compiere. Ora la sottigliezza della parte superiore della foglia distendentesi in lamina, il suddividersi in essa dei fasci in minutissime maglie ci denota i più importanti uffici della foglia, quelli cioè di produrre sostanza organica vegetale sotto 1' azione dei raggi solari e di eliminare una considerevole quantità di acqua sotto forma di vapore. L' inserirsi della foglia nel fusto in vari modi ha anche una importanza evidente nella costituzione della cerchia, ma la disposizione dei fasci nel picciuolo quale relazione può avere con determinate funzioni del vegetale? Se si tolga un frequente processo di anastomosi tra i diversi fasci, e del quale dovrò ora occuparmi, noi dobbiamo con- cludere, che la distribuzione dei fasci nel picciuolo è di un' importanza certamente secondaria. Non bisogna dimenticare non essere il picciuolo altro che il ponte di pas- saggio, per il quale i fasci della foglia raggiungono il caule, essi non hanno quivi generalmente nessun principale ufficio da compiere, ed è questa forse la ragione della loro disposizione così variabile. Questa varietà, spesso senza ordine, si rende appunto possibile, poiché da essa il vegetale non ha a ricevere notevoli vantaggi, uè a soffrire notevoli danni. Ma un altro fatto che rinveniamo con frequenza, e del quale mi sono servito per stabilire dei tipi o dei sottotipi, è un processo di anastomosi, che si riscontra spesso lungo il picciuolo tra i diversi fasci che lo attraversano. Di esso già ebbi a occuparmi nella prima parte del presente lavoro, onde per non ripetere quanto ho già detto mi limiterò a ricordare pochi fatti. In molte foglie i diversi fasci che percorrono il pic- ciuolo, prima di passare nel lembo o nelle foglioline, si anastomizzano tra loro ; in molte altre invece questa anastomosi nel picciuolo non avviene ed allora i cordoni entrano nella lamina senza aver prima contratte relazioni reciproche. In alcuni casi l'anastomosi è anche doppia, cioè si fa alla base e all' apice del picciuolo. Così per esempio nel Lotus corniculatus abbiamo tre fasci disposti a triangolo nel picciuolo; se esaminiamo ciascuna delle tre foglioline che lo sormontano scorgiamo che ognuna di esse riceve un fascio. Ora parrebbe da ciò che i tre fasci dovessero penetrare di- rettamente nelle tre foglioline, ma invece non è così ; essi prima si avvicinano, si fondono per poi tornare a dividersi. Nei Thalictrum e in molte Ombrellifere l' inser- zione della foglia si compie per molti cordoni, i quali si raccolgono nel picciuolo e decorrono quasi paralleli in esso, inviandosi soltanto qualche ramo anastomotico ; ma — 72 — quando ci troviamo in vicinanza dell'inserzione delle prime fogliolin: 1 , il processo diventa caratteristico. I fasci destinati a innervare la prima fogliolina o a portarsi nei picciuoli secondari, prima di passarvi scambiano- numerose ramificazioni con tutti i loro vicini. Le fig. 7 ed 8 della tav. VII mostrano in sezione trasversale questo fatto; rs rappresenta le ramificazioni che si portano a un picciuolo secondario, ra i numerosi rami anastomotici. Se esaminiamo invece una foglia semplice di un dato gruppo di Composte, vedremo che i tre cordoni ÒV inserzione percorrono il picciuolo senza congiungersi generalmente tra loro e passano così separati nel lembo, dove si uniscono, come ognuno sa, mediante le numerose ramificazioni anastomotiche proprie di questo. Se ora noi ci facciamo a dividere in due gruppi tutte le specie studiate, cioè a collocare in uno, quelle i di cui fasci prima di passare nella lamina o nelle laminette contraggono scambievoli relazioni, e a porre nell'altro quelle che non presentano un tal fatto, scorgiamo che nel primo gruppo si trovano tanto piante con foglie semplici che composte, mentre nel secondo non rinveniamo che piante a foglie semplici. In tutti gli individui, le cui foglie composte hanno più cordoni d' in- serzione, questi prima di portarsi alle foglioliue debbono aver contratto u a qualche relazione scambievole. Non affermo di certo che ulteriori ricerche non possano cousta- tare delle eccezioni, ma ciò ntìn ostante ho ferma fiducia che esse rimarranno dei fatti isolati, non capaci di smentire nella generalità quanto ho sopra asserito. Così stando le cose non sarà inopportuno spendere qualche parola in proposito. Innanzi tutto dobbiamo considerare che la foglia è il più importante laboratorio chi- mico, il quale produce le principali sostanze necessarie alla vita dell' organismo, e questo laboratorio comunica con le diverse regioni della pianta mediante cordoni o fasci conduttori, per mezzo dei quali l'individuo da un lato invia alle sue foglie una parte dei materiali grezzi non ancora elaborati e dall' altra riconduce i prodotti, cioè le sostanze organiche formate, per impiegarli a soddisfare i diversi bisogni della nutrizione. La foglia semplice rappresenta un solo e grande laboratorio nel quale le singole parti si trovano di regola riunite tra loro mediante numerose reti di comu- nicazione ; invece la foglia composta è un vero laboratorio a più sezioni corrispondenti alle diverse foglioliue, ciascuna delle quali lavora per proprio conto. Ora se, per ipotesi, ciascuna fogliolina comunicasse direttamente mediante cordoni conduttori isolati con le diverso regioni del fusto, che cosa dovrebbe derivarne? È facile il prevederlo. Nelle grandi foglie composte accade continuamente che le diverse foglioline si trovino esposte in vario modo ai raggi solari, o che talvolta, per una qualsiasi ragione, alcune di esse abbiano a raggiungere uno sviluppo maggiore o minore, o che infine si trovino variamente influenzate dall' ambiente esterno. In tutti questi casi noi avremo una foglia, le di cui foglioline compiranno un lavoro disuguale, corrispondente alla di- versa quantità di luce che riceveranno, o al diverso loro sviluppo o ad altra causa esterna. E allora comunicando ciascuna di esse per proprio conto con la cerchia del fusto, nei diversi punti di questa dovrebbero giungere i prodotti in quantità mag- giore o minore a seconda che cause estorne variabilissimo fecero sentire diversa- mente sulla foglia la loro influenza. Al contrario, avvenendo 1' anastomosi, tutti i cor- doni che discendono dalle molteplici foglioline contraggono relazioni gli uni con gli altri, scambiandosi numerosi rami e da questo fatto risulta la conseguenza, che i prò- dotti debbono giungere nei diversi punti del fusto equamente distribuiti. Nella foglia semplice il processo di anastomosi lungo il picciuolo non è di regola necessario, poiché l'anastomosi ha effettivamente luogo nel lembo, quindi in più casi vediamo i cordoni fibro-vascolari entrare in questo, senza aver prima contratte reciproche relazioni, altre volte invece avviene il contrario, e allora si tratta di disposizioni ausiliarie, che la na- tura spesso concede ai diversi organismi. Quanto fin qui si è detto riguarda soltanto la corrente discendente, quella cioè che dalle foglie passa nel fusto; analogo ragionamento potrebbe esser fatto per 1' altra parte, cioè per la corrente ascendente che dal fusto passa nelle foglie. Partendo da questo concetto, io ho ritenuto la presenza di anasto- mosi come un buon criterio per stabilire dei tipi o dei sottotipi. Un' altra questione mi rimane a trattare brevemente ed è quella della struttura djl picciuolo applicata alla classificazione delle piante. Non entrerei certamente in tale argomento, se recentemente non fosse stato asserito dal Petit, bastare in molti casi l'esame anatomico del picciuolo per riconoscere la famiglia od il gruppo al quale la pianta appartiene. Ora dopo quanto fin qui è stato esposto, appare evidente la con- clusione, che una tale asserzione non può riposare sopra un solido fondamento. Esista oggi una scuola, la quale ha rivolta la sua attività all' applicazione dell' anatomia alla classificazione delle piante, argomento senza dubbio importantissimo e meritevole della massima attenzione. Però se si pone mente ai criteri, con i quali da taluni si cerca la risoluzione dell' arduo problema, nascono tosto dei dubbi sulla bontà dei mezzi ado- perati e sulla loro attitudine a produrre un qualche effetto vantaggioso. Nella pianta come in tutti gli organismi, sì animali che vegetali, esistono dei caratteri che presentano un maggiore potere di variazione degli altri, e che difatti variano realmente da individuo a individuo, senza che l'organismo abbia a subire per ciò delle conseguenze evidenti. Ora questi caratteri sono certamente di ordine secondario ed io li chiamerei caratteri acces- sori. Ve ne sono invece degli altri, che si presentano per lo più costanti e ordinati, che sono di una massima importanza e dalla cui variabilità dipenderebbe quella dell' in- tero organismo; questi secondi caratteri io li denominerei caratteri fondamentali. Ora perchè una classificazione anatomica possa meritare 1' appellativo di buona, bisogna che sia basata quasi esclusivamente su questi ultimi. Quindi l'unico processo razionale per giungere ad una buona classificazione anatomica dev'essere il seguente: cercare dapprima in un dato gruppo di piante tutti i vari caratteri che si riscontrano indistintamente, esa- minare in seguito quali di essi presentino maggiormente il fenomeno della variabilità, e quali invece siano generalmente soggetti ad una legge di costanza e di regolarità, e su questi ultimi infine fondare principalmente una classificazione. Opera non dissimile avranno operato coloro i quali primi gettarono le basi dell' attuale classificazione dei vegetali. Se ora invece si esaminano i mezzi, coi quali oggi, salvo poche eccezioni, si tenta intraprendere lo studio dell' anatomia-sistematica, noi ci avvedremo tosto confessi siano spesso in disaccordo con quelle buone norme delle quali testé si è parlato. In famiglie, in gruppi di piante, nelle quali il velo dell' ignoto è quasi completamente disteso, oggi spesso si è paghi di descrivere quanto appare da una semplice sezione trasversale, fatta a caso in un fusto e in un picciuolo ; e senza tener conto il più delle volte delle variazioni che succedono con l' età, e di tutti quegli altri fatti che hanno una prima importanza nella costituzione anatomica della pianta, si procede a fondare una Ann. Ist. Bot. — Yol. III. 10 - 74 — e] issificazione che non può possedere alcun valore, poiché del tutto arbitraria. Io credo adunque che la questione dell' anatomia applicata alla sistematica abbia bisogno ancora ili Lunghi e seri studi prima che possa dirsi convenientemente risolta; ad ogni modo Le mie osservazioni mi portano a concludere, che l'esame anatomico del picciuolo non e m'Ha inai^ioninza < 1 1_* ì casi sufficiente a riconoscere la famiglia di una pianta,. In una mia precedente Nota che sopra ho avuto occasione di ricordare io facevo osservare come le specie da me studiate, le quali presentano il primo tipo suesposto. un'inserzione della foglia nel fusto per un solo cordone fibrovascolare, fossero piante aventi foglie semplici. Fin d'allora però non dubitava che delle eccezioni non sarebbero mancate, ed infatti mentre non mi è occorso di trovarne nelle piante da me studiate, rinvenni qualche rara indicazione nei lavori di Nageli; però dal com- plesso delle mie osservazioni e di quelle fatte da altri autori, ho potuto acquistare la convinzione che si avvera nella generalità dei casi quanto ho asserito nella Nota sud- detta. Il fatto merita studi ulteriori, ma quando fosse confermato sarebbe un beli' esem- pio del come alla maggior semplicità di decorso dei fasci nella foglia corrisponda il più delle volte la maggiore semplicità morfologica, e verrebbe a confermare 1' asserzione del DuvalJouve (*), che cioè alle differenze notevoli nella forma esterna dei vegetali corrispondono delle differenze reali nei particolari della loro organizzazione. (') Op. cit. SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE Tav. VI. Fig 1. Rappresentazione schematica del decorso dei fasci nel loro passaggio dal fusto alla foglia nella Fnbricia laevigata Smith. — fp fascio fogliare. •' 2. Sezione trasversale in un giovane fusto di Buxus sempervirens Lin. — ce cordoni corticali. » 3. Rappresentazione schematica in proiezione del sistema corticale di un giovane fusto di Buxus sempervirens Lin. " 4. Sezione trasversale in un fascio corticale di Buxus sempervirens Lin. — /// fibre liberiane, ,, ... ., . 200 // hbriiormi — — . » 5. Sezione trasversale nel picciuolo di una foglia hi-o trifogliolata di Vida faba Lin. 0. Sezione trasversale nel picciuolo di una foglia pennata di Vieni faba Lin. 7. Sezione trasversale in un picciuolo di Brunfelsia americana. Lin. — ce cordoni corticali. » 8. Sezione trasversale in una foglia di Buxus rosmarini folius Hort. — e cerchia di fasci corrispondente alla nervatura mediana della foglia. » 9. Rappresentazione schematica del decorso dei fasci dal fusto alla foglia nella Phlomis fer- ruginea Tenor. — fp fasci fogliari principali. " 10. Sezione trasversale in un picciuolo di Eucatyptus globulus Labil. — in vicinanza del lembo. - // fascio che si stacca da un lato della cerchia per innervare il lembo. « 11. Decorso dei fasci nella guaina del Trifolium pratense Lin. — fs fasci stipolari. Tav. VII. Fin. 1. Rappresentazione schematica del decorso dei fasci nel tipo V. nel quale i fasci laterali delle due foglie opposte si congiungono nella corteccia mediante un arco anastomotico ca. » 2. Sezione trasversale in un fusto di Ficus rubiijiiinsn Desi', in prossimità del piano d' inserzione di un picciuolo. — fi fasci laterali. " S. Sezione trasversale nel cuscinetto ili una Acacia linearis Ker. — e collenchima. n 4, 5. 6. Successive modificazioni nella trasformazione dei picciuoli in fillodi. — e collenchima, (' fasci disgiunti nella fig. 4 e 5 che si uniscono nella fig. ti. » 7, 8. Anastomosi tra i diversi fasci nell'inserzione di un picciuolo secondario di Gonium mai u- latum Lin. — ra ramificazioni anastomotiche, es ramificazioni eli.. ,i portano a un picciuolo secondario. 0. Sezione trasversale in un picciuolo di Pelargonium tonale YVilld. — /"', /-, /' : . /'', /'■'■ fasci principali del picciuolo, fé fasci minori. 10. Decorso dei fasci in un fusto di Vida faba Lin. — /in, fascio mediano fogliare, /' fasci laterali corticali, fé fascio 'orticaie meccanico. Tav. Vili. Via. 1. Rappresentazione schematica del decorso dei fasci nel loro passaggio dal fusto alla foglia in un Pelargonium. — rosso = fascio mediano, turchino = fasci laterali (Per la spie- gazione delle lettere v. la fig. della tav. VII). » 2. id., in una Vida fila Lin. (Per la spiegazione delle lettere y. la fig. 10 della tav. VII). » 3. Decorso dei fasci nel loro passaggio alla foglia in un Phaseolus vulgaris. Lin. — rs rami- ficazioni stipulali. d 4. Sezione trasversale in un fusto di Thalictrum jaquini in prossimità del piano d'inserzione di una foglia. — a,b fasci che ancora occupano la guaina della foglia, e/i fasci che entrano in cerchia, rosso = porzione vasculare, turchino = porzione cribrosa. Osservazioni sul Pòterium sphiosum L del prof. R. PIROTTA Il Poterium splnosum L. è fra le specie europee del genere una delle più inte- ressanti e per il modo di vegetazione della pianta e per la struttura morfologica e per alcuni l'atti biologici. Alcune osservazioni di questi ultimi anni e le poche notizie, anche contradditorie, trovate nei libri di morfologia e di sistematica intorno a questa specie, mi indussero a farne lo scorso anno uno studio più accurato. Servirono alle mie ricerche due robusti esemplari coltivati nell' Orto botanico di Roma ed altri spontanei, freschi, comunicatimi gentilmente dall'egregio collega di Cagliari, prof P. Gennari. I. La pianta, che presenta il suo stadio di riposo durante 1' estate ed il principio dell' autiii porla i primi fiori alla fine ili marzo ed al principio di aprile e matura i frutti nel maggio ed ai primi di giugno, per passare dopo ben presto di nuovo allo stato di riposo. Le gemme, che daranno luogo ai primi germogli fioriferi sono le prime a svilupparsi. Esse trovansi all'ascella dell' ultima o delle ultime foglie normali del- l'anno precedenti', quelle foglie cioè al disopra delle quali il sistema vegetativo dà luogo alla metamorfosi in spine, producendo lo speciale sistema spinificato, che fece dare il nomi' alla specie e del quale dirò altra volta. Gli indicati germogli fioriferi si sviluppano vigorosamente per un certo tempo, raggiungendo o superando di poco il lividlo ded sistema spinificato dell'anno precedente, e portano ben presto le infiore- senze. Allora cioè l'asse principale del germoglio si termina con una infiorescenza, talora unica, isolata, terminale; più spesso però all' ascella delle foglie (1-3) imme- diatamente al di sotto di essa, si producono germogli laterali, secondari, brevi, forniti di una a poche foglie ridotte a tre foglioline, e terminano ben presto con una infio- reseeiiza laterale. All'ascella delle dette foglioline possono ancora in certi casi svol- gersi delle brevissime infiorescenze di terzo ordine. Compiutosi pertanto lo sviluppo delle infiorescenze, al di sopra del sistema vegetativo spinificato dall'anno prece lente trovasi dalla fine di marzo agiugnoil sistema riproduttivo. Intanto però si svolgono e crescono i germogli del sistema vegetativo dell'anno. • iltanto fogliferi, raggiungono ben presto e sorpassano il sistema riproduttivo e quindi duino il sistema spinificato dell' annata. Quando adunque i frutti sono maturi, tro- viamo un sistema di caini spinificati dello scorso anno sotto le infiorescenze di quest'anno; poi L'infiorescenza dell'annata ad assi induriti; quindi sopra il sistema spinoso del- l' anno. Più tardi, caduti i fratti, anche gli assi delle infiorescenze funzionano da spine. Le infiorescenze del Poterium spinosum sono vere spighe, che possono essere, come dissi, terminali o laterali, isolate o raggruppate. Le terminali e le isolate sono le più lunghe e possono misurare nella loro parte fornita di fiori da 3-5 e fino ad 8 centimetri negli individui coltivati; le laterali sono sempre assai più brevi, talora brevissime. I fiori, portati da un peduncoletto così breve da potersi a ragione dire sessili, sono di tre sorta, maschili, femminei ed ermafroditi. Il grado però dell' ermafrodi- tismo è assai diverso nei diversi casi. La distribuzione di questi fiori ed il loro nu- mero sulle infiorescenze dello stesso individuo e dei diversi individui non è eguale: anzi ho potuto stabilire che vi sono pure differenze tra le piante coltivate e le spon- tanee. I diversi autori non sono concordi su questo pimto della distribuzione dei fiori nel Poteri/ini spinosum. Così, per limitarmi ai nostri italiani, Bertoloni (') dice che le infiorescenze sono poligame coi fiori fertili superiori; Gussone ( 2 ) le dice sopra femminee, sotto maschili senz'altro; il Moris ( 3 ), che a quanto pare fu il solo che studiò con attenzione questa pianta, dice a proposito della distribuzione dei fiori : - in aliis plantis flores masculos, in aliis foemineos gerentes, in aliis flores inferiores « masculos, superiores autem foemineos ». Io ho potuto esaminare nei due individui coltivati 41 spighe terminali e 36 laterali, e nei sei individui spontanei di Sardegna 12(3 spighe terminali e 145 laterali. Nelle tabelle, che seguono, ho esposto i risul- tati numerici di queste osservazioni, i quali, meglio che con molte parole, permette- ranno di trarre qualche conclusione, benché non assoluta, sulla distribuzione dei sessi nel Poterium spinosum. Tabella I. Numero dei fiori maschili e femminei per ogni spiga. A. Piante coltivate. I. Spighe terminali. 1" individuo 2" individuò Spighe con fiori cf Spighe con fiori £ Spighe con fiori "b Spighe con fiori £ 1-2 1-11 1 T. 1 » 2 9 T 3 9 TI 4 !-» •n 5 1 n ii 1 n 7 1 r. ì i 2 - 1."» 8 T, li. 6 n 17 9 n 18 4 n 19 1 T) 211 31 123 31 532 1 - '\ 1 V 4 1 « 5 4 T ti 1 » 7 1 n 8 3 n 14 1 n 15 3 j? Iti 1 n 17 1 n 1S IO 151 lo (') Bertoloni I. Flora ita! Ira, II, p. 101. ( 2 ) Gussone I. Florae siculae Syn. II, p. 602. i ; i Moris I. B. Flora Sardoa, II. p. 32, 1" individuo Spighe con fi"ri e* Spighe con fiori + 5 - ( i — 78 — 11. Spighi lati rali 11 1 a 1 1 - 1 1 - 5 1 - li 1 9 i 3 TI IO 1 - 11 2° individuo Spighe con tinri cf Spighe con fiori 1 L'I 64 lì. Pianti' spontanee. 1. Spighe terminali. 1 ■) 2 li 1 1 4 - 8 5 9 2 - IO 2 - 11 3 - 12 4 - 14 5 233 1" individuo 2" individuo Spighe con fiori o" — Spighe con ^ Spighe cri II fiori rf" — Spighe con -?- i ■) — 2 - o •"> - il — 1 - i) 1 - 1 2 7? i 3 - 1 — 1 - 1 2 n 2 — 1 n .*> 1 )) 2 — 1 « 2 * • > o — •) B 6 1 n > > • > — 3 - •> 1 - 4 — 2 •7 7 1 - 4 — •> •• 4 2 - 5 — 4 » 8 1 - ó — 2 - ó ■2 - '.i — 3 - ìi 4 - (> — 1 - li 18 46 ; - lo 1 - 8 — ."> - i 18 LOS • » 20 " LO 79 • > 1 „ 8 9 2ii To4 3° udii idm 1 individuo Spighe coi fiorì - — Spighe con $. Spighi 1 o i fiori o" — Spighi Ci i ? 17 - il — 5 » (i 26 1. — 2 - ii ■ - 2 1 - ■2 26 — 1 n I 19 4 — 1 1 2 1 2 5 1 19 TI - 3 4 7 8 1» 10 11 110 1 1 2 4 6 3 4 1 1 - ii 7 8 9 IO 11 12 18 lfi 26" 285 79 5° individui li" indivìduo Spighe con fiori a" — Spighi con ? S] >i ltIkj Culi fiori a" — Spighe Culi ^ li - — 1 n Il - » — li » 1 - 4 — 9 - 2 1 - 1 — 4 » 4 o - 5 — - 3 4 - ■ > — 1 •"> 1 t 6 — d - !■ 1 - 3 — 4 » (5 1 5 7 8 — 2 r 5 li Hi 21 — 1 Hi - 9 54 1 n 9 — 3 - 8 i n 7fi — 1 a !i 1° individuo Spighe con à" — Spighe con ^ 20 25 17 80 II. Spighe laterali. 2° individuo — ò 1 — 1 5 1 1 4 7 4 4 25 130 4° individuo Spighe con d" — Spighe con £ 29 ■> — 4 20 " 1 1 2 4 8 3 2 1 29 - o - 2 3 - 5 » 6 - 7 - 8 » 9 - 10 « 12 177 Spighe con cf — Spighe con £ 20 » — 5 1 2 » 1 — 3 3 4 - 2 — 2 4 2 •J 3 — 4 5 2 » 4 — 8 6 1 fl li — 7 7 3 fl 12 — 3 8 34 66 — 1 1 34 120 5° individuo Spighe con o" — Spighe con Ijl 16 1 17 8 1 1 1 2 2 1 1 17 o 6 7 8 9 52 3° individuo Spighe con cf" — Spighe con £ 29 - — 4 - il 1 20 — ò - 1 2 5 » 2 3 7 - 3 4 3 - 4 5 3 » 5 6 2 » 6 7 1 » 7 9 1 » 8 29 88 6° individuo Spighe con d" — Spighe con ^ 1 1 12 - - 1 » 2 - li 11 1 2 4 4 1 12 ■ o ■ 1 • 3 • 4 • 5 35 _ 80 - Tabella II. Rapporto li-i i liori maschili ed i femminei nelli • singi »le spighe. A. Piante coltivate. I. Spighe terminali ir. Spighe laterali 1° individuo 2° individuo 1° individuo 2° individuo S]iìl:1il- tiuri 3* — 9. Spighe - _ fiori r" — £ Spighe li iri 3* — ( f. Spighe — Bori ?'— ?- 1 —17 1 - - 2 —14 1 _o—4 2 0—0 1 2—18 1 - - :; —16 1 — ti — 5 1 — n — 7 4 — 3 —Ili 1 - - 1 —18 1 — —6 •> — 8 2 3—17 1 - - 5 -17 1 — ii —in 1 — i) — 9 2 :! — 18 1 - - li — 1 1 1 —0—11 1 ii — 10 1 — 3 — IH 1 - - li —14 1 — 1—7 1 — 1 — 1 1 — 4 — l'i 2 - -li — 16 1 — 2 —lo 1 — 1 — 2 2 — 4 —17 1 - - 7 — 1 ó 1-3-1 1 — 1 — s 3 _ 4 _18 1 - - s — 14 1 — 5 —lo 3 — 1 — M — — — — 2 — 4 —19 10 53 1 5 1 ii 11 iil 1 — 1 — 11 1 — 4 —2ii 204 7"i •) 2 — 12 1 — 5 =14 2 — 2—14 1 :» —15 1 — 3 — ii :; — ;, — io 1 — 3 —Ih 1 5—17 1 — 3 — 1 1 2 ò — 18 I — 3 —12 1 — 5 — 19 2 3 —14 1 — —18 24 24 2:;:; 1 — 7 — 1 :> 25 7 31 123 532 655 — SI B. Piante spontanee. I. Spighe terminali. 1" individuo 2" individuo o individuo 1" individuo 5° individuo 6° individuo Spig.- a*- $ Spig.- 257 l:ll 77 596 38 l 730 l.il ,--111111:1 176 683 859 35 297 332 211 980 lini — 83 — B. Piante spontanee. rH Spighe terminali s lighe laterali totale per indivìd. fiori 0' fiori ?. totale fiori fiori (f fiori £ totale fiori fiori (f fiori 9 Somma 1 40 108 154 5 130 ! ' 135 51 238 289 2 TU 104 183 Ufi 12o 186 145 224 30!» 3 4 110 114 l) 88 8S 4 108 202 4 235 235 177 177 412 412 5 76 80 15(3 2 52 54 78 132 210 6 21 54 75 11 35 46 32 89 121 (Somma 226 691 017 84 0(12 686 310 1203 1603 Tabella IV. Numero dei fiori ermafroditi in rapporto colle spighe e coi fiori. A. Piante coltivate. I. Spighe terminali II. Spighe laterali 1° individuo 2° individuo 1° individuo 2° individuo Delle 31 spighe 8 con ? Delle 10 spighe 3 con K degli 8 f ori: dei 3 fiori: 1 con 1 stilo e 5 stami 1 con 1 stilo e 10 stara 1 - 3 - 1 » 1 * 1 « 12 « 5 » 3 ' 2 » 1*3- 3 » 1 » 3 » 4 r- Delle 9 spighe 2 con ^ dei 2 fiori: 1 con 2 stili e 1 stame 1 - 2 - 4 - Delle 25 spighe 3 con £ dei 3 fiori: 1 con 1 stilo e 3 stami 1 - 1 - B. Piante spontanee. Nessuna delle spighe mi presentò fiori ermafroditi. Dall' esame delle tabelle sopraesposte si possono trarre molte deduzioni, che per amore di brevità credo opportuno condensare nelle seguenti conclusioni : 1. Nelle piante coltivate, le spighe, siano esse terminali o laterali, portano un numero totale di fiori superiore a quello delle piante spontanee. Questo totale però presenta delle oscillazioni considerevolissime anche per il fatto, che specialmente nelle piante spontanee vi è tendenza marcata alla spinificazione, che porta con se 1' aborto di un certo numero di fiori superiori od inferiori. Nelle piante coltivate sopra 41 spighe terminali ho trovato, per il numero totale dei fiori, un minimo di 13 ed ira massimo di 24; però la maggioranza delle spighe portano da 18-20 fiori. Nelle stesse piante, sopra 24 spighe laterali troviamo un mi- nimo di 2 ed un massimo di 17, e in maggioranza da 8-14. Nelle piante spontanee il numero totale dei fiori diminuisce considerevolmente. Infatti, lasciati da parte i - 84 - oasi di totale aborto (che può dipendere o da totale spinificazione o da spinificazione parziale aerompagnata da aborto degli organi sessuali nei fiori rimasti), sopra 106 spi- ghe terminali trovai un minimo di 1 bore ed un massimo di 10, con la maggior parti' di 9-10, e sopra 146 spighe laterali un minimo di 1 bore, un massimo di 12 e la maggior parte di 3-8. 2. Il numero assoluto dei fiori femminei e maschili per ogni individuo è variabile: tuttavia il rapporto fra di essi è sensibilmente costante. I bori maschili sono in generale quelli, che hanno maggior tendenza ad abortire, forse in causa della loro posizione siili' asse dell' infiorescenza. Questo fatto si verifica assai meno frequente nelle piante coltivate, che nelle spontanee, e nelle spighe terminali, che nelle laterali. Nelle piante coltivate poi, le spighe con totale aborto di fiori maschili, divenute quindi femminee, sono sempre in numero minore di quelle fornite anche di fiori maschili (1 sopra 11 spighe terminali, 13 sopra 34 spighe laterali). Nelle piante spontanee invece la pro- porzione è molto maggiore, ed in esse si verifica anche il caso, che tutte le Bpighe di un individuo, terminali e laterali, non portino fiori maschili. Così nei sei individui spontanei abbiamole seguenti proporzioni: per le spighe terminali ."> ^u 20, su 17. 7 su 18, 7 su IO, 17 su l!>, 20 su 20: per le spighe laterali : 20 su 34, 7 su 12. 20 su 2."). Iti su 17, 29 su 29 e 29 su 29. Di essi un individuo è tutto femmineo, un altro quasi, ott'rendo soltanto due spighe con fiori maschili: un terzo ha tutte le spighe laterali, meno una, con fiori femminei. I casi nei quali il numero dei fiori maschili di una spiga è maggiore di quello dei femminei, è molto più raro, rarissimo quello nel quale tutta la spiga sia maschile, caso che verificai solo nelle piante spontanee. Negli individui da me esaminati infatti, fra. le piante coltivate non ho trovato mai questo caso nelle spighe terminali: e nelle laterali un solo individuo sopra H spighe ne presentò una con tre fiori e" ed uno . Ma nelle piante spontanee le cose si comportano in altro modo. Infatti per quanto riguarda le spighe terminali un individuo ne presentò 2 su 18 con 9 fiori a* ed 1 %; un secondo 8 su 20 con fiori a" più numerosi, e tra essi uno con 10 fiori •' e %\ in un terzo individuo 9 sopra 17; negli altri tre nessuna. Per quanto riguarda le spighe laterali, soltanto due dei sei individui studiati presentarono delle spighe con fiori maschili più numerosi dei femminei, e precisamente 1 sopra 12 in in uno, r, sopra 01 nell'altro e di queste cinque tre con 12 fiori a" e ?. Però se noi consideriamo i numeri totali dei fiori maschili e femminei nelle piante spontanee, nelle coltivate e nelle une e nelle altre prese insieme, troviamo che il rapporto si può dire costante. Infatti dei 1003 fiori delle piante spontanee 310 erano e' e 1293 ? ; dei 11!»] fiori delle piante coltivate 211 erano a" e 980 ?; dei 2794 fiori, totale di tutte le piante, 521 erano a" e 2273 £. Ora in tutti questi casi i bori maschili rappresentano approssimativamente un. i/,*"',,/,, del numero totale. ■ '•. Di qualche interesse mi sembra quanto riguarda i bori ermafroditi. In nessuna delle spighe, terminali o laterali, delle piante spontanee trovai fiori ermafroditi; li riscontrai invece relativamente frequenti nelle piante coltivate, ed in esse più nume- rosi nelle spighe terminali, che nelle laterali. Nel totale delle spighe dei due indi- vidui coltivati, soltanto 10 presentarono fiori ermafroditi, e cioè 11 nelle spighe ter- minali, 5 nelle laterali. Tutte le spighe poi non portano che un solo fiore ermafrodito. In questi fiori ermafroditi la distribuzione degli elementi maschili e femminei è diversa, e varia specialmente per il numero degli stami. Abbiamo infatti tra i 16 fiori 5 con 1 stilo, 3 con 2 stili, 8 con 3 stili ; abbiamo per contrario 3 fiori con 1 stame, 5 con 2 stami, 2 con 3 stami, 2 con 4 stami, 1 con 5 stami, 1 con 6 stami, 1 con 10 stami, 1 con 12 stami. Questo fiore che porta contemporaneamente elementi maschili e femminei, unico per ognuna delle indicate 16 spighe, corrisponde nella maggioranza dei casi all' infimo fiore femmineo, quello cioè che fa subito seguito ai maschili, quando questi si trovano sulla spiga ; uno solo stava nella parte superiore della spiga, ma portava un solo stame. Questi fiori ermafroditi si possono dunque ritenere come molto ridotti, gli ultimi residui cioè del passaggio alla separazione dei sessi nella nostra pianta. E più precisamente, considerando l'esiguo numero degli stami in questi fiori bisessuali, si possono ritenere come gli ultimi fiori nei quali 1' elemento femmineo prende il sopravvento. Siccome poi questi fiori bisessuali li ho trovati tutti (nel caso da me studiato) nelle piante coltivate, mentre mancavano affatto nelle piante spontanee, si potrebbe forse con fondamento ammettere, che si tratti di fatti atavici, il cui presentarsi sia dovuto alle speciali con- dizioni offerte dalla coltivazione. Non bisogna pn - ò dimenticare, che il Moris accenna alla presenza di fiori ermafroditi nel Poterium spinosum; ma non dice, se li abbia osservati in piante spontanee od in quelle coltivate. È pure interessante rilevare alcuni fatti, i quali mi sembra valgano a dimostrare che in questa pianta vi è una marcata tendenza alla separazione dei sessi. Ho trovato infatti in certi individui coltivati delle spighe laterali con un solo fiore maschile fornito anche di pochi stami, e delle altre con spighe terminali e laterali aventi un solo fiore femmineo e numerosi maschili (9-10); in certe altre spighe i fiori maschili o rispetti- vamente i femminei esistono al loro posto normale, ma o gli uni o gli altri sono inattivi per aborto più o meno completo degli elementi sessuali. Da questi casi si passa alle numerose spighe tutte maschili o tutte femminee ed agli individui a sessi completa- mente separati, dei quali però io non osservai che quelli femminei (')• IL Anche per quanto riguarda le spighe, non sono d' accordo i descrittori. Boissier le dice più o meno peduncolate od anche sessili , terminali ; Bertoloni le dà per soli- tarie. Per quanto riguarda la fo.ma, sono lineari, oblunghe od ovate secondo Moris, cilindriche od oblunghe perGussone; subglobose per Bertoloni. In fine mentre Gussone e Boissier le dicono piuttosto lassiflore, il Moris le dà lassiflore o densiflore. Da quanto si è detto sopra, è facile comprende.e, che le indicate divergenze provengono sopratutto dall' esame di una sola o di pochissime spighe, e che il Moris, come quello che ebbe sottomano materiale fresco ed abbondante, è il più esatto. Nelle infiorescenze terminali spesso il fiore inferiore della spiga è lontano dagli altri e sostenuto da ima brattea fogliforme ; nelle spighe monoiche poi i fiori inferiori, (!) Secondo Spach {Revisio generis Poterium, Ann. Se. natur. 3 me sér. t. V, 184G, p. 31), sa- rebbe decisamente monoico, — tu — maschili, sono staccati dai femminei per un piccolo tratto ed anche slontanati ira di loro in confronto ai femminei, cosicché possono occupare nella spiga altrettanto od anche mag- gior pip.-to che i liori femminei, che sono assai più numerosi. A questo fatto .accennano semplicemente tutti i descrittori colla frase » spighe interrotte alla base ». I fiori femminei, specialmente nella porzione superiore della spiga sono molto più ravvici- nati e compatti. — I fiori dell' apice dell' asse della infiorescenza sono non di rado abortiti, cosichò esso si presenta come una breve pimticina. Ciascun fiore presenta tre brattee, tutte piccole ; di esse la mediana è un po' più grande, ovale lanceolata, sco- lorita, con molti peli. Il calice del Poteriiun spinosum è inserito sopra una cupola ricettacolare mani- festa e sviluppata nei fiori femminei, ridotta assai nei fiori maschili, nei quali forma una specie di orlo sporgente, da cui si staccano i lembi. Ordinariamente il calice è tetra- mero; però nei fiori che stanno al sommo della spiga spessissimo è trimero. I suoi lembi o lacinie più grandi nel fiore maschile che nel femmineo, sono ovali, ot- tuse, con tre nervature manifestissime, e portano all' estremità anteriore un piccolo mucroncino ottuso. Nel bottone essi si coprono coi margini loro, ma per pochissimo tratto. Allo sbocciare del fiore, i lembi si rovesciano in fuori nel fiore femmineo: restano invece quasi patenti nel maschile. Essi non sono così caduchi, come indicano i sistematici, ma nel fiore femmineo persistono anche a completa maturauza del frutto, benché sec- cate e scolorate, e nel maschile si trovano aderenti all' asse della spiga anche quando i frutti sono quasi maturi, colle lacinie secche e scolorite. La struttura del lembo è però simile nelle due sorta di fiori. Consta di una epidermide superiore a cellule assai grandi, di un epidermide inferiore a cellule assai più piccole, con stomi manifesti e numerosi sulle due facce ; di un mesofillo a poche serie di cellule verdi, simili, isodiametriche, percorso dai fasci vascolari. Il falso frutto, trasformazione principalmente della cupola ricettacolare, comincia ben presto a svilupparsi, raggiungendo rapidamente le sue dimensioni definitive e tro- vandosi già completamente maturo verso la fine di giugno. Dorante lo sviluppo esso passa per diversi stadii di forma, di colore, di consistenza. Dapprincipio è subsferico o globoso, verdiccio; ben presto, già quando ancora gli stigmi sono turgidi, anni aita di volume ed ha forma di una pallottolina minuta sormontata dai lembi del calice, che sono verdi, distesi ed applicati contro la porzione ingrossata, cosichè somigliano una stelletta. In questo stadio il falso frutto ha color roseo nella parte esterna, bianchiccio o gialliccio nelle parti interna ed inferiore. Raggiunta la sua massima dimensione è sfe- rico di color rosso più o meno vivo nella parte esposta (superiore-esterna), giallo nel resto. Più tardi diventa di color bruno dapprima pallido, poi mano mano più intenso, mentre i lobi calie-ini si scolorano, si sollevano ed accartocciano, ma non si staccano, come asserisce p. e. il Moria. In tutti gli stadii precedenti, cioè quando hanno color rosso o bianco, od anche nei primi stadii del bruno, i falsi fruiti sono a superficie liscia, distesa; poi col pren- dere il color bruno si fanno mano mano flosci, s' increspano e presentano delle pie- ghettine nel senso longitudinale ('). ('I II colore d.1 falso fratto sarebbe roseo (Moris), rosso (Gussone), ranciato (Ber'o'.oni). — 87 — Tutti gli autori consultati, senza eccezione, attribuiscono al Poter him spinosum un falso frutto (') baccato o subbaccato e persino polposo, succulento; Bertoloni lo dice rivestito da una corteccia polposa ed infine De Candolle lo rassomiglia a quello della Rosa baccalà ( 2 ). Ma in verità né nello stadio a color rosa, né in quello a color bianco o giallo non sono mai carnosi né succulenti ; sono anzi poco resistenti e solo schiacciandoli fortemente fra le dita, se ne può spremere ima traccia di liquido. Hanno - invece sotto 1' epidermide un tessuto ampio, spugnoso, bianco, abbastanza asciutto, che ravvolge i veri frutti od achenii, allora di color verde. La poca resi- stenza ed il pochissimo liquido sono scomparsi affatto, quando il falso frutto ha color bruno, nel qual caso anche il tessuto spugnoso interno imbrunisce. Per la presenza del tessuto spugnoso i falsi frutti sono pieni di aria, leggerissimi, cosicché in ogni stadio galleggiano facilmente sull' acqua anche per molti giorni. Il falso fratto consta di due parti, il vero frutto e la cupola ricettacolare ingros- sata. Questa cresce e raggiunge dimensioni eguali spesso a quelle dei falsi frutti normali, anche quando i semi sono completamente abortiti. La cupola consta di tre parti ; una esterna fatta dall' epidermide esterna, sottile, di color giallo bruno, e di una serie di cellule sottoepidermiche quasi scolorate, più grandi ed a pareti più sottili; una interna formata dall' epidermide interna, al disotto della quale sta uno strato di color giallognolo costituito da due a quattro serie di cellule parenchimatiche piccole. Imme- diatamente all' esterno di queste stanno isolati e disposti in una cerchia i fasci vasco- lari del ricettacolo. La porzione mediana consta di cellule ramose, a corpo piccolo, con rami diretti in tutti i sensi, lunghi sottili, cilindrici, direi quasi a forma di mice- lio, scolorati, a pareti sottili ma finamente punteggiate. Queste cellule, partendo in numero considerevole e piuttosto fitte dallo strato sottoepidermico interno, si dirigono obliquamente verso 1' esterno, andando ad attaccarsi alla serie sottoepidermica esterna, diventando mano mano più lasche, cioè lasciando ampie lacune, alle quali si deve la leggerezza del falso frutto. Nel fiore femmineo maturo, il ricettacolo, benché già rigonfio, è meno spesso, colle cellule del parenchima mediano già ramose, ma più fitte e più brevi, con corpo grande e rami corti e grossi, con cavità aeree più strette assai. Cosicché parrebbe quasi che durante lo sviluppo del falso frutto il numero delle cellule ramose non aumen- tasse; ma solo avesse luogo un considerevole accrescimento intercalare nei rami. I veri frutti sono achenii : tipicamente in numero di quattro provenienti dai quat 1 tro carpelli, se ne trova di solito da uno a tre, abortendone quasi sempre qualcuno: di rado mancano tutti. Occupano la parte centrale della metà superiore del falso frutto, (') Senza toccare la questione della natura morfologica d'eli' organo nel quale stanno i pistilli, ricordo soltanto, che Moris, Gussone, Spach, Grenier e Godron, De Candolle e Boissier ritengono il "falso frutto come il tubo del calice ingrossato ; Baillon, Cesati, Gibelli e Passerini e Eichler lo chia- mano una modificazione del ricettacolo ; per Bentham ed Hooker sarebbe il tubo del calice rive- stito dal ricettacolo fino alla fauce. ( 2 ) Gussone (1. e.) dice nella diagnosi che il falso frutto è drupaceo ; però più sotto nella descrizione lo chiama quasi baccato difeso da una corteccia ^rossetta rubiconda; Bertoloni usa la parola ackenio. — 88 — sotto ai lembi del calice. Sono ovali-allungati, con quattro leggere costolóne, che li t'anun apparire subquadrati in sezione, ristretti all' apice, verdi per lungo tempo, infine bruni, rivestiti alla superficie dalla porzione interna del ricettacolo, che loro aderisce. 11 pericarpio in sezione trasversale si vede costituito da una epidermide a cel- lule poco ispessite, subquadrate, da un pajo di serie di cellule sottoepidermiehe a reti sottili, da una serie regolare di cellule meccaniche a pareti grosse e colorale in giallo, contenenti ciascuna un grosso cristallo di 03salato di calce ; segue infine uno strato consi- derevole di cellule sclerose, allungate, sottili, punteggiato-canalicolate, intrecciate a pa- formare un robusto tessuto meccanico. Nel fiore femmineo maturo i carpelli sono liberi fra loro e non contraggono aderenze colle pareti del ricettacolo. Soltanto più tardi le cellule epidermiche dei carpelli crescono e si accollano fra loro, saldandosi anche; cosicché nei frutti le epidermidi dei vari pericarpii sono a contatto dovunque, meno che nel centro, che in parte è cavo, in parte occupato da cellule epidermiche, la cui parete esterna in seguito a forte accrescimento vi ha fatto protuberanza, ispessendosi anche assai. 111. I caratteri biologici essenziali del fiore del Poterium spinosum L., lo l'anno senza esitazione collocare fra le piante anemofile. Gli stami sono numerosi, circa 10 nei fiori maschili, ad antere gialle, fornite di filamenti sottili, flessuosi e raccorciati nel bottone, lunghi, distesi, pendenti all'epoca dello sbocciamento. Il polline è giallo, abbondante, asciutto, a granelli con parete liscia, poliedrici se osservati a secco, sfe- rici se visti nell'acqua. Toccando i fiori maschili aperti e maturi, il polline cade spontaneamente. Gli stili sono gracili, gli stigmi lunghetti a pennello o meglio for- niti di papille e di uncinetti rivolti all'indietro. 1 fiori maschili, un po' più grandi dei femminei, sono i primi a formarsi, ma non maturano e non si aprono che molto tardi. I femminei si schiudono prima, co- minciando da quelli inferiori e procedendo verso i superiori con successione piuttosto rapida. Qualche giorno dopo aperti i fiori femminei, cominciano a sbocciare i ma- schili, e qui pure per i primi gli inferiori; cosicché si hanno nelle spighe monoiche due punti di partenza per la fioritura: uno pei fiori femminei, l'altro pei maschili. Soltanto qualche rara volta i fiori maschili mediani si aprono dopo i superiori e gli inferiori. E quando in queste spighe i fiori sono aperti e maturi, i femminei pre- sentano già i loro stigmi appassiti o disseccati. Il fiore del Poterium spinosum è inodoro, non presenta organi o tessuti nettariferi, e non lo vidi visitato da insetti. Questa pianta adunque per l'apparecchio di impollinazione longistamineo, lo stigma a pennello, la caduta spontanea del polline, la mancanza di nettare e di odori, il tempo di maturazione degli stimmi e delle antere, è anemofila e proterogina brachi- biostimmica, e l'anemofilia è del tipo di quella delle Graminacee ecc. Ma l'esame biologico del fiore del Poterium spinosum, ci appalesa alcuni altri caratteri secondarli, ma degni di nota. Gli stimmi ed i filamenti degli stami sono di un color rosso vivo o vinoso: i lembi del calice dei fiori femminei superiori sono pure spesso tinti vivamente in rosso; quelli degli altri femminei spesso e dei ma- schili sempre sono verdi con strisce rosse al margine del terzo anteriore e lungo le nervature principali. Infine l' ingrossamento del ricettacolo, che porta i lobi del — 89 — calice nel fiore femmineo, sopratutto nelle piante spontanee, è di un bel rosso vivace nella parte superiore ed esterna, gialliccio nel resto. Questi ultimi caratteri non hanno valore biologico per le piante anemofile. Qual'è dunque il loro significato? Il Dei- pino dichiara di non sapersi rendere ragione di questa singolare coincidenza di ca- ratteri biologici fiorali delle piante entomofile con quelli preponderanti delle anemofile. fatto che si riscontra, oltreché nei Poterium poligami, anche in altre piante ad im- pollinazione per opera dei movimenti dell'aria, benché non sia frequente ('). Darwin ( 2 ) ed H. Miiller ( 3 ) ritengono il caso dei Poterium citati come un raro esempio di piante che, anemofile in origine, dopo essersi adattate alla entomofilia, sono ritornate anemofile. Essi ricordano a questo riguardo il genere Thalictrum anemofilo fra le Ranuncolacee. Giova però osservare, che tra questo genere ed i Poterium poligami corrono, dal punto di vista che ci occupa, differenze di qualche valore. Nei Tha- lictrum infatti lo stigma poco disteso ed il polline ancora vischioso accennano evi- dentemente ad una precedente entomofilia, come vi accennano, ma in grado minore, i filamenti degli stami colorati vivamente in alcune specie, tantoché attirano ancora la visita degli insetti (che possono asportare del polline), benché la funzione netta- rogena sia scomparsa. Nulla o quasi nulla di questo troviamo nei Poterium poligami anemofili. In essi i veri caratteri della supposta precedente entomofilia mancano af- fatto, troppo poco essendo il valore da attribuirsi alla colorazione. Conviene inoltre ricordare che, secondo lo stesso H. Miiller ( 4 ), nelle Alpi le Rosiflore rimasero quasi tutte nei gradi inferiori di adattamento alla fecondazione incrociata per opera degli insetti. Questi fatti e queste considerazioni rendono, mi pare, titubanti ad ammet- tere la recisa opinione di Darwin e di H. Miiller, per quanto riguarda i Poterium relativamente alle altre Rosacee. Tuttavia a me pare che soltanto lo studio compa- rativo di quanto avviene nei generi affini, possa valere a risolvere la questione. Questo studio richiede un esame lungo e coscienzioso, che io non ho fatto e per mancanza di materiale opportuno e per non uscire dai limiti di questa breve Nota. Però da un primo studio sui generi compresi nel gruppo delle Poteriee, ho trovato che essi si possono riunire, dal punto di vista della biologia fiorale, in tre gruppi, e cioè: A) Fiori ermafroditi, a corolla di regola appariscente, stami di solito pochi, a filamenti brevi o se lunghi eretti, a stigma capitato o bilobo: prettamente ento- mofili. — Leucosidea Eckl. et Zeyh. — Agrimonia L. (cum Aremonia Neck.). — Poteridium Spach. B) Fiori ermafroditi o di rado poligamo-dioici ; a corolla nulla o non appari- scente, stami variabili di numero, a filamenti brevi, a stigma di rado capitato, spa- tulato, peltatp, più o meno fimbriato o penicillato : entomofili con tendenza ed adda- mene incipienti all'anemofilia. — Brayera Kunth. — Margyricarpus Ruiz. et Pav. — Polylepis Ruiz et Pav. — Sangui-sorba L. — Acaena L. (') Delpino F., Ulteriori osservazioni sulla Dicogamia vegetale. Parte II, fase. I. Atti Sor. ital. Se. natur. Voi. XVIII, 1870, p. 41. (•) Darwin Ch., Des effeets de la fécondation croisce etc. trad. frane. Paris, 1877, p. 416-17. P) Miiller H., Alpenllumen. Leipzig, 1881, p. 228. — lei., Die Weàhselbeziehvng. zn-isch. d. fìlumcnu. Un-. Kreuzung vermitt. Insekten, in Schenk, Handb. d. Botanik, B. I. Breslau, 1884, p. 74. ( 4 ) H. Miiller, Alpenblumen, 1. e. p. 228. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 12 _ 90 — ri Fiori poligami, monoici o dioici; corolla nulla : stami numerosi con fila- menti lunghi e flessuosi, pendenti : stimma penicillato : prettamente anemofili. — unì L. s. str. — Bencomia Webb. — Cliffovtia L. Fra l'uno e l'altro di questi gruppi si riscontrano delle forme di passaggio. Mi Limito a citare il genere Sa ba, che da una parte con specie a pochi stami, a filamenti brevi, a stigma capitato si collega col primo gruppo, dall'altra con specie a molti stami, altre con stami eserti e lunghi, altre ancora poligamo-dioiche con stigma penicillato, dà la mano al terzo grappo. Dall'altra parte, considerando soltanto i Poterium, possiamo alla loro volta rag- gnipparli nel modo seguente: A) Poterii ermafroditi: entomofili. — Poteridium Spach (Poterium annuum Torr. et Gray). — Sanguisorba L. s. str. 15) Poterii poligami: anemofili. — Poterium L. s. str. C) Poterii monoici, con tendenza al dioicismo, per eccezione poligami: ane- mofili. — ■ Sarcopoterium Spach {Poterium spinosum L.). D) Poterii dioici: anemofili. — Bencomia Webb. {Poterium caudatumA.it.). Anche in questo caso troviamo forme di passaggio da un grappo all'altro. Sopra tutto merita di essere ricordata la Bencomia, che si collega strettamente al Poterium spinosum; in essa 1' anemofilia raggiunge il suo massimo grado per questo grappo, essendo nettamente dioica, ed avendo .delle infiorescenze ascellari, lunghe, flaccide, amentlformi, stami infiniti a filamenti lunghi, filiformi, contorti, e stimma a pennello. La diretta parentela è anche dimostrata dalla forma del falso frutto globoso, bacci- l'orme, e dall'essere anche la Bencomia un piccolo frutice. Da questo primo tentativo di aggruppamento, fatto colla scorta di pochissime osservazioni e ricerche, mi pare tuttavia si possa trarre la conclusione, che tanto fra i generi del gruppo delle Poteriee, quanto fra le specie del genere Poteri»,,/ {senso tot issi mo) si trovano delle forme di passaggio, che collegano i lignaggi ane- mofili con quelli entomofili. che costituiscono la grande maggioranza del gruppo delle Kosacee. — 91 — Contribuzione allo studio delle anomalie di struttura nelle radici delle Dicotiledoni del dott. G. AVETTA. (Tav. IX, X). L'idea che ci si fa ordinariamente di una radice quanto alla sua struttura, è quella di un organo il cui asse è occupato dai fasci conduttori, di tipo raggiati, cir- condati esteramente dal periciclo, semplice per lo più ed omogeneo, che forma con essi il cilindro centrale dell'organo, sempre nettamente distinto dall'astuccio corticale parenchimatoso, perchè questo è limitato al suo interno dalla endodermide caratte- ristica. Ciò per la struttura primaria. Quanto all'ulteriore accrescimento esso avviene per due processi concomitanti : 1° per attività del cambio che si forma tutt' attorno nel tessuto congiuntivo dei fasci primari e di ima cerchia continua di fasci collaterali, interrotta di tratto in tratto dai raggi parenchimatosi detti, per analogia, midollari ; 2° per attività del periciclo che diventa zona generatrice suberocorticale/cioè che produce sughero all'esterno e parenchima secondario all'interno, cui si suol dare impropriamente il nome di corteccia secondaria. Questa la struttura di una radice normale. Ma non tutte le radici sono cosifatte. Spesso accade di trovare nelle radici delle deviazioni più o meno grandi dal tipo ora descritto, delle modificazioni talora così pronunciate nella forma, nella disposizione, nello sviluppo dei tessuti, che la struttura ne diventa complicatissima. Sempre il tessuto conduttore è quello che si modifica di più, e fornisce colle sue trasformazioni la maggior parte delle anomalie conosciute. Le anomalie, di qualunque sorta esse siano, interessano solo la struttura secon- daria, mai la primaria, ed è perciò che s'incontrano sempre soltanto nelle radici adulte. Per lo più l'anomalia per essere scorta ha bisogno dell'esame microscopico, talora invece basta l'ispezione macroscopica di una semplice fettolina, ovvero può essere tanto grande da tradirsi persino all'esterno. Molte delle anomalie radicali sono note da lunga pezza e sono entrate nel do- minio dei trattati di botanica, specialmente quelle di piante il cui fusto è palese- mente anomalo. Era naturale che si sospettasse la presenza di anomalie anche nelle radici di tali piante e che quindi venissero studiate sotto questo riguardo, benché, come vedremo, non sempre l'anomalia del caule in una pianta porti con sé per un-;' - saria conseguenza l'anomalia della radice e viceversa. — 92 — Molte altre anomalie poi vennero in luce, perchè comunissime ed estese ad intiere famiglie di piante, di cui formano una caratteristica. È indubitato che il maggior contributo alle anomalie caulinari lo danno le piante rampicanti, le così dette liane; mentre per 1» radicali o non c'è differenza o, se c'è, va in favore delle piante non rampicanti. Ad es. delle 41 piante che formano oggetto di questo studio sole 6 sono scandenti. Ciò non pertanto molto ancor resta a fere su questo argomento, per parecchie ragioni dovute alla natura dell'argomento stesso. Anzitutto le radici essendo sotterranee e perciò meno facilmente raggiungibili delle parti aeree della pianta, sfuggono molto più facilmente all'osservazione di chi non si occupi espressamente di esse. Poi perchè sovente le anomalie di piante esotiche si studiarono su campioni secchi di erbario, e negli erbari purtroppo il più delle volte le radici fanno difetto. Giova pure notare che quantunque le anomalie non siano ben definite che nelle radici adulte, pure conviene studiarle anche nelle loro origini, perchè a sviluppo completo sono tante Le apparenze diverse sotto cui si presentano, da non ritrovarcisi più. È per queste ragioni che sono molto incomplete le nostre conoscenze in propo- sito e che nei trattati, anche più recenti, di botanica, questo interessante capitolo di anatomia vegetale si riduce alla esposizione di fatti isolati, non coordinati a tipi come si è potuto fare pel fusto. Così il trattato del Vau Thieghem ( ( ), per citare uno dei più recenti, che rias- sume quanto si sapeva di certo sino a quell'epoca, distingue anzitutto due sorta ili radici anormali, cioè: 1° per produzione di fasci secondari in cerchia nella corteccia secondaria (tipo Mirabilis) e li chiama secondari perchè provenienti direttamente dalle segmentazioni e differenziazioni che hanno luogo sul lato interno della zona generatrice subero corticale: 2° per produzione di fasci terziari in cerchia nella corteccia secondaria (tipo Beta), e li chiama terziari perchè provenienti da una zona generatrice di terzo ordine, l'or- matasi nel parenchima già ditferenziato della corteccia secondaria. In entrambi i casi l'attività del cambio normale cessa e cessa pure quella di ciascun cambio anormale, quando compare il successivo. Fa un caso particolare della anomalia delle Convolvulacee in cui si formano pure fasci terziari nella corteccia secondaria, colla differenza che il cambio primario continua a funzionare dopo la comparsa dei fasci soprannumerari, e ciascuno di questi cresce pure un certo tempo per mezzo del suo cambio. Infine ricorda la produzione di fasci terziari nel parenchima del legno secondario, orientati regolarmente (Ipomaea Purga, Convolvulus Scammonia) ovvero rovesciati, col legno esterno e il libro interno ( Wyrrhis odorata). Parlando poi delle anomalie del fusto, cita qua e là pure la radice, con grandi incertezze. .Morot (-) nel suo recente studio sul periciclo, parla anche naturalmente della for- mazione di fasci fibrovascolari nel periciclo della radice, che è il caso più frequente (>) V;in Thieghem Hi.. Traile de Botanique. Paris, issi, j.j>. 721-7:21. ('•) Morot L., Recherches sur i le. ina. dea bc nat. bot. n a.ér., t. XX, ri. I. ■">. 6, pp. 217-304, pi. '.'■! I. — 93 — di anomalia radicale, e passa in esame un gran numero di piante delle famiglie più svariate : Nictaginee, Chenopodiacee, Amarantacee, Aizoacee, Stilidiee, Convol- mlacee, Giliacte, Gucurbitaceej Cariofdlee. Ma contrariamente a de Bary (') e Van Thieghem ( 2 ), i quali hanno creduto doversi attribuire a modi di formazione ben distinti l'origine dei fasci soprannume- rari nel periciclo, egli ritiene che l'origine sia una sola e che le differenze a prima vista grandissime presentate dalla struttura di queste radici anomale, non siano che differenze di dettaglio. Egli ammette ( 3 ) che i fasci soprannumerari hanno tutti ori- gine da meristemi terziari, che compaiono successivamente nel parenchima corticale proveniente dalla attività generatrice del periciclo, meristemi che danno origine a cerchie successive di fasci collaterali sia isolati, sia riuniti in vario modo per scle- rosi parziale o totale del parenchima interfasciale. Nonostante questi lavori ed altri che ricorderò a proposito dei singoli casi, molto rimane a fare per la conoscenza completa delle anomalie radicali. Né io ho la pretesa di completarla con questo studio sulle anomalie radicali delle Dicotiledoni, ma soltanto di colmare qualche lacuna e di portare un contributo di osservazioni a chi voglia più tardi tentare un lavoro generale sulle anomalie della radice. Le anomalie che ho trovato nella struttura delle radici di Dicotiledoni da me studiate, possono ridursi tutte quante a due tipi, cioè: 1° Anomalie prodotte dalla zona generatrice, 2° Anomalie prodotte dal periciclo. I. Anomalie prodotto dalla zona generatrice. Le anomalie prodotte dalla zona generatrice, sono dovute ad una irregolarità nel modo di funzionare di questa e consistono propriamente in ciò, che la produzione dei tessuti secondari da parte di essa, non è uguale in tutti i suoi punti. Questa non uguaglianza nella produzione dei tessuti secondari, può verificarsi nella quantità o nella qualità. A. Disuguagliamo, nella quantità di tessuti secondari prodotti dalla zona gene- ratrice. Questo primo caso è anche il più comune. Accade p. e. che nella direzione di certi raggi lo xilema si sviluppa di più che non negli interraggi. Allora, se il noema continua a svilupparsi ugualmente tutt'al- l' ingiro, il maggiore sviluppo legnoso si tradisce all'esterno sotto forma di costole longitudinali, rette o sinuose, che percorrono la radice in numero vario ; ma se il lioema si sviluppa più abbondante negli intervalli ove lo xilema si è accresciuto di meno, può accadere ed accade di fatto che si sviluppa tanto da colmare i solchi di questo, per modo che all'esterno non appare traccia dell'anomalia. 0) De Bary A., Verglekhende Anatomie. Leipzig 1S77, p. 606-608. ( 2 ) Van Thieghem. 1. e. p. 721-7'2:5. (3) Morot, 1. e. p. 241, — 94 — Il primo modo di accrescimento mi presentarono le radici dello Ononis spinosa 1... Polygala brachypoda Tod. ed Atraphaxìs spinosa L. Il secondo modo, alcune piante soltanto della famiglia delle Bignoniacee. Ononis spinosa L. Il sistema radicale delle Ononis è scarso e si riduce d'ordinario ad un fittone più o meno sviluppato, con poche radici laterali sottili che non presentano traccia di anomalia, come non ne presenta il fittone altro che nella sua parte superiore ove è più grosso. 11 corpo legnoso di questa radice è fatto di tanti raggi legnosi alternanti con numerosi e larghi raggi midollari. In origine si vedono nettamente quattro spicchi di fasci secondari alternanti coi quattro raggi del cordone vascolare primario, ma lo sviluppo ulteriore fa diventare la radice eccentrica ; uno, due o tre di questi spicchi crescono di più e danno origine alle costole salienti che si vedono sulla superficie della radice. Ho ragion di credere che tale anomalia si verifichi non solo nell' Ononis spinosa, ma anche in altre specie, perchè un taglio fatto nella radice di 0. eenisia L., mi mostrò la presenza dell'anomalia anche in questa specie. Atraphaxis spinosa L. Anche in questa Poligonacea asiatica, il sistema radicale è ridotto assai. Il fusto forma alla hase come un ceppo dal quale si dipartono poche radici, non molto grosse ma durissime, perchè il corpo legnoso ne è compattissimo e la corteccia è addirittura rimpinzata di grosse macie cristalline di ossalato calcico. Queste radici sono irregolarmente percorse anche quando sono ancora piccole, da costole ben visibili, che una sezione trasversale ci mostra esser dovute ad un mag- giore sviluppo locale dello xilema (tav. IX, fig. 1). Talora una di queste costole si presenta come staccata dal corpo legnoso cen- trale, per cui si potrebbe attribuirle un'altra origine che non dal cambio norma] ì, ma sempre si trova un punto di aderenza, come un istmo, che la collega col rima- nente dello xilema. La compattezza di questo è dovuta alla completa lignificazione di tutto il pa- renchima interfasciale. È pure interessante in questa pianta il sistema tegumentale. Si forma dapprima una zona normale fellogenica al margine del periciclo, che dà uno straterello di sughero, ma ben presto compaiono più profondamente, nel pa- renchima della regione liberiana, nuovi meristemi fellogenici (tav. IX, fig. 1, fé), talora così profondi da giungere sino a contatto dello xilema ; i quali danno origine a peri- dermi perfettamente paragonabili con quelli del fusto di eerte piante, tantoché si ha in questa ra lice, la produzione di una vera e propria scorza o ritidoma. Pohjrjala brachypoda Tod. Di questa pianta ho potuto esaminare un solo pezzo di radice morta e macera- tasi nel terreno, ridotta quindi al solo corpo legnoso. Questo presentava una Boia gross.i costola da un lato, percorsa alla sra volta da rilievi minori. — 95 — Nulla di simile mi mostrarono le altre specie di Polygala che ho potuto esa- minare (P. M/jrtifolia, P. Portale*//). Bignoniacce. Alcune piante soltanto di questa famiglia presentano nella loro radice la stessa, identica anomalia che hanno nel fusto. Essa consiste in ciò, che in taluni punti, simmetricamente disposti, s'arresta la produzione dello xilema e cresce in compenso quella del floema. La cosa è così ben nota pel fusto, che non vai la pena d'insisterci, né di figu- rarla. Credo però che finora non fosse conosciuta per le radici, poiché in esse vera- mente l'anomalia è molto più rara che non nei fusti; basti dire che di una diecina, di piante da me esaminate, (Bignonìa catalpa L., B. venusta Ker., B. capreolata L., B. australis Ait., Tecoma stans Juss., T. capensis G. Don., T. radicane Juss., Pau- lownia imperialis L., Pithecoctenium clematideum Griseb., P. buccinatorìum Dee. Amphilophnim paniculatum H. B.), tre soltanto trovai con radice anomala, cioè Bi- gnonìa capreolata L., B. venusta Ker. e Ampldlophium paniculatum H. B. Il numero dei raggi di minimo accrescimento legnoso non è sempre uguale pel fusto e per la radice di una stessa pianta. Così néH' Amphilophium il fusto ne ha quattro, la radice cinque. Il numero di questi raggi di massimo e minimo accrescimento dello xilema di- pende, nella radice, dal numero dei raggi vascolari primari, poiché costantemente ad ogni raggio del cordone vascolare primario corrisponde un raggio di massimo accre- scimento del legno secondario. B. Disuguaglianza nella qualità dei tessuti secondari prodotti dalla zona gene- ratrice. Di questo secondo tipo di anomalia prodotta dalla zona generatrice, offrono uu bell'esempio le Melastomacee. L'anomalia radicale di queste piante consiste nel fatto che lo xilema, formante il corpo centrale dell'organo, non è percorso dai soliti raggi midollari, ma da tanti cordoni verticali di parenchima molle, che trovansi immersi qua e là senz'ordine appa- rente nella massa dello xilema stesso. In una sezione trasversale quindi di una radice sufficientemente grossa (tav. IX, tìg. 2), lo xilema, molto compatto, si mostra qua e là irregolarmente chiazzato da tanti isolotti di tessuto chiaro, molle, non lignificato. Non tutte le Melastomacee si prestano ugualmente bene all'osservazione di questo fatto, benché, dal più al meno, si verifichi in tutte quelle da me esaminate (Hcte- rocentron Mexicanum Naud., //. roseum A. Br., Ileterotrichum macrodon Hook., Melastoma malabathricum L., Pleroma elegans Gardn., Cremonium coccineum L., Cen- tradenia rosea Lindi. Le radici di Ileterocentron Mexicanum e di Pleroma elegans, sono quelle che mi permisero di seguire più chiaramente la formazione di questi isolotti parenchimatosi. Più o meno numerosi a seconda dei casi, ma sempre irregolarmente distribuiti, questi cordoni, a contorni irregolarissimi, si formano in seguito a un temporaneo cambiamento locale, nei prodotti dell'attività della zona cambiale. — 96 — Essa cioè che sino allora, in quel punto, ha dato origine ad elementi rilematici lignificati, tutt'ad un tratto prende a formar parenchima molle e continua a produrne per Un eerto tempo sinché insensibilmente o bruscamente torna a produrre legno, in modo che gli isolotti parenchimatosi arrestati nel loro sviluppo si trovano chiusi tutt 'attorno da elementi lignificati. Le cellule di questo parenchima sono allungate in senso verticale e disposte parallelamente l'ima all'altra in modo da simulare la disposizione che prendono le cellule cambiformi nel leptoma del fascio. Degna di nota in queste piante è pure la presenza di elementi sclerosi allungati sparsi qua e là nel periciclo. che io ritengo, contrariamente all'osservazioni' troppo •assoluta del Morot ('), originarsi veramente in questo tessuto e non nel libro, per- chè se ne trovano alcune immediatamente al disotto del sughero, molto loutane dai vasi cribrosi. Pseudoanomalie dovute ad un particolare modo di funzionare della sona generatrice. Come appendice alle vere anomalie ora descritte, voglio accennare ad alcune particolari disposizioni che prendono gli elementi dello xilema, in certe radici, si- mulando quelle. Ad esempio, la sezione macroscopica di una radice di Dianthus virgineus L. si- mula quella di certe Bignoniacee, poiché mostra quattro spicchi legnosi ben svilup- pati, alternanti con quattro grosse fascie non lignificate. Ma queste quattro fascie non sono altro che quattro raggi midollari molto larghi e molto simmetrici. Così pure simulano certe Bignonie le radici di Passiflora lunata Juss., Menian- thes tri f ni iala L., Akébia qui nata Decne., ed altre, dove lo xilema, prima formante una massa unica, si divide in tanti spicchi che alla loro volta si dividono e suddi- vidono con molta regolarità. Così ancora le radici di Dianthus Bisigniani Ten., Stiene rupestris L.. S. in- fiala Smith, ed altre, di Alyssum campestre L. età, hanno l'apparenza di anomale, perchè mostrano un numero più o meno grande, secondo l'età, di zone concentriche alternativamente più e meno dense, che si succedono molto simmetricamente, e che spiccano tanto più colle colorazioni, prendendo l'aspetto di molte di quelle radici che sono anomale per formazione di cerchie di fasci nel periciclo. Invece qui non c'è traccia di formazioni soprannumerarie, ma è lo xilema pro- veniente dal cambio normale, che nelle zone meno dense presenta i vasi legnosi iso- lati in mezzo ad abbondantissimo parenchima molle (del legno e dei raggi), mentre nelle zone più dense tutto questo parenchima si lignifica e forma come una ganga in cui sono immersi i vasi. l'i Morot, 1. o. p, 283! — 97 IL Anomalie prodotte dal periciclo. Le anomalie prodotte dal periciclo, che sono senza dubbio le più numerose e le più varie noli' apparenza, sono tutte quante dovute, in sostanza, alla formazione di fasci fibrovascolari soprannumerari, in questa zona parencliimatosa. È noto che si designa col nome di periciclo quello strato di cellule, per lo più unico nelle radici, che sta al di sotto della endodermide e che prima portò succes- sivamente i nomi di pericambio e di membrana rizogenica. 11 periciclo non è visibile nello stato di strato unico di cellule, altro che nelle radici giovanissime, poiché ben presto prende a dividersi tangenzialmente e diventa zona generatrice suberocorticale, dando origine esternamente alla formazione centri- peta di sughero, ed internamente alla formazione centrifuga di parenchima, che viene impropriamente chiamato corteccia secondaria. Questo parenchima può prendere uno sviluppo maggiore o minore. Nelle radici in cui esso è destinato a diventar la sede di formazioni anormali, si sviluppa di molto e più presto o più tardi, a seconda dei casi, certi punti o certe zone di esso ridiventano attive, riacquistano la facoltà di crescere e di segmentarsi e generano nuovi fasci. Ho già detto che de Bary e Van Tieghem ascrivono l'origine di questi fasci del periciclo a modi di formazione ben distinti, mentre il Morot li ritiene tutti di ori- gine unica. 10 credo più semplice e più giusto quest' ultimo modo di considerare la cosa e ritengo con lui che le numerose e talora profonde differenze che presentano a primo aspetto queste formazioni, non siano altro che differenze di dettaglio, le quali modi- ficano ma non alterano l'essenza del fatto, l'andamento generale del fenomeno che è dappertutto il medesimo. Ciò premesso vediamo quali sono queste modificazioni di dettaglio nello piante da me esaminate e per procedere dal semplice al complicato incominciamo da quelle piante che presentano : 1° Tipo. Formazione di fasci isolati e spaiasi nel parenchima proveniente dal periciclo. 11 più chiaro esempio di questo primo tipo di anomalie lo offrono le radici di Amaranthas proslratus Balb. (tav. X, fig. 7). Di tipo spiccatamente diarco, le radici di questa pianta annuale presentano un periciclo alle cui spese si forma ben presto la zona suberosa protettrice e più tardi soltanto il parenchima secondario a cellule isodiametriche tondeggianti, nella parte periferica del quale si organizza tutt' attorno un meristema di terzo ordine, che sol- tanto in alcuni punti isolati dà origine a fasciolini collaterali, mentre per la mag- gior parte della sua estensione genera cellule di parenchima. I fasciolini sono fatti di pochi elementi cribrosi e vascolari, cinque o sei trachee anulari allineate quasi sempre in ordine radiale l'una sull'altra, e mancano di tessuto meccanico speciale. Tra la zona sugherosa e la zona concentrica ad essa in cui si vengono formando i nuovi fasci, rimane sempre una fascia di due o tre strati di grosse cellule, un pò Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 13 — 98 — schiacciato noi senso del raggio, che si vanno continuamente formando dal lato esterno a spese del meristema suberoeorticale, mentre dal lato interno si segmentano sovra- tutto in direzione tangenziale e radiale per dar origine alla nuova zona in cui si formeranno i fasci. Molto simile all' Amarónthits per la distribuzione dei fasci è il Mesembryan- themutn bulbosum Haw., unico tra le specie di Mesembriautemi da me studiati, che si allontani dal tipo di questi. Difatto tutte le altre specie (circa una dozzina) di Mesembrt/anthemum, appartengono per la struttura della loro radice agli ultimi tipi da me stabiliti, cioè a quelli che si distinguono per sclerosi più o meno pronunciata del parenchima interfasciale. Il solo M. bulbosum le cui radici raggiungono, anche assai presto, una considerevole grossezza e carnosità che ne giustifica il nome, pre- senta al di fuori del legno secondario normale che si sviluppa pochissimo, dei fascio- lini sparsi, lontanamente ordinati in cerchie e poveri di elementi, mancanti special- mente di un sistema meccanico speciale, al che supplisce fino a un certo punto la presenza di alcune cellule sclerose sparse qua e là senz'ordine nella parte più peri- ferica della corteccia secondaria. Morot (') cita come appartenente a questo tipo il M. stelligerum, che io non ho potuto esaminare. Infine, come ultimo esempio di questo tipo, cito due specie di Mirabilis J le M. Jalapa L. e M. longi/lora L., la prima pianta perenne, la seconda annuale, ma che presentano entrambe radici carnosette con formazione di fasci sparsi nell'abbon- dante parenchima secondario. I fasci soprannumerari delle Mirabilis non sono più tanto scarsi di elementi, specialmente vascolari (vasi rigati e reticolati), come quelli delle piante precedenti. A ridosso degli elementi cribrosi si formano in ogni fascio pochi elementi meccanici, fibre liberiane con parete poco inspessita e quindi poco facilmente visibili. L'ordinamento di questi fasci in cerchie è qui ancor meno evidente che non nei casi precedenti a cagione del disuguale sviluppo del parenchima che sta tra un fascio e l'altro, il quale parenchima in vicinanza e tutt' attorno a ciascun fascio ha molte delle sue cellule piene di rafidi. 2° Tipo. Formazione di fasci in cerchie concentriche successive nel parenchima proveniente dal periciclo, ma senta sclerosi del parenchima stesso. La formazione tipica ritroviamo nelle Fitolaccacee sopratutto. Delle Fitolaccacee esaminate, il solo genere Phytolacca mi offrì radici anomale. La Petiveria alliacea L. e la Rivina laevis L. ne sono sprovviste. È vero che le radici di queste piante non erano molto grosse e quindi si potrebbe sospettare che l'anomalia avesse a com- parire più tardi, ma siccome nelle diverse specie del gen. Phytolacca compare assai presto, si può per induzione ritenere probabile che le radici di Petiveria e di Rivina siano normali. Lo sviluppo e la struttura di queste formazioni anormali nella Phytolacca, furono dettagliatamente studiate dal Morot nel fusto di questa pianta, ed accuratamente C 1 ) Morot, 1. e, p. 248. — 99 — esposte nel citato lavoro sul periciclo (')• Però siccome, a parte le differenze inerenti alla diversa struttura dei due organi, le cose hanno luogo allo stesso modo nella radice come nel fusto, mi limiterò a poche parole. Le giovani radici di Phijtolacca (P. dioica L., P. decandra L.), di tipo sempre diarco, presentano assai presto la formazione suberocorticale, ma da principio la for- mazione suberosa supera di molto quella corticale, e questa non prende il soprav- vento che più tardi, quando ai lati della laminuccia vascolare primaria si è prodotta una certa quantità di formazioni secondarie normali. Allora queste formazioni secon- darie cessano di crescere, e nel parenchima corticale formatosi, si organizza, press' a poco equidistante dal sughero e dai fasci normali, un nuovo meristema, terziario, che produce fasci collaterali in cerchia perfetta benché separati da larghi raggi paren- chimatici (tav. IX, fig. 3). Lo sviluppo di questi fasci non è contemporaneo per tutta l'estensione della cerchia, ma incomincia prima nel piano normale alla lamina vascolare primaria, di modo che in questo piano i fasci sono d'ordinario più grossi. Allo stesso modo se ne forma una seconda, poi una terza, e le cerchie di fasci si succedono numerose e regolarissime, benché spesso la loro conceutricità venga alterata dal fatto che si producono dei fasciolini fuori delle cerchie, i quali le met- tono in continuazione l'ima coll'altra, per modo che vengono a prendere, nella sezione trasversale, l'aspetto di un'unica spirale piana, che si attacca con uno dei suoi estremi ai fasci secondari normali, termina liberamente coll'altro estremo in via di sviluppo, nella parte più periferica del parenchima corticale. Gli elementi istologici che com- pongono questi fasci conduttori secondari e terziari sono grossi vasi a parete pun- teggiata e reticolata, accompagnati da fibre libriformi a scarse punteggiature com- poste di fenditure incrociate non ad angolo retto, più cellule cambiformi in pre- valenza. Sistema meccanico speciale non esiste affatto, donde la estrema fragilità dei tessuti di questa pianta. Subito dopo la Phijtolacca, per regolarità e simmetria di struttura viene la Bosea Yervamora L. ( 2 .), in cui il processo di formazione dei fasci è esattamente lo stesso, salvochè le cerchie successive sono più ravvicinate tra loro e i raggi parenchimatosi molli, meno numerosi e più stretti. La radice di Bosea invece che diarca è tetrarca, ed oltre alla maggior lignifi- cazione del parenchima legnoso, la resistenza è aumentata da numerose cellule del parenchima esterno ai fasci che son gremite di cristallini d'ossalato calcico. Meno regolare della Bosea è la Bougaiavillea speciabilis Willd., in cui le cerchie sono fitte di fasci e molto avvicinate tra loro, rimanendo però sempre tra la porzione cribrosa di una cerchia e la vascolare della cerchia successiva un certo numero di strati parenchimatosi molli. (') Morot, 1. e. p. 275. (•) In un lavoro del prof. St. Gheorghieff sull'anatomia comparata delle Chenopod iacee, in corso di pubblicazione nel Botanisches Centralblatt [St. Gheorghieff, Beitrag zur vergleiclienden Ana- tomie der Chenopodiaceen (mit 4 taf.), Bot. Centr. B. XXX, n. 4 e segu.] non è fatto cenno della radice di questa pianta, benché parli estesamente della struttura anomala del fusto. — loo — Nella Pueraria Thumbérgiana Benth., nella Tetragonìa cryslallina Herit., Eeballium elaterium L. e Spergularia arvansis Cambess., die pure appartengono a (|iicsto tipo, la regolarità delle cerchie successive (U fasci è ancora minore. Della Pueraria e della struttura dei suoi organi vegetativi, ho già parlato altrove ('). Aggiungerò quel tanto che valga a completare la conoscenza di questa radice, e ad illustrare la figura schematica ad essa riferentesi (tav. IX, fig. 4). Le radici tuberose di questa pianta sono percorse in tutta la loro lunghezza da costole e da solchi. L'ingrossamento della radice è dovuto al grande sviluppo del parenchima del legno a preferenza di quello dei raggi midollari, e le costole sono prodotte dai fasci fibrovascolari di terzo ordine, che si formano nel periciclo soltanto in determinati punti. Così ad es. nella sezione regolarissima di una radice tetrarchica, rappresentata dalla figura, appaiono negli interraggi del cordone vascolare primario ancora visibile al centro, quattro spicchi di formazioni secondarie normali, separate tra loro da quattro larghe fascie di parenchima molle, e al dorso di questi, ove il parenchima proveniente dal periciclo è in maggior quantità, le incipienti formazioni terziarie. Coll'accrescersi di queste la radice prende in tal caso un aspetto tetragono con quattro solchi e quattro costole, trigono altre volte, pentagono ecc., a seconda dei casi. Però mai si arresta l'attività della zona generatrice normale al comparire del nuovo meristema, né l'attività di questo al comparire di un altro più esterne, e può continuare a ingrossare per molto tempo il cilindro assile, mentre le produzioni anomali crescono relativamente poco. Coll'accrescersi ulteriore di queste formazioni normali ed anormali, scompare in gran parte la regolarità dianzi accennata, perchè i nuovi spicchi di formazioni terziarie che si originano esternamente ai precedenti, oltre a non esser sempre in egual numero dei primi, non sono sovrapposti ad essi, ma li incrociano più o meno obliquamente, venendosi così ad avere delle costole ove prima erano dei solchi e viceversa. La struttura di queste formazioni soprannumerarie è uguale a quella delle nor- mali, le quali sono caratterizzate dalla non lignificazione della maggior parte del parenchima del legno, che resta perciò molle e forma, con quello dei raggi midollari, una massa parenchimatica. In questa sono sparsi e sovrapposti tratto tratto in dire- rione radiale, dei gruppetti di grossi vasi punteggiati, circondati da poco parenchima lignificato e da cordoncini di libriforme. Le radici della Tetragonia cri/stallina Herit. sono spiccatamente trigone, perchè dei fasci soprannumerari che si formano in cerchia nel periciclo, tra, equidistanti tra loro sono più sviluppati. La radice giovane non è tuttavia triarca, ma diarca e il legno secondario che prima forma due spicchi ai lati della lamella vascolare primaria, ben presto prende un maggiore sviluppo e la circonda interamente, formandosi al centro un cilindro massiccio costituito da vasi e cellule di parenchima legnoso pun- teggiati. (') àvetta ('., Ricerche anatomiche ed fotogeniche Migli ori/ani vegetativi della Pueraria Thumbergiana Benth. Ann. Ist. Bot. di Roma, I. p. 201, tav. WII-XIX. — 101 — Nelle radici di questa pianta annuale, non ho mai trovato più di due cerchie di fasci soprannumerari ed anche nella cerchia più esterna i tre fasci sovrapposti ai tre più grossi della cerchia precedente, si sviluppano maggiormente, concorrendo a mantenere la forma trigona della radice. Per' ciò che riguarda le gròsse radici dell' Ecballium elaterium L. , già il Van Thieghem (') segnalava la presenza di una doppia anomalia in esse, cioè la co- mune anomalia delle Convolvulacee, più la formazione, in età avanzata, di un midollo in cui si organizzano dei fasci terziari concentrici, col libro al centro, di fronte alle punte dei fasci secondari normali, e richiama l'attenzione sul doppio fatto, che l'anomalia è localizzata nella radice e che questa pianta, che è la sola Cucurbitacea anomala sinora conosciuta, è precisamente la sola Cucurbitacea che non è rampicante. Per quanto abbia cercato, anche in radici di 50 a 60 mm. di diametro, non ho mai potuto trovare la formazione di fasci concentrici in vicinanza delle formazioni primarie, segnalata dal Van Thieghem, forse in radici di dimensioni anche maggiori, benché dal suo scritto non risulti che questa seconda anomalia compaia tanto tardi, né io creda che le radici di questa pianta possano raggiungere dimensioni di molto superiori a quelle citate. La comune anomalia invece vi è manifestissima. Incomincia molto presto la comparsa di tre o quattro gruppi di fasci soprannu- merari al dorso dei tre o quattro fasci secondari normali, il che non impedisce che questi continuino a crescere, come crescono quelli anche dopo la comparsa di altri più esterni. 11 parenchima del legno e dei. raggi è abbondantissimo . e molle, e i gruppi di fasci conduttori sono fatti di alcuni grossi vasi a parete fittamente punteggiata, cir- condati da uno strato, semplice o doppio, di cellule del parenchima lignificate e punteggiate pur esse. Nella Spergularia arvensis Cambess. ciò che v'ha di caratteristico è che essa, al paro dell' Ecballium per le Cucurbitacee, è l'unica Cariofille.a in cui si conosca la presenza di un'anomalia. La sua radice è di tipo tetrarco; le sue formazioni sopran- numerarie, che compaiono assai presto, si distinguono per grande abbondanza di pic- coli vasi a parete punteggiata. 3° Tipo. Formazione di fasci in cerchie concentriche successive, nel paren- chima proveniente dal fé riciclo, con sclerosi parziale del parenchima stesso. La caratteristica del gruppo consiste appunto in ciò che una parte del paren- chima interfasciale, quella cioè che sta a contatto collo xilema delle singole cerchia successive, si modifica, diventando le sue cellule vere fibre sclerose. La sclerosi di questo parenchima è tuttavia sempre parziale, di modo che rimane tra la zona cribrosa di una cerchia, e lo strato scleroso della cerchia successiva, una quantità più o meno scarsa di parenchima molle; né mai succede che una cerchia venga a confluire coli' altra. (') Van Thieghem., Sur quelques points de Vanatonùe des cucurbitacées. Bull. Soc. Boi de Trance, t. XXIX, p. 277. — 102 — A questo gruppo appartengono la maggior parte dei Mesembryanthemum da me esaminati, cioè: M. acinaeiformé L., .1/. nodiflorum L., M. ringens L., M. stellatum Dee, .1/. bit limi uni L., J/. calami fur, ne L., J/. citltralam Salm. Le forma/ioni anormali della radice dei Mesembryanthemum furono già segnalate dal Dannemann ('), il quale insiste particolarmente sulla struttura primaria, ma nota pure la formazione di zone concentriche sclerose, alternanti con zone di tessuti molli, ed accenna alla diversa disposizione di queste cerchie dure e molli, relativamente luna all'altra. Le due specie M. calamiforme e M. cultratum differiscono dalle altre per la scarsità del tessuto scleroso e per essere i fasci in cerchie bensì, ma disgiunti tra loro da larghi raggi di parenchima molle. Ogni fascio, composto di pochi vasi pun- teggiati e di parenchima legnoso, è accompagnato lungo il lato interno da un cordone di libre sclerose, e i fasci delle successive cerchie sono separati tra loro, in direzione radiale, da parecchi strati di parenchima molle. Anche nei .)/. ringens, nodiflorum, stellatum e ba-rbatum le singole cerchie sono distanti lima dall'altra in direzione radiale perchè abbonda il parenchima molle, e sono povere di elementi vascolari e meccanici : ma nei due primi esse sono continue, mentre negli altri due sono int?rrotte da raggi midollari. Di più il M. stellai"»/ e il barbalum sono rimarchevoli per la enorme produzione di sughero, che raggiunge la metà e più del diametro della radice. Del resto la produzione sugherosa abbonda più o meno in tutte queste piante, al pari delle cellule con rafidi, distribuite in vario modo nelle zone molli esterne ai cordoni cribrosi, e che contribuiscono ad aumentare la solidità di queste radici, di durezza veramente rimarchevole. La maggior regolarità è raggiunta dalle radici del M. acinaeiformé (tav. X, fig. 1, 2, 3), in cui le cerchie, perfettamente concentriche, sono ricche di tessuto scle- roso e press'a poco dello stesso spessore in tutti i loro punti. Tra la zona cribrosa e la zona sclerosa di due cerchie consecutive, rimane un solo strato di cellule molli, la maggior parte piene di rafidi. Già nel periciclo ancora semplice della giovane radice (tav. X, fig. 1 /■) pentarca, troviamo cinque cellule a rafidi regolarmente disposte di fronte ai cinque raggi vascolari primari. Affine al Mesembryanthemum acinaeiformé, per la grande regolarità di struttura, è la Pisonia nitida Desf., in cui le cerchie compatte di fasci, si succedono separate da tre o quattro strati di parenchima molle, in cui abbondano le cellule piene zeppe di cristallini minuti di ossalato calcico. 4° Tipi), formazione di fasci in cerchie successive con /Incuti Ira ili lami, con sclerosi parziale o totale d'i parenchima ini e i-fascia! e. A questo tipo appartengono alcuni Mesembryanthemum (.)/. gemmiflorum Haw.. M. hir/e/lam Haw., M. ìineolatum Haw.) e le poche Chcnortodiacee che ho esami- nato oltre la Bosea. {Atriplex halimus L., A. portulacoides L., Suaeda fruticosa L.). Negli uni e nelle altre la radice presenta, in sezione, l'aspetto di una impal- (') Dannemann F.. Beitràge zur Kciintniss der Anatomie inni Entwiokbaig ier Mestmbryan- thema. Inang. T>i^.-rt. Halle, 1883. — 103 — catara reticolata di sclerenchima, nelle cui maglie stanno i fasci conduttori, di cui la parte vascolare è più o meno profondamente immersa nello sclerenchima stesso. Nel Mesembrganthemum lineolatum figurato alla tav. X, fig. 6, le cerchie suc- cessive sono molto vicine l'una all'altra ma poco ondulate, cosicché hanno pochi punti di confluenza e il numero delle maglie riesce scarso. Altrove invece {M. gemi ai fio rum, M. hirtellum) le cerchie sono molto più ondu- late, i punti di confluenza più frequenti e le maglie più numerose e più larghe nella direzione del raggio. Nel M. lineolatum e m\Y hirtellum la sclerosi del parenchima è parziale e riman- gono alcuni strati di cellule molli che contengono prevalentemente rafidi. Nel 31. geminiflorum la sclerosi è totale e riesce in contatto diretto colla parte cribrosa dei fasci. Tutti tre hanno le formazioni primarie sul tipo diarco. Negli Atriplex i punti di confluenza dei diversi archi sclerosi sul cui dorso decor- rono i fasci, sono disposti colla massima regolarità e simmetria, particolarmente nell'yl. halimics (tav. X, .fig. 4, 5), nelle cui giovani radici ciascun arco poggia coi suoi estremi sul dorso di due archi più interni. Coll'accrescersi della radice questa regolarità in parte scompare (tav. X, fig. 5). Neil' A. portulacoides il tessuto scleroso prende delle proporzioni enormi a para- gone dei fasci conduttori e lo spessore degli strati sclerosi nella direzione del raggio, è quattro o cinque volte quella delle maglie. Ciò non ostante la sclerosi non è com- pleta, perchè rimane in ogni maglia una piccola quantità di parenchima molle. La Suaecla fruticosa s' avvicina per la disposizione delle cerchie sclerose al Mesembryanthemum lineolatum, ma è caratteristica perchè i fasci conduttori sono sol- tanto appoggiati e mai immersi sul dorso degli archi di sclerenchima. 5° Tipo. Formazione di fasci isolati, in direzione centripeta, nel parenchima proveniente dal periciclo. La formazione di fasci conduttori nel parenchima proveniente dall'attività gene- ratrice del periciclo, ha luogo nella grandissima maggioranza dei casi in ordine cen- trifugo, cioè i singoli fasci o cerchie di fasci si differenziano all'esterno dei fasci o carchie precedenti. Ci sono invece altre piante in cui la differenziazione di questi fasci periciclici avviene in direzione centripeta, cioè i nuovi fasci si formano nel parenchima che sta tra quelli precedentemente formatisi e i normali. Sinora non ho trovato che una sola pianta appartenente a questo tipo, Y Antigonon leptopus Hook., Poligonacea esotica. a fusto pure curiosamente anomalo, che mi sarà oggetto di studio speciale. Per ora quindi mi limito ad esporre il fatto nelle sue linee generali, riservando a tra breve lo studio istologico di questa radice. L' Antigonon presenta delle radici tratto tratto ingrossate in tubercoli carnosi grossi come il pugno. La struttura tanto delle parti sottili come di quelle ingrossate, è la stessa, salvochè in quest'ultime il sistema meccanico è sostituito dal sistema di riserva delle sostanze nutrizie, cioè da un parenchima abbondantissimo. I fasci conduttori primari sono di tipo tetrarco. I secondari normali formano con quelli una massa unica che occupa il centro della radice (tav. IX, fig. 5, xp, xs) — KM — perchè il parenchima che sta tra gli uni e gli altri si sclerifica del tutto. Mentre questo cilindro centrale cresce, alla periferia del periciclo in via di segmentazioni' si formano, sotto al fellogeno, dapprima quattro, poi, per frammentazione successiva, molte masse di sclerenchima che costituiscono una robusta guaina meccanica perife- rica. Talora si scorge in queste massi' ili tessuto scleroso, qua e là disperso qualche raro elemento vascolare. Nel parenchima che resta tra il cilindro centrale e questa zona meccanica periferica, si organizzano ben presto, in vicinanza di quest' ultima, dei fasciolini isolati o disposti irregolarmente in cerchia, nei quali è molto sviluppata la parte meccanica (tav. IX, fig. 6, fsp). Quando questi fasciolini hanno finito di crescere, ne compaiono degli altri al di dentro di essi, cosicché i fasci più giovani si trovano in vicinanza del cilindro centrale normale. RIASSUNTO Le piante dicotiledoni che ho studiato mi presentarono vere e false anomalie nella struttura della radice. Quelle formarono oggetto del mio studio; a queste accennai soltanto di volo per far vedere quali io consideri per false e quali per vere anomalie, essendo difficile lo stabilire in generale i limiti tra le une e le altre. Le vere anomalie trovai di due sorta: 1" Anomalie prodotte dalla zona generatrice, ossia dalla disuguale quantità o qualità di tessuti secondari prodotti dalla zona cambiale nei diversi punti del suo circuito. 2° Anomalie prodotte dal periciclo, ossia dalla formazione di nuovi fasci colla- terali nel parenchima secondario proveniente dall'attività generatrice del periciclo stesso. Queste ultime sono molto più comuni e multiformi e si lasciano ridurre a tipi, come si scorge nell'annesso prospetto. Benché il numero delle piante studiate non sia molto grande, è però sufficiente a dimostrare che per le anomalie radicali, il maggior contributo non è fornito, come per quelle del fusto, dalle piante rampicanti; e così pure che non sempre l'anomalia del caule in una pianta, porta con sé per necessaria conseguenza l'anomalia della radice e viceversa. Ecco infine il Prospetto dei tipi di anomalia, colle piante che vi appartengono. I. Anomalie prodotte dalla zona generatrice. . I. per disuguaglianza nella quantità di tessuti secondari prodotti dai diversi punti di essa. a. che si manifestano all' estorno sotto forma di costole : Papilionacee = Ononn spinosa L., 0. ccnisia L. Poligonacee = Atraplia.r/x spinosa L. Poligalacee = Polygala brachi/poda Tod. b. che non si manifestano all' esterno : Hignoniacee = Birjnonia capreolata L., B. venusta Ker.. Amphilo- phium .panicuLatum II. B; — ] più comune, cioè per formazione di grappi di fasci col- laterali, nel parenchima proveniente dall'attività generatrice del perioicfo, ed io l'ho osservata in un solo pezzo di radice del diametro dj 2u a 'l'I min. Le formazioni vascolari primarie sono rappresentate da (ante trachee spirali sparse in ordine triarchico. tetrarchie" o peiitarchieo in mezzo ad abbondante pa- renchima. 11 legno secondario forma dapprima tanti gruppi isolati, poi una zona continua, con numerosissimi raggi midollari ; esso è costituito esclusivamente da tracheidi a pareti areolate, in cui l'areolatura è fatta da una fenditura inscritta in un cerchio. La prima formazione sugherosa ha luogo nella corteccia, quando ancora il peri- ciclo è semplice. Quando esso incomincia a segmentarsi, si forma il solito meristema doppio, che produce il parenchima secondario e lo strato fellogenico definitivo. In questo parenchima si forma un abbondante apparato meccanico generale della radice, rappresentato da un anello di cellule sclerose e di cellule a cristalli. Solo molto più tardi, quando il cilindro legnoso centrale ha raggiunto il diametro di un centimetro e più. si organizza in questo parenchima un meristema terziario che dà origine a gruppi di fasci collaterali, formanti un anello interrotto, e aventi la stessa struttura dello xilema secondario normale. revoluta, senza perù accennare alla sua natura, è Mettenius, di cui de Bar; [Vergi. Anni. p. 6311 riporta le parole seguenti: u coli' avanzare in età della radice, cessa » secondo Mettenius u l'attività ilei inumo anello cambiale, ed esso si rinnova ]>cr mezzo di un anelli periferico, e pi le l'accre- scimento successivo in pieno accordo con •indio del fusto ». — 107 — SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE Tavola IX. iLe figure ili ijuesta tavola sono tutte schematiche). ■'ni. I. Atraphaxis spinosa L. — Sezione attraverso una radice adulta; x xilema, ca zona cambiale, // fiocina, fé fellogeno. » 2. [leterocentron MexicanumlUmi. — Sezione attraverso una radice adulta ; x xilema, fi fiocina, v vasi dello xilema, i isolotti parenchimatosi, s sughero. « :!. Phytolaeca dioica L. — Sezione attraverso una radice dell' anno; xp lamina vascolare pri- maria, xs xilema, fi fiocina, fsp fasci nel periciclo. » 4. Pueraria 7'humbert/iana Benth. — Sezione attraverso una radice dell'anno; xp cordone vascolare primario a 4 raggi, fsn spicchio di fasci secondari normali, fsp fasci terziari nel periciclo. 5. Antifjonon leptopus Hook. — Sezione attraverso una radice dell'anno, giovane; xp cordone vascolare primario, xs xilema, // floema, sci sclerenchima periferico, s sughero. » li. Antigonon leptopus Hook. — Sezione attraverso la stessa radice più adulta; fsp fasci ter- ziari nel periciclo : le altre lettere son le stesse della figura precedente. 7. Tetra nonio eri/stallina Herit. —Sezione attraverso la radice; x xilema, fi floema. fsp fasci nel periciclo, s sughero. Tavola X. (La tig. 7 è ili dettaglio; 1*1 e 2 semischematiche, le altra schematiche), 'h. 1. Mesembryanthemum aditaci forme L. — Sezione attraverso la radice giovanissima; x cor- done vascolare primario a 5 raggi, // cordoni cribrosi e parenchima congiuntivo, per peri- ciclo, r cellule del periciclo contenenti rafidi , end endodermide, e parenchima corticale, ep epidermide. n 2. Mesembryanthemum acinaciforme L. — Sezione attraverso la radice più avanzata in età; end endodermide, per periciclo in divisione, fsp fasci nel periciclo, fi floema. •' 3. Mesembryanthemum cri nari forme L. — Sezione attraverso la radice adulta; xp cordone va- scolare primario, fi floema, sci sclerenchima, par parenchima che rimane tra una cerchia e l'altra, fsp fasci nel periciclo, s sughero. I. Atriplex halimus L. — Sezione attraverso una radice giovane; xp cordone vascolare pri- mario, fi floema, sci sclerenchima. » ■">. Atriplex halimus L. — Sezione attraverso la radice più adulta; fsp fasci nel periciclo, s sughero. " (i. Mesembryanthemum lineolatum Haw. — Sezione attraverso la radice adulta; xp cordone vascolare primario, // floema, fsp fasci nel periciclo, sci sclerenchima dei detti fasci, s sughero. » 7. Amaranthus prostratili Balb. — Sezione attraverso la giovano radice : per periciclo. fsp fasci nel periciclo, s sughero. •> ma M. 15. Lilli dis. F Faz'zone lit Crorno-Lit Spithòver 20 24 __A___J ^ztzz A -- --^ :^XL J. — ^~J~<^Jr^~ ■~T~~ ^ .- - -, r lagftcw 25 OT)QC m Lilli dis FFazzonelit l y* ■•' , v 11 ^ ri >: . . rom.' ' * over :• ' *p thòver -4°' — 109 — Contribuzione allo studio dei cristalli di ossalato di calcio nelle piante del dott. CAMILLO ACQUA. Quanto fin qui si è scritto intorno ai cristalli di ossalato di calcio nelle piante ha apportato certamente molta luce sulla questione della loro origine, del loro valore fisiologico e dell'ufficio dell'acido ossalico; però l'argomento è lontano dall'essere esaurito. Così se tutti oramai ammettono costituire l' ossalato di calcio nel maggior numero dei casi un materiale d'escrezione, le opinioni non sono concordi intorno alla questione della sua origine e a quella dell'ufficio dell'acido ossalico. Basterà qui il rammen- tare che, seguendo Emmerling (') ed Holzner (-) alcuni credono che l'acido ossalico sia prodotto allo scopo di scomporre i nitrati, i solfati, ed i fosfati di calcio ; altri invece, ritenendo più probabili le idee sostenute principalmente dal De-Vries ( 3 ) ammettono che l'acido ossalico sia un prodotto di metamorfosi degli albiuninoidi, abbia origine nelle cellule turgescenti e quivi si combini con la calce, formando l' ossalato di una tal base, il quale si porterebbe per diffusione nei luoghi nei quali cristallizza. Quale fondamento della prima teoria sta l'ipotesi della insolubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare, per cui l'ossalato precipiterebbe nelle stesse cellule nelle quali fu formato ; parte integrale della seconda è invece il concetto della sua solubilità, per la quale il sale, formato nelle cellule turgescenti, emigrerebbe per andare a cri- stallizzare in luoghi a tale uopo determinati. Naturalmente non posso qui estendermi né sugli argomenti favorevoli e contrari di ciascuna di queste teorie, né sulle altre ipotesi che furono emesse da diversi autori ; ho voluto soltanto accennare alle idee di Holzner e di De-Vries e alla ipotesi della solubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare, perchè in seguito avremo occasione di oc- cuparci di un tale argomento. Ma veniamo ora allo scopo del presente lavoro. Da tempo rivolsi l'atten- zione alla grandissima quantità di rafidi che sono accumulati nei tessuti della Pircunia dioica (Lin.). Chi non ha mai avuta occasione di studiare ima tal pianta, difficilmente (') Bcitrarje zur Kenntniss der chemischen Vorgànge in der Pflanze. Die landwirth. Versuchs- stationen Bd. XVU., 1874. ( 2 ) Ueber die pìu/siologische Bedeutung des oxalsaueren Kalkes. Flora 1867 p. 497. ( 3 ) Ucber die Bedeutung der Kalkablagcrungen in der Pflanzen. Landwirth. Jahrbiicher Bd. X> Heft. 1 u. 2. Ann. Ist. Bot. — Vol. HI. 14 — 110 — può farsi un concetto degli enormi depositi di ossalato di calcio propri di questa specie. Su di essa adunque compii parecchie osservazioni e qualche esperienza, diretta principalmente allo scopo di sapere, se in date- condizioni potesse aver luogo quel riassorbimento dei cristalli, che qualche autore ha creduto constatare in più casi. Inoltre procurai di trattare anche qualche questione d'indole più generale, e in questo caso non mancai di trarre vantaggio dalle principali pubblicazioni fatte sul- l'argomento. 11 presente lavoro adunque, lungi dall'essere uno studio generale, non è che l'espo- sizione di un certo numero di osservazioni e di poche esperienze, le quali non toccano che qualche punto isolato di un vastissimo campo, quale è lo studio dell' ossalato di calcio. Io per brevità e chiarezza divido questo lavoro in due parti. Nella prima parte sarà esposta la distribuzione dei cristalli nella Pircunìa o P/iy Ilio lacca dioica, il loro modo di prodursi, la sorte che alcune volte subiscono durante la vita della pianta, in una parola si tratterà dello studio speciale dei cristalli nella suddetta specie. In seguito sarà preso di mira un argomento diverso. Abbiamo già sopra veduto che come fondamento della teoria di Holzner sta l'ipotesi dell'insolubilità dell' os- salato di calcio nel succo cellulare. Contro di essa il De-Vries porta numerosi ar- gomenti e giunge infine alla conclusione opposta, che cioè il sale è in piccola parte solubile nel succo cellulare e va a cristallizzare in luoghi lontani da quelli di sua formazione. Di queste due diverse ipotesi io tratterò nella seconda parte. I a PARTE. Studio speciale dei cristalli nella Pircunia dioica {Lia.). L'ossalato di calcio in questa specie cristallizza quasi esclusivamente in forma di raridi, i quali riempiono completamente la cavità della cellula. Essi sono frequentissimi e si riscontrano più o meno in tutti gli organi. Nelle foglie i cristalli sono di due sorta : si riscontrano cioè alcuni fasci di l'afidi che sono simili a quelli del fusto e che occu- pano generalmente il tessuto spugnoso, altri invece più corti, grossi, ottusi alle estre- mità, inviluppati da gelatina e che occupano il palizzata. Ma dove l'accumulo dell' ossalato di calcio raggiunge proporzioni grandissime è in vicinanza delle gemme, tanto di quelle poste all'ascella delle foglie, come di quelle che si trovano alla base dei rami. Quivi le cellule cristallofore spesseggiano in modo tale da far credere che i ratidi in esse contenute possano quasi costituire un mate- riale di riserva eh) si accumula in vicinanza degli organi in via di sviluppo, come suol fare l'amido o gli altri idrati di carbonio. Però so ad una osservazione superfi- ciale lo studio della Pircunia sembrerebbe venire a conforto della teoria che Arno Aè (') aveva concepita sull'ufficio dell'ossalato di calcio come materiale di riserva, in seguito (i) Ueher physiologische Bedcutun;/ des in dcr Pflanzen vorkommenden oxalsaueren Kalks. ri.,ra 1869 |>. 177. — Ili — a ricerche più accurate non mancano al contrario di mostrarsi altri fatti, altre leggi, che confermano in un modo deciso le opinioni di coloro che, contro le idee dell' Aè, ritennero costituire l'ossalato di calcio nel maggior numero dei casi un materiale di escrezione. Il primo punto interessante a studiare nella Pircunia dioica è la eliminazione dei cristalli. Da lungo tempo fu avvertito il fatto che le foglie, le quali cadono in autunno, trasci- nano sempre nel terreno una grossa quantità di ossalato, ed io qui non intendo di portare la conferma ad un fatto che è ampiamente dimostrato e da gran tempo conosciuto. Però oltre alle foglie che cadono in autunno, la pianta ricorre spesso ad altri mezzi speciali per espel- lere dal suo corpo una parte del sale che essa contiene. Già il Vesque (') nel suo lavoro sull'anatomia della corteccia nota che i cristalli in alcune piante cadono con le placche ri- tidomatiche e mediante formazioni suberose locali. Tutti questi fatti, egli dice, sono gene- rali, eccetto l'ultimo che il Vesque afferma non aver mai visto prodursi regolarmente in una specie determinata. Ora la Pircunia dioica non solo conferma quanto in altre piante fu più volte osservato, ma offre ancora un bell'esempio del come la eliminazione dei cristalli mediante formazioni suberose locali prenda in questa specie il carattere di una legge determinata e costante. Nella radice adulta i cristalli possono riscontrarsi in tutti i tessuti, ma però si accumulano di preferenza nella corteccia, costituendo una serie di cellule quasi tutte ripiene di cristalli disposta al di dentro dello strato fel- logenico. Ma a un dato punto un nuovo meristema si manifesta all'interno della zona cristallofora e questo produce da una parte sughero, dall'altra nuovo parenchima. Per tal modo tutti i cristalli che si erano accumulati nella corteccia vengono eliminati dal corpo del vegetale. In seguito nei nuovi strati corticali posti sotto il fellogeno rin- comincia l'accumulo dei rafidi, e quando questo ha raggiunto un certo limite riap- parisce alla sua volta il processo ora descritto, per il quale anche il nuovo ossalato segue la sorte del primo. Così due fatti simultaneamente sono in giuoco nel corpo della pianta; da un lato la formazione e l'accumulo dell' ossalato di calcio in luoghi determinati, dall'altro il rigetto del materiale formato, come un corpo inutile, operato dall'economia vegetale. La eliminazione dei cristalli mediante formazioni suberose locali avviene in vici- nanza delle gemme. Quando queste incominciano a svilupparsi, si forma in prossi- mità di esse una serie di strati fellogenici, i quali finiscono per fare cadere con le lamine di desquammazione la enorme quantità di cristalli che quivi si trovava accu- mulata. Basta prendere un frammento di sughero in vicinanza di una gemma già sviluppata ed agitarlo in una goccia d'acqua sul porta-oggetti del microscopio per scorgere in essa ima quantità veramente straordinaria di rafidi. Nella fitolacca adunque, dove la quantità dei cristalli è così rilevante si trova anche una accentuazione corrispondente nella costanza e nell' efficacia di quelle leggi, per le quali il vegetale viene ad escludere dal suo corpo un materiale superfluo. Ma oltre a ciò un altro processo consimile esiste in questa specie, e che, a saper mio, non è stato descritto per alcun'altra pianta. Il primo organo (') Ann. de se. natur. 6 8 se'rie, Botànique t. II, 187. r >. — 112 — che nella germinazione del seme presumi cristalli è la cuffia. Quando la radi- chetta ha raggiunto la lunghezza di 2-3 millimetri, lo strato più esterno dello cellule della cuffia si riempie di cristalli. Questo fatto si riscontra anche nelle radici secondarie. Ora si sa che nel terreuo dalla supeficiè della cuffia si staccano conti- nuamente delle esfogliazioni, mentre il mcristema sottostante compensa la perdita con la produzione di nuovi strati di cellule. Per tal modo si comprende facilmente come nella regione più esterna della cuffia possa aver luogo continuamente una formazione ed ima eliminazione successiva dei cristalli di ossalato di calcio. Certamente questo processo è per la sua attività molto inferiore agli altri sopra descritti; però esso dimostra come il vegetale non trascuri anche le più piccole occasioni, purché favo- revoli, per l'adempimento di un fatto che nel complesso deve essere di grande vantaggio. Circa la distribuzione dei cristalli nelle diverse parti della pianta è anche a notare quanto segue. Le nuove produzioni ramose provenienti dalle gemme poste nella zona d'inserzione dei vecchi rami raggiungono ben presto grandi proporzioni di sviluppo, mentre le altre produzioni, derivanti dalle gemme poste all'ascella delle foglie, si limitano a proporzioni ben più modeste. Se osserviamo la quantità dei cristalli con- tenuti in queste due specie di rami, scorgiamo che nei primi, non ostante le maggiori proporzioni di sviluppo, il sale scarseggia in tutti i tessuti, mentre invece nei secondi le cellule cristallofore si ritrovano spessissime ed abbondano principalmente in vici- nanza delle gemme. Per quanto riguarda la formazione dei cristalli nei diversi stadi germinativi del seme poco vi è a dire. L'embrione non contiene ratìdi. Quando la radichetta ha rag- giunto qualche millimetro di lunghezza, i primi depositi di ossalato di calcio si ma- nifestano, come si è detto, nello strato più esterno delle cellule della cuffia; negli stadi successivi tali depositi si estendono subito al periblema ed in seguito al pie- roma. Nelle foglie cotiledonari non si riscontrano che ad uno stadio più avanzato, cioè quando la pianticina ha raggiunto qualche centimetro di lunghezza. Le cellule cristallofore giovanissime sono ripiene di una sostanza densa, gelatinosa e non con- tengono i rafìdi, che si mostrano in seguito riempiendo subito la cellula. La questione adunque se i cristalli si formino prima o dopo della gelatina, alla quale questione il Poli (') non ha potuto rispondere nello studio del Narcissus wtewmdtus, può nel nostro caso essere facilmente risolta. Visto così: la distribuzione dei cristalli nella Pircunia, le vicende alle quali vanno soggetti ed il modo con cui si presentano nella germinazione del seme, ci rimane an- cora a rispondere ad alcuni quesiti, con i quali possiamo chiudere lo studio spe- ciale dei cristalli in questa pianta. E dapprima sorge la domanda: può avvenire in questa specie quel riassorbimento di cristalli, che in date condizioni è stato in più casi constatato? Secondariamente si chiede: quando un seme germogliante si trovi nella impossibilità di assorbire sali di calcio, la giovine pianta può per qualche tempo resistere al danno derivante dall'impossibilità in cui si trova di depositare cristalli di ossalato di calcio? Questa ultima questione ne involge però un'altra. Poiché (') Contribuzione alla istologia vegetale. Nuovo giorn. bot. it. voi. XVI. n. 1, 1884. — 113 — quando ad una pianta siano tolti i sali di calcio, essa ne soffre un serio danno non soltanto perchè s'impedisce la formazione dell'ossalato di una tal base, ma perchè il calcio è una delle sostanze necessarie per date funzioni della pianta. Tuttavia, rammentando i risultati ottenuti dal Libenberg (') nelle sue esperienze su tale ar- gomento, che cioè alcuni semi di piante possono compiere il normale ciclo di sviluppo anche quando loro non siano stati somministrati sali di calcio, volli tentare l'espe- rienza sulla Pircunia ed ottenni, come vedremo in seguito, un esito soddisfacente. Le esperienze furono condotte nel modo che segue. Nell'inverno dello scorso anno 1887 alcune piantine con sole foglie cotiledonari, della lunghezza media di cm. 5, furono tolte dal terreno, lavate con cura mediante acqua distillata e poste in una soluzione nutritizia priva di sali di calcio. Per con- trollo un corrispondente numero di piante furono poste invece in una soluzione com- pleta, contenente cioè anche sali di calcio. Le coltivazioni vennero fatte col sistema indi- cato dal Sachs. Delle due soluzioni l'una, quella data nelle « Vorlesungen » dello stesso Sachs (parte l a , p. 342), conteneva i seguenti sali per ogni litro d'acqua distillata: Nitrato di potassio gr. 1 Cloruro di sodio » 0,5 Solfato di calcio » 0,5 Id. di magnesio » 0,5 Fosfato di calcio » 0,5 L'altra invece fu modificata nel modo seguente : Nitrato di potassio gr. 1 Cloruro di sodio » 0,5 Solfato di magnesio '1 Fosfato di sodio "0,5 Furono poi aggiunte traccia di ferro. Le piante, poste in serra con ima tempe- ratura media di 18-20 cent, il giorno 13 gennaio, furono tolte il 3 marzo. In questo tempo esse svilupparono un ampio sistema radicale e giunsero a possedere 5 o 6 fo- glioline. In quanto allo sviluppo, le piantine poste in soluzione modificata non pre- sentarono diversità dalle altre che si trovavano in una soluzione completa. All'esame microscopico delle prime, nei tessuti formati dopoché le piante furono portate nella soluzione modificata, non si riscontrarono traccie di nuove produzioni cristalline, mentre nei vecchi tessuti i rafidi rimasero inalterati, non presentando alcun riassorbimento. Le seconde invece produssero ra&di normalmente in tutti i tessuti, come se esse fossero state coltivate nel terreno in condizioni normali ( 2 ). Presi poi dei semi appena germogliati, cioè quando la radichetta ha raggiunto pochi millimetri di lun- ghezza. In questo stadio i cristalli formatisi nel corpo della pianta si riducono a pochi gruppi disposti verso l'apice della radichetta. Se allora si pongono questi semi in una soluzione senza sali di calcio, essi non solo compiono normalmente il ciclo di (') Untersuchunqen ùber die Bolle des Kalkes bei Keimung der Samen. Sitzungberichte J. Akad. d. Wiss. zu Wien. 1 Abth. Bd. 84. ( 2 j L'esperienza qui descritta venne fatta con 12 piante, sei delle quali furono portate in so- luzione modificata, e sei in una completa. In seguito ripetei l'esperienza con altre 30 piante nelle stesse condizioni della prima ed ottenni identico risultato. — 114 — sviluppo, ma continuano a crescere producendo un sistema radicale molto abbondante e mettendo cinque o sei foglioline. Sottoponendole allora ad un esame diligente, si riesce a scorgere ancora quei pocbi gruppi di cristalli, che esistevano in principio e che quindi non si sono ridisciolti. Si noti inoltre che in alcune esperienze, anziché prendere le piantine dal terreno e lavarle in acqua distillata, preferii far germogliare i semi in una camera umida, e ciò per evitare il pericolo che qualche particella terrosa possa, non ostante la lavatura con acqua distillata, rimanere aderente alla gio- vane radice. Altre esperienze vennero pure fatte allo stesso modo nell'estate succes- siva, ed eguale risultato si ebbe dalle coltivazioni in terreni artificiali. Uà ciò risulta che nella Pircunia dioica i cristalli una volta formati non più si ridisciolgono, nei limiti sempre, dentro i quali furono condotte le nostre esperienze, cosicché portando una pianta, già contenente dei cristalli, in una soluzione nutritizia senza sali di calcio, i nuovi tessuti che si formano sono del tutto privi di ossalato di calcio, non potendo il sale precedentemente formato, emigrare in alcun modo dai vecchi ai nuovi tessuti ('). Noi vedremo in seguito che questo fatto può avere una certa importanza, e ce ne serviremo nella seconda parte, trattando della ipotesi, sostenuta principalmente dal De-Vries, della solubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare. Per rispondere al secondo quesito, cioè se le giovani piante di Pircunia possano vivere e svilupparsi per un dato tempo, essendo stata esclusa fin dal principio la calce, l'esperienza venne fatta nel modo che segue: dei semi di tìtolacca vennero lavati con cura, poi immersi in una soluzione di acido cloridrico, per liberarli da ogni traccia di ossalato di calcio, che fosse ancora aderente con qualche frammento della polpa del frutto. Essendo il guscio di tali semi molto spesso, l'embrione non viene a soffrire per un tale trattamento. Dopo ciò i semi vengono rilavati abbondan- temente con acqua distillata e messi a germogliare su cotone di vetro in una ca- mera umida. Non ostante queste precauzioni, si mostrano sempre nello strato più esterno della cuffia poche cellule contenenti qualche gruppo di cristalli, benché tutto si arresti qui. Appena i semi germogliano, alcuni vengono posti nella solita soluzione senza sali di calcio, altri invece sono posti per controllo nella soluzione completa, cioè contenente anche sali di calcio. I due lotti di piante non presentano differenze di sviluppo; l'esperienza continua per poco più di un mese, nel qual tempo esse arri- vano a possedere numerose radici e parecchie foglioline. L'esame microscopico dà i seguenti risultati: nelle piante poste in soluzione completa i rafidi abbondano in tutti i tessuti, nelle altre invece i cristalli mancano del tutto, non ostante come si è detto, la nessuna differenza di sviluppo. Questo curioso fatto, del quale non saprei (') Arendt) 1" Tsehirch in un lavoro recente (I>i<- Kdlkoxalatkryxtalle in den Aleuron- kùrnern der Samen und ihre Function. lini. Centr. v. 81, p. 22:!) parlato <1<-1 riassorbimento dei 'ristaili nulle Begonie, volli ripetere l'esperienza servendomi ili terreni artificiali composti di silice, come già feci per la fìtolacea. Ottenni in tal modo risultati soddisfacenti, quantunque l'esperienza non potesse essere condotta fino al completo riassorbimento dei cristalli, essendo stata la pianta attaccata in fine dai funghi. Ciò non ostante il riassorbimento ebbe luogo in gran parte, e questo dimostra che i risultati negativi, avutisi nella fltolacea non debbono essere ascritti a difetto di metodo nello esperimentare. -- 115 — dare lina soddisfacente spiegazione, verrebbe quasi a provare che la produzione del- l'ossalato di calcio non è, dentro certi limiti, necessaria per la vita di questa specie, ma che una pianta, anche se sia stata sempre nella impossibilità di depositare cri- stalli, può compiere per qualche tempo tutti i suoi fenomeni vitali al pari di un altro individuo, che, per aver avuto a sua disposizione sali di calcio, abbia potuto accumulare l'ossalato di una tal base normalmente in tutti i suoi tessuti. Con ciò noi abbiamo terminato lo studio speciale dei cristalli nella Pircuaia dioica ; procureremo in seguito di trarre proritto di alcuni fatti ricordati in questa prima parte per quelle questioni che ora verremo a trattare. IP PARTE. Li quali cellule ha origine l'ossalalo di calcio f Come sopra si è detto, parte fondamentale della teoria sostenuta principalmente dal De-Vries, è l'ipotesi della solubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare. Poiché partendo dal concetto che l'acido ossalico sia un prodotto secondario degli al- buminoidi, il quale si forma in tutte o quasi le cellule turgescenti e si combina tosto con la oalce, bisogna anche pensare che questo ossalato emigri dal luogo dove fu formato, per portarsi nelle cellule, dove noi lo troviamo accumulato. Di qui adunque la necessità di ammettere la sua solubilità ; epperò il De-Vries giunge alla seguente conclusione » che l'ossalato di calcio è in piccola parte solubile nel succo cellulare e si porta per diffusione fino al luogo dove esso cristallizza. I luoghi quindi di de- posito non ci rivelano il luogo di origine dell'acido ossalico » (1. e. p. 82). Ora vediamo di quali argomenti egli si serve per combattere l'opinione opposta, che cioè l'ossalato di calcio si formi nelle stesse cellule nelle quali cristallizza e che perciò esso sia insolubile nel succo cellulare. « In prima linea, egli dice, parla in favore di ciò (cioè della ipotesi che egli sostiene) la natura stessa delle cellule cristallofore. Esse non presentano mai, anche nella loro giovinezza, ima notevole quantità di materiali organici inclusi, almeno non sono stati fin qui constatati amido e zucchero, i quali possono essere considerati come un materiale di formazione di acidi organici. Anche il loro protoplasma evidente- mente non è che assai poco attivo e non adatto per una energica metamorfosi. An- che la posizione delle guaine cristallofore, al limite dei cordoni meccanici, cioè in compagnia di cellule prodottesi assai presto dallo scambio dei succhi, parla maggior- mente in favore di una debole attività limitata al depositarsi di sostanze ivi giunte, già formate, di quellochè in favore di un'attiva nuova formazione di un prodotto speciale ». A questi argomenti si può obbiettare che le cellule, le quali divengono secre- trici di acido ossalico, non sono più generalmente destinate per verun altro ufficio, il che è evidentissimo per le cellule a rafidi, e che quindi esse concentrano tutta la loro attività nella produzione di un tale acido, nel quale processo anzi consumano spesso la propria energia e si esauriscono. La relativa scarsezza adunque in materiali — 116 — ternari ed in albuminoidi non è un argomento sufficiente per dimostrare che le cel- lule cristallofore non sono atte ad una energica secrezione, poiché questo processo, per quanto attivo diviene di facile adempimento per una cellula anche debole, quando questa rinunci a tutti gli altri processi che compie normalmente per concentrare in esso solo tutta la propria forza. « Un argomento molto forte, prosegue il De-Vries, è dato dai cristalli che si depositano nella membrana cellulare. Ciò venne già constatato dal Pfitzer, il quale specialmente dimostra che nella corteccia di Diala i cristalli si trovano nella lamella mediana della membrana comune di due cellule, la quale ultima nell'atto della for- mazione dei primi, ha già un notevole spessore, che quindi i cristalli debbono ossersi formati nella membrana stessa, perchè quella parte della membrana nella quale si presentano i cristalli non sta più in contatto col protoplasma. Similmente hanno origine i cristalli nella parete cellulare delle radici di Juniperus virginiana senza contatto col protoplasma. Ad ogni modo, scrive lo Pfitzer, dobbiamo sempre am- mettere in questo caso, che le molecole di ossalato ili calcio in forma di una soluzione nell'acqua diffuse tra le molecole della celluiosi, giungano fino al luogo delle for- mazioni cristalline, e quivi si raccolgano in cristalli ». Anche contro questo argomento possono portarsi parecchie obbiezioni. In primo luogo noteremo che per ciò che riguarda in generale i cristalli inclusi nella membrana oggi si conosce che nel maggior numero dei casi tali cristalli si formano in contatto col protoplasma e sono inclusi dappoi nella membrana stessa in seguito all'apposi- zione di nuovi strati di celluiosi. Ma ritenendo anche pienamente giuste le osservazioni del Pfitzer, che cioè i cristalli si formino direttamente nella lamella mediana della membrana di due cellule consecutive, può sempre spiegarsi tal fatto senza ricorrere all'ipotesi della solubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare. Infatti quanto maggiormente si estendono oggi le ricerche sulla costituzione della membrana tanto più si scopre esteso il fatto che essa è quasi sempre attraversata da sottili filamenti proto- plasmatici, e nei casi nei quali ciò non si potè ancora accertare, non è ancor detto che ricerche più accurate non ve lo possano constatare. Ora, ciò essendo, la forma- mazione dell'ossalato di calcio in seno alla membrana può essere spiegata in un modo molto facile e plausibile. Rispondendo poi alla proposizione che segue, io accennerò ad un altro modo di spiegazione, che può secondo me, avere anch'esso il suo valore. Questa proposizione è la seguente : « ma il migliore argomento è dato dai funghi e dai licheni, nei quali l'ossalato di calcio cristallizza al difuori delle cellule. Qui è del tutto chiaro che esso deve prodursi nelle cellule e allo stato di soluzione traversare la membrana per poi cristallizzare sulla sua superficie al di fuori. Poiché, nessuno può ammettere che l'acido ossalico possa prodursi al di fuori delle cellule ». Osserveremo in questo caso che se la presenza dell'ossalato di calcio fuori delle cellule è un fatto innegabile, ciò non basta per concludere che il sale debba essere solubile nel succo cellulare e così attraversare la membrana. Infatti la presenza dell'acido ossalico libero disciolto nel succo cellulare potè essere più volte constatata, ed è pure un fatto frequente la presenza nella cellula di ossalati solubili, come quelli di sodio o di potassio. Ora ninno può negare la possibilità in questi casi che, formandosi nelle Celiale tali ossalati. questi attraversando la membrana si incontrino fuori di essa con i — 117 — sali di calcio, scambino le proprie basi e diano luogo per tal modo ai depositi di ossalato di calcio al di fuori delle cellule medesime. Anzi il De-Ban T (') ha ciò consta- tato nella Pesila sclerotiorum; infatti dopo estesi studi compiuti su questa specie, i cui fili micelici sono incrostati di ossalato di calcio, giunge a concludere essere probabile che l'acido ossalico, il quale si trova nei filamenti del micelio legato al po- tassio, possa portarsi fuori della cellula e che quindi il deposito del 'l' ossalato di calcio sul micelio tragga la propria origine da una trasformazione del sale di potassio ., uscito fuori, nella soluzione nutritizia contenente calcio. Non è quindi impro- babile che anche negli altri casi trattisi di un fatto analogo ; ad ogni modo mi basta l'aver dimostrato che dalla presenza del sale fuori della cellula non deriva doversi senz' altro ammettere l'ipotesi della sua solubilità nel succo cellulare, poiché anche senza di essa può altrimenti trovarsi una sufficiente spiegazione del fatto. Ciò può dirsi anche per i cristalli inclusi nella membrana cellulare. Oltre quanto sopra si è detto su questo argomento, può anche sempre ammettersi che, formandosi nell' interno della cellula un ossalato solubile, questo nell' attraversare la membrana, che generalmente è assai ricca in sali di calcio, possa dar luogo, combinandosi con et si, alla produzione di cristalli. In conclusione siamo anche qui in presenza di un fatto che può prestarsi a molteplici interpretazioni e che perciò non credo sia sufficiente a ri- solvere la questione. Dopo ciò il De-Vries si estende a dimostrare come la chimica non si opponga al concetto della solubilità dell'ossalato di calcio, ed in seguito porta altri argomenti in favore della sua tesi. Egli continua : « anche la osservazione delle cellule cristal- lofore sparse nel parenchima ricco di acido ossalico di talune piante porta alla stessa conclusione. Nel picciuolo delle Begonie, si trovano delle cellule, le quali contengono druse cristalline ; frequentemente sono circondate da cellule parenchimatiche il di cui contenuto è molto acido e ricco in acido ossalico. Ora è chiaro che il calcio soltanto a traverso queste cellule parenchimatiche può giungere fino alle druse, e che quindi nel suo tragitto deve essersi già combinato con l'acido ossalico. Se fosse l'ossalato di calcio del tutto insolubile, il sale non potrebbe giungere alle cellule con di-use e sarebbe im- possibile la sua formazione nei luoghi indicati ». In questo caso si può obbiettare che la conclusione è forse più ampia delle premesse. Dal fatto che le cellule cristallofore si trovano in tessuti, i quali sono ricchi di acido ossalico, a me non pare possa stabilirsi che esse debbano essere circon- date in guisa tale dalle altre cellule contenenti questo acido, da non potere ricevere da nessuna via i sali di calcio. Poi resta sempre a vedersi se nel periodo nel quale ha luogo la formazione delle druse, l'acido ossalico esista già nei tessuti vicini e cir- condi perfettamente le cellule cristallofore. L'acido ossalico è contenuto nell' interno delle cellule e probabilmente nei tonoplasti; le soluzioni provenienti dal terreno si diffondono invece attraverso le molecole di celluiosi ; esse possono quindi attraversare cellule ricche di acido ossalico, senza che questo si combini coi sali di calcio, che esse tengono disciolti. In conclusione anche questo argomento è di dubbio valore, e non ha a mio credere gran peso nella questione. (') Ueber einige Sclerotinien uni Sclerotienkrankheìten. Bot. Zeit. 44, 1886 p. 347. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 15 — 118 — Da ultimo il De-Vries conclude: « Inoltre io cito il fatto che l'ossalato di calcio nei tuberi di patata e di Orehis in un certo periodo viene disciolto, quindi è solubile. - Infine è da osservare che la forma cristallina dei depositi e la grandezza spesso significante dei cristalli non potrebbe spiegarsi senza ammettere per lo meno una pic- cola solubilità del sale » . Perciò che riguarda il ridiscioglimento dei cristalli in taluue specie, io noterò che il fatto si restringe ad un numero limitato di casi, ed iu questi casi noi non sappiamo se veramente trattasi di un puro e semplice discioglimento dell'ossalato di calcio, o non piuttosto di una sua scomposizione. Anzi pensando a quanto avviene nei cistoliti che in dati periodi si liberano dei loro sali di calcio (') può forse ri- tenersi per analogia più probabile quest'ultima ipotesi. In quanto poi alla forma cristallina dei depositi ed alla grandezza spesso signi- ficante dei cristalli, che, secondo il De-Vries, non potrebbe spiegarsi senza ammettere una certa solubilità del sale, io mi limiterò a ricordare due cose : la prima è che il Vesque artificialmente ha ottenuto dei cristalli di considerevoli dimensioni, come dei grandi prismi obliqui a base di parallelogramma ; la seconda è che lo stesso Vesque ammette nel suo lavoro sulla riproduzione artificiale dei cristalli ( 2 ), che l'ossalato di calcio possa esser tenuto disciolto dal protoplasma, il quale in seguito lo deposite- rebbe in forma cristallina.Egli quindi considera il lavoro delle cellule cristallofore come una secrezione di ossalato di calcio, e non come un incontro dei due reattivi. Giunti a questo punto è opportuno fermarsi un istante e fare brevi conside- razioni. Da quanto fin qui sono andato esponendo risulta che nessun argomento può essere portato efficacemente contro l'ipotesi che l'ossalato di calcio, per essere insolubile del tutto o quasi nel succo cellulare, cristallizzi nelle stesse cellule nelle quali fu formato. Tutti quei fatti, per la spiegazione, dei quali si credette essere necessario ammette :e le idee opposte, io ho dimostrato che possono tutti spiegarsi in diverso modo e che quindi si prestano a molteplici interpretazioni. Anzi per ciò che ri- guarda il fatto creduto di maggiore importanza, cioè la presenza dell'ossalato di calcio fuori della cellula, le osservazioni compiute dal De-Bary confermano il modo di spie- gazione che io ho proposto al riguardo. D'altra parte è innegabile che nel gran- dissimo numero dei casi l'ossalato di calcio, una volta formato, mai più si ridiscioglie, restando spesso invariato anche per l'intera vita della pianta. Dunque l'ipotesi la più proballile, la più semplice, la più diretta è che l'ossalato di calcio sia insolubile del tutto o quasi nel succo cellulare e che si produca nelle stesse cellule nelle quali lo troviamo cristallizzato. Ma io voglio inoltre citare dei fatti i quali ci conducono direttamente a conclu- dere contro le idee opposte. (') Per ciò che riguarda il riassorbimento dei cistoliti in generale vedasi : Uaberlandt, l'Ini- siologische P/lanzenoiatomie, p. 311. ( J ) Observations sur les cristauz i'oxalate de chaux contenus dan Ics plantes et sur leur nroductibt artijiciells. Ann. d. se. uatur. 5" serie, Bot. t. XIX, p. :ìoo. — 119 — Primieramente, ammettendo queste idee, non sappiamo spiegarci perchè il sale, il quale si forma in dati tessuti, debba andare a cristallizzare lontano da essi, racco- gliendosi soltanto in luoghi circoscritti e determinati. Invero supponiamo un complesso di cellule, le quali a mi dato punto comincino a secernere dell'acido ossalico. Questo, incontrandosi con i sali di calcio, si combinerà con essi e l'ossalato così prodotto re- sterà disciolto nel succo cellulare. Ma, continuando il processo, la soluzione ben presto diventerà satura, e allora il nuovo ossalato che si formerà, non potendosi più discio- gliere, dovrà tosto precipitare, accumulandosi nelle stesse cellule nelle quali fu formato. Volendo pure ad ogni modo dare una spiegazione soddisfacente, bisognerebbe ammettere che allorquando la soluzione salina, diffondendosi tra i tessuti del vegetale, giunge in contatto con le cellule destinate per serbatoi dell'ossalato di calcio, queste, per speciali proprietà a tale scopo acquisite, fossero atte ad accumulare il sale che loro arriva per diffusione, depositandolo in forma cristallina. Senza di ciò non si può assolutamente spiegare perchè il sale vada a cristallizzare in cellule lontane da quelle dove esso si forma. Ma questa ipotesi, oltre ad essere per se stessa improbabile, ha anche contro di sé il risultato di una esperienza descritta nella prima parte. Ammettiamo infatti per un istante che le cose vadano realmente come si è supposto. Quando in questo caso prendiamo una piantina cresciuta in contatto con i sali di calcio, e che per conseguenza contenga numerosi cristalli in tutti i suoi tessuti, e la portiamo in una soluzione modi- ficata, nei nuovi tessuti che si formeranno non si dovranno produrre direttamente cri- stalli di ossalato, perchè i sali provenienti dal terreno sono privi di calcio, e fin qui la supposizione corrisponde con la realtà. Ma, continuando l'esperienza, il vecchio ossa- lato dovrebbe cominciare a ridisciogliersi ed arrivare per diffusione tra i nuovi tessuti, fino a giungere in contatto con le cellule cristallofore di questi. Ma allora, come appunto si è supposto, tali cellule dovrebbero essere in grado di accumulare il sale nel loro interno, opperò continuando a disciogliersi l'antico ossalato, si dovrebbe avverare per lo meno un parziale trasporto di questo dai vecchi ai nuovi tessuti. Invece l'esperienza dimostrò il contrario ; quando io portai delle piantine di fitolacca in soluzioni modificate, nei nuovi tessuti non potè' essere mai accertata la presenza di depositi cristallini. Inoltre, quando anche si fece uso nelle esperienze di semi appena germogliati, non contenenti quindi che pochissimi gruppi di cristalli, e si portarono in soluzioni prive di sali di calcio, il riassorbimento non potè' mai essere constatato, non ostante che l'espe- rienza si prolungasse per più di un mese, e infine la piantina avesse raggiunto no- tevoli proporzioni di sviluppo. Ora in questioni di tal natura anche un solo fatto può avere un valore certo. Se veramente l'ossalato di calcio dovesse sempre disciogliersi nel succo cellulare per portarsi nei luoghi nei quali cristallizza, il fenomeno del ridiscio- glimento dei cristalli già formati dovrebbe essere un fatto d'indole generale, e che do- vrebbe manifestarsi tutte le volte che noi portiamo una pianta contenente cristalli in soluzione priva di sali di calcio, il che, come abbiamo visto nel nostro caso, non avviene. Dopo ciò che si è detto in questa seconda parte è opportuno giungere ad una conclusione. L'ipotesi che l'ossalato di calcio sia insolubile nel succo cellulare e sia quindi prodotto nelle stesse cellule, nelle quali si riscontra depositato, non solo non ha contro — 120 — di sé alcun argomento, ma rappresenta anche l'idea la più semplice e la prima che spontaneamente ci si presenti d'innanzi; ha poi in favore il fatto che nel grandissimo numero dei casi il sale, ima volta formato, mai più si criscioglie. L'altra ipotesi invece, non solo non può vantare argomenti a suo favore, non solo è per se stessa meno sem- plice, meno diletta, ma urta anche in obbiezioni, che non possiamo eliminare se non ricorrendo a supposizioni e ad altre ipotesi, che sono anch'esse del tutto immaginarie, e che non posano sopra alcuna base sperimentale. Allo stato attuale delle cose, senza respingere a priori la possibilità che domani possa essere con la scorta dei fatti dimostrato giusto quanto oggi non siamo ancora auto- rizzati ad ammettere, io credo che dobbiamo inclinare a concludere, il che è possibi- lissimo : che l'ossalato di calcio è generalmente insolubile nel succo cellulare e si accumula nelle stesse cellule nelle quali fu formato ('). Anche il Kny ( 2 ), studiando la questione sotto un altro punto di vista, cioè dal lato della riproduzione artificiale dei cristalli, è portato a concludere nello stesso senso. (') Era già in via di stampa il presente lavoro quando venne a luce una pubblicazione dello ScHmper: Ueber Kalkoxalatbildung in den Laubblàttern (Bot. Zeit. 46 Jabr. n. h). Tra le molte questioni, su le quali l'autore espone delle idee del tutto nuove e interessantissime, vi è anche quella della solubilità dell'ossalato di calcio nel succo cellulare. Egli nota che in più specie l'os- salato di calcio, dopo essersi depositato in alcune cellule, in seguito scompare per emigrare in altre. Così nelle foglie di Syinphoricarpus racemosus nel mesofillo si contengono durante il Maggio delle piccole druse, le quali nel Luglio emigrano nei serbatoi cristallini delle nervature, mentre nelle giovani foglie si trova lo stesso fatto come nel Maggio. E parimenti al Symphoricarpus si com- porterebbero anche VAÌnus glutinosa e specialmente il Crataegus Oxyacantha. Da tutti questi e da altri fatti l'autore giunge a concludere che dal luogo in cui si trova l'ossalato di calcio non pos- siamo in alcun modo conoscere il luogo della sua origine. Ora anche su questi fatti, esposti dallo Schimper si possono portare le stesse osservazioni che sopra sono state fatte rispondendo ad una proposizione del De-Vries sul riassorbimento dei cri- stalli in talune piante. Noi, in tutti questi casi, nei quali i cristalli scompaiono da una cellula, non sappiamo assolutamente se si tratti di un loro discioglimento nel succo cellulare o non piut- tosto di una loro scomposizione. Nei tessuti del vegetale possono esistere delle sostanze atte ad ope- rare questa scomposizione. L'acido cloridrico per esempio è abbastanza diffuso ; ora se una piccola quantità di questo acido verrà in date condizioni in contatto con un cristallo di ossalato di calcio dovrà scomporlo, il cloruro di calcio che ne deriva potrà facilmente, emigrando in forma di solu- zione, incontrarsi in altre cellule ricche di acido ossalico, dove di bel nuovo potrà dar luogo alla produzione di ossalato di calcio. Oltre a ciò bisogna anche riflettere che il vegetale può essere in possesso di altri molteplici mezzi, anche a noi incogniti, per compiere tale processo ; perciò dalla semplice osservazione che i cristalli talvolta scompaiono dalle cellule in cui sono contenuti io credo non possa trarsi alcun giudizio sulla natura di questo processo. Anche l'amido, per servirmi di un paragone, ha facoltà di emigrare da un tessuto ad un altro, può abbandonare i serbatoi, e i suoi granuli ad una osservazione superficiale presentano gli stessi fenomeni di corrosione come i cri- stalli in via di riassorbimento; eppure chi vorrebbe da ciò concludere che esso sia solubile nel succo cellulare ? Bis"gna infine notare che nei casi citati dallo Schimper resta sempre dubbio il decidere se la scomparsa dell'ossalato di calcio in alcuni tessuti e la successiva ricomparsa in altri non siano due fatti del tutto distinti e indipendenti, i quali soltanto fortuitamente si trovino in correlazione di tempo. ( 2 ) Weber Krystalbilduny beim Kalkoxalat (Berichte der deutschen Botanischer Gesellschaft. Fiinfter Jahrgang, Heft. 8, 1887). — 121 — Con quanto si è detto non s'intende negare che il succo cellulare in date con- dizioni possa disciogliere una piccola quantità di ossalato di calcio ('), ma si vuole invece combattere l'opinione che un tal fatto costituisca una regola generale, per la quale il sale, prima di depositarsi in forma cristallina dovrebbe sempre disciogliersi, emigrando per tal modo da una regione ad un'altra nel corpo del vegetale. La questione che ora ci ha occupati, non può essere presa isolatamente. Se l' os- salato di calcio si origina in quei medesimi luoghi nei quali precipita, l'acido ossa- lico, può chiedersi, ha parimenti origine nelle stesse cellule o non piuttosto vi arriva dalle altre cellule turgescenti del parenchima in cui si formerebbe ? Questa ed altre questioni, delle quali ho intrapreso lo studio, conto poter trat- tare in un prossimo lavoro, che spero condurre a termine in un tempo non lungo. (') Che l'ossalato di calcio nei tessuti vegetali in speciali condizioni possa essere in piccola parte disciolto, è cosa certamente assai probabile. Un eccesso di acido ossalico, la presenza di un sale di magnesio, sono condizioni a ciò favorevoli, e la sua dissoluzione fu constatata nel succo ricco di zucchero della barbabietola (Wurtz e Scheibler, dal De-Vries p. 81). Nell'attiva vegeta- zione, secondo Schmidt, l'ossalato di calcio può essere completamente disciolto nel contenuto cel- lulare per mezzo dell'albumina, e cristallizzerebbe in parte alla fine del periodo di vegetazione (Huseman-Hilger. Pflanzen-Stoffe voi. 1, p. 193). 122 — Le gemme della Pircunia dioica Moq. del dott. T. A. BALDINI iTav. XI. XII). Nella Pircunia dioica Moq. della famiglia delle Fitolaccacee. che nel clima di Roma raggiunge considerevoli dimensioni, si presentano tre sorta di gemme: erpicali, ascellari e avventizie. Le ascellari possono trovarsi all'ascella delle foglie normali, ovvero all'ascella delle squame protettrici delle gemme ascellari ; chiameremo le prime ascellari, fogliari '.le seconde ascellari squamali. Le avventizie alla loro volta possono originare o dallo strato corticale, in corrispondenza di una troncatura di un ramo, ovvero anche alla superficie di una troncatura, ma, da una delle zone parenchimatose, interposte fra una cerchia vascolare e l'altra del fusto anomalo. Per distinguerle chia- meremo le prime corticali, le seconde interfase iati. Tutte poi meno l'apicale, possono rinvenirsi allo stato preventivo. Le gemme apicali, quelle di origine ascellare fogliare e le veramente avventizie hanno un'attività minore dell'altre. Si può infatti ritenere, che in una pianta di parecchi anni quasi tutti i rami, o almeno tutti i più grandi, siano di origine ascellare squamale, cioè provenienti dall'ascella delle squame protet- trici di altre gemme. Per quanto sappiamo questi rami furono fino ad ora ritenuti di origine avventizia. Per avere un'idea chiara del modo e del luogo d'origine delle gemme, soggetto del presente lavoro, ed anche per evitare ripetizioni inutili, crediamo indispensabile jar precedere una breve descrizione della struttura del caule, del resto ben nota, di questa pianta. Il fusto della l'i renaio dioica Moq., procedendo dall'esterno all'interno, presenta la seguente struttura. Sotto una epidermide semplice, sostituita più tardi da una scarsa produzione peridermica, sta il corpo corticale, costituito all'esterno da parecchie serie di elementi collenchimatici, più meno allungati nella direzione dell'asse di sviluppo, funzionanti da apparato meccanico ed assimilatore in via secondaria, intramezzati da cellule scle- rose di forma piuttosto irregolare, isolate o più spesso a gruppetti. È dalla serie esterna di questo tessuto ipodermico, in corrispondenza delle gemme ascellari, che si genera un fellogeno che produce pochi strati di cellule suberose, il quale nei rami di due anni, ed anche alquanto più giovani, lo si vede estendersi a tutta la superficie dell'asse. - 123 — Agli elementi collenchimatici fa seguito un parenchima assimilatore che a com- pleto sviluppo ha gli elementi rotondeggianti, isodiametrici. Segue poi il sistema mec- canico liberiano, il quale si dispone in un cercine più o meno interrotto di gruppi di pochi elementi, per lo più disposti in una sola serie tangenziale. Il corpo legnoso è costituito essenzialmente da zone di fasci secondari disposti a cilindri concentrici e alternanti con zone di parenchima secondario d'origine peri- ciclica, dovute allo speciale modo di formazione di cambi secondari successivi e alternanti nella loro funzione. Segue infine la zona dei fasci primari colle relative produzioni secondarie dal cambio normale ed infine il cilindro midollare, attraversato dai fasci fogliari midollari. La gemma apicale si presenta di forma conica, alquanto depressa, costituita per la massima parte da un meristema ad elementi piccoli, ricchissimi di plasma, nel quale la sola epidermide è ben differenziata, e che presenta nelle parti discoste dall'apice alcune cellule a rafidi. Essa è sempre protetta da parecchie foglie, che, per questa funzione protettiva, assumono nelle gemme in via di sviluppo un particolare aspetto (Tav. XI, fig. 3, fg, fg, fg — ). La prima parte che in esse si forma è l'apice dapprima rappresentato da un breve mammellone di parenchima formativo nel quale si mostra in differenza- zione la sola epidermide. Questo mammellone si ripiega sul meristema apicale e ben presto si conforma a cappuccio includente l'apice vegetativo della gemma. Sotto questo cono difensivo si formano successivamente gli altri, rappresentanti gli apici sovrapposti di altrettante foglie, dei quali i più esterni difendono i sotto- posti, e tutti la gemma. Un accenno di quest'organo, ma del tutto atrofizzato, pieno di polviscolo e più tardi anche secco, si trova ancora nelle foglie adulte. Comprendiamo sotto il nome di gemme ascellari tanto quelle che originano all'ascella di una foglia normale (Tav. XI, fig. 4, 9 — ), e che abbiamo chiamate ascellari fogliari, quanto le altre che si sviluppano all'ascella di una squama protettrice di una gemma allo stato preventivo o di riposo e che abbiamo designato col nome di ascellari squamali. Le prime furono già soggetto di studio da parte del prof. N. A. Pedicino (')• Egli ne osservò una o due per ascella; se ne possono però trovare anche tre, sovrapposte, delle quali la superiore è sempre la più grande e più facilmente delle inferiori può svolgersi in un nuovo ramo. Essa, già allo stato di riposo può presentare all'ascella delle sue squame protettrici più esterne, altre gemme, più piccole, che, cessando per una causa qualunque l'attività della gemma terminale del germoglio al quale appartengono, escono dallo stato preventivo ed assumono uno sviluppo spesso più vigo- roso di quello del germoglio principale (Tav. XII, fig. 17, sg, sg — ). (') Pedicino N. A., Studi sulla struttura e sulla maniera di accrescersi di alcuni, fusti di piante dicotiledoni. Annuario della r. Scuola superiore d'agricoltura di Portici. Anno I, 1876. — 124 — Seguendo i principali fenomeni di sviluppo delle gemme ascellari fogliari, dal mo- mento della loro prima differenzazione fino alla forma che assumono allo stato di riposo, sopra i rami anche di più anni, possono osservarsi facilmente due serie di fatti, gli uni risguardanfci il modo e gli altri il luogo d'origine delle gemme. Deresi anzitutto notare che la prima gemma a formarsi delle due o tre è sempre la superiore, che la seconda apparisce poco al di sotto della prima, quando questa sia già ben conformata, che la terza, quante rolte si formi, si comporta ugualmente rispetto alla seconda. Per ciò che riguarda il luogo d'origine, esso è sempre per tutte due o tre le gemme il fondo dell'angolo ascellare. Di esse la prima, o superiore, origina dagli strati più esterni del periblema, mentre le altre si generano nella parte esterna del cilindro corticale, a sviluppo più aranzato quando esse principiano ad apparire e sem- pre in rapporto colla parte inferiore della cupola cambiale della gemma sovrapposta (Tav.XII, fig. 12, g — U,,j, f j' — w,g,g\g" — ). Per ciò che riguarda il modo di sviluppo di queste gemme sovrapposte ecco quanto osservammo. In prossimità dell'apice vegetativo di un ramo in via di svi- luppo, dapprima in corrispondenza dell'ascella della terza o quart' ultima fogliolina nei primi stadi di sua differenzazione, si osserva una gemma unica, sotto forma di un mammelloncino emisferico, costituito da elementi piccoli, isodiametrici, ricchissimi di plasma e protetto dal dermatogeno in via di differenziazione (Tav. XII, fig. 12, g — ). In uno stadio un poco più avanzato, quando cioè il legno primario del ramo nel punto ove essa è inserita, presenta ben differenziate le trachee, e la foglia all'ascella della quale è posta abbia raggiunto la metà circa della sua grandezza media nor- male, allora essa si presenta sotto forma di una cupola di tessuto meristemale, pro- tetta da squame imbacate, la quale è in diretta comunicazione col cambio secondario del fusto. Nei luoghi ove si formò una gemma, cessa la formazione delle zone legnose. Tanto il parenchima delle squame protettrici che quello interno ed esterno ai tessuti della gemma stessa, eccettuati i cambiali, sono ricchissimi di cellule a rafidi, alquanto più grandi delle circostanti e colme di questi elementi cristallini. L'apparato difen- sivo è rappresentato da qualche strato di cellule suberificate, all'esterno delle squame bratteati in diretto rapporto coli' ambiente e dallo strato collenchimatico subepider- mico. Questa gemma è impiantata sul fusto in modo da lasciare libero appena l'an- golo ascellare nel quale si può vedere il primo indizio di formazione di una seconda gemma sottoposta. Le gemme fogliari che si osservano sopra un ramo in corrispondenza di tratti nei quali il legno sia rappresentato da due o tre cilindri concentrici, possono raggiun- gere il numero di tre. Di queste la più grande è la superiore, mentre l'inferiore è nei primi stadi di formazione e la intermedia alquanto meno sviluppata della supe- riore. Il parenchima fondamentale della corteccia, nel quale sorgono, come quello delle squame che le coprono si presenta ancora ricchissimo di cellule a rafidi, in tutto simili alle sovraccennate, cresciute in volume e nel contenuto. Lo strato di tessuto formativo, che pone in rapporto le due gemme superiori, già ben conformate, collo strato cambiale del fusto, si presenta aumentato in lunghezza ed in ispessore. A questo stadio di sviluppo, in corrispondenza delle gemme, appaiono due forme — 125 — di tessuti meccanici. Uno si trova nel parenchima fondamentale della corteccia ed è rappresentato da gruppi di elementi sclerosi, irregolari per forma e distribuzione, a pareti canalicolate, gruppi che si addensano ai lati dell'impianto delle gemme e più in corrispondenza dell'ascella, nel parenchima corticale del picciolo fogliare. L'altro tessuto si sviluppa al di dietro dell'impianto delle gemme. Già sopra accennammo che alla base delle gemme, verso l'interno non si formava più legno. Quivi troviamo invece un tessuto lignificato (Tav. XII, fig. 17, ti), che forma una larga zona in corri- spondenza del posto ove dovrebbe stendersi il cilindro legnoso più interno e comincia a differenziarsi contemporaneamente ad esso. È costituito da elementi di forma roton- deggiante, allungata, a parete uniformemente ispessita e punteggiata. All'esterno poi tanto nelle squame protettrici quanto nei tessuti ipodermici assili si differenzia un fel- logeno dalla prima serie di cellule sottoepidermiche, che va producendo parecchie serie di elementi suberosi (Tav. XII, fig. 17, su). Degui di nota sono ancora i rapporti che mostrano i cilindri parenchimatici e vascolari alterai del fusto colle gemme ascellari fogliari a questo stesso grado di diffe- renziazione. Quando la prima zona dei fasci è ancora allo stato procambiale, allora si nota una semplice incavatura verso l'alto. Più tardi, quando il primo cilindro le- gnoso è formato, e gli elementi corticali in differenziazione, vi si scorge un cilindro i cui elementi, non ancora ben differenziati all'esterno, lo sono sempre più verso l'in- terno, mettendosi in comunicazione con quelli corrispondenti del fusto (Tav. XII, fig. 17, x,xi — ). Quando infine in corrispondenza delle gemme il meristema secondario ha già formato nel ramo parecchi o molti cilindri parenchimatici e vascolari, i rapporti sono un po' più complicati. Quando la gemma è ancora allo stato di riposo i ciliudri più esterni legnosi e parenchimatici, la zona cambiale, il libro, il parenchima corticale e il fellogenico presentano in corrispondenza di essa una rientranza o depressione, al centro della quale sono situate le produzioni gemmali (Tav. XII, fig. 17), e che si deve probabilmente alla diminuzione dell'attività de' tessuti generatori, caulinari, in corrispondenza del luogo di formazione delle gemme. Dietro la cupola meristemale di queste si trova il cilindro dei tessuti più diffe- renziati, che dalla gemma va al cilindro midollare principale, e che rappresenta l'im- pianto di un nuovo ramo. La zona di tessuto formativo, che mette in rapporto i tes- suti dei due rami, continua lungo il detto cilindro e si diffonde anche nel parenchima situato fra gli strati legnosi più esterni. Ad esso si deve la proliferazione ed aumento che in certe circostanze si osserva alla base dei giovani rami, dal che risulta che i tessuti periferici alla base della gemma invece di avvallarsi verso l'interno del fusto, come quando le gemme erano allo stato preventivo, emergono, ed assumono forme coniche, più o meno sviluppate, con scanalature esterne circolari, interrotte, ultimi accenni della parte apicale delle squame protettrici (Tav. XI, fig. 5, s, s sg, sg . . .). Per ciò che riguarda la struttura si osserva aumento di spessore delle zone parenchima- tiche interposte alle regioni legnose, e queste aumentate di numero per seguita pro- liferazione del cambio secondario esterno (Tav. I, fig. 9, gì , gp . — ). La sovrapposizione delle gemme ascellari fogliari avviene nel modo seguente. Ann. Ist. Bot. — Vol. III. 16 — 126 — La prima, come abbiamo detto, si forma nel fondo dell'angolo ascellare, ma mentre va differenziandosi e circondandosi di squame protettrici, cangia di posizione. Questo spostamento è dovuto al successivo accrescimento intercalare del fiuto, ed avviene dal fondo dell'angolo ascellare verso il vertice del fusto, in modo che si arriva ad uno stadio nel quale l'angolo ascellare non è più completamente occupato dalla prima gemma'e questa invece mostra il proprio impianto nel lato costituito dal fusto. A questo periodo di sviluppo, all'ascella della stessa foglia nello spazio compreso fra la gemma prima formatasi ed il picciolo, si differenzia una nuova gemma (Tav. XII, fig. 14, s, •«. IH > (Ji !/')■ Questa seconda gemma subisce uno spostamento nella stessa direzione della prima e al di sotto di essa nello stesso modo ora descritto si può formare una terza gemma (Tav. XII, fig. 16, g, g',g"). La cosa riesce manifesta durante i primi periodi di differenziazione tanto della seconda che della terza gemma; ma in stadi di sviluppo alquanto avanzati riesce difficile scorgere le traccie di tale origine ascel- lare successiva; tanto più che i tessuti formativi delle seconde terminano col porsi in rapporto diretto con quelli cambiali del fusto in punti diversi. oltre le gemme ascellari fogliari sopra questa pianta sono frequentissime quelle ascellari di squame che circondano e coprono le gemme in riposo proteggendone l'apice vegetativo. Tanto l'Hétet (') quanto il Pediciuo chiamarono la loro attenzione sopra alcuni fatti morfologici risguardanti tali gemme, non ispieg.ite dal primo e credute dal secondo di origine avventizia. Ecco come egli ne scrive : « Intorno poi alle ferite o alle tron- » cature si formano molte gemme avventizie, le quali si sviluppano con una prodigiosa « rapidità di accrescimento, la quale è tanto grande, che, troncato un fusto di un anno « o due, il ramo avventizio che nasce accanto alla troncatura in uno o due anni arriva * a ricoprire tutta la ferita, e a mettersi in continuazione col moncherino del vecchio « tronco, in modo da non lasciar vedere tutto questo processo, se non spaccando l'asse « e vedendo i resti dell'antica troncatura. In generale questi rami avventizi che nascono - poco più giù della troncatura crescono massimamente in grossezza dal lato opposto * a quello che guarda il lato troncato, ». È vero che, come osservò l'Hétet, si sviluppano delle gemme e al di sotto delle troncature e intorno alle ferite, ma quando la troncatura sia fatta vicino alla base del ramo o poco al disopra di un nodo o in generale quando i margini della ferita si trovino vicino a delle gemme. In questi casi i rami che si sviluppano provengono da gemme ascellari squamali e soltanto casualmente vi si possono trovare mescolate delle avventizie. È impossibile distinguere morfologicamente le une dalle altre, anche allo stato preventivo; soltanto colla struttura possiamo farlo. Il carattere differenziale anatomico fra una gemma formatasi in un'ascella, sia di foglia che di squama, ed una avventizia è che nella prima al di dietro del cono meristeinale le produzioni legnose (') M. Hétet, Rjcherckes expérimentales sur In formation dei couches Ugneuies dans le Pir- ■ 'limi. Annales dcs sciences ruturelles 1862. - 127 — normali sono interrotte, così da rammentare la forma già sopra descritta nelle gemme fogliari, mentre questa nota anatomica manca nelle avventizie (Tav. XI, fig. 9, x. Tav. 17, x). Le gemme che originano all'ascella di squame principiano a differenziarsi fin da quando la gemma principale, dalla quale provengono, è ancora allo stato di riposo. In questo periodo non ne appaiono molte, e solo all'ascella delle squame più esterne (Tav. XII, fig. 17, sg. sg); ma quando la gemma principale si va svolgendo in ramo, intorno alla sua base se ne possono rinvenir parecchie, una per ascella di squama, le quali se sviluppano, sono pure fornite all'ascella delle rispettive squame protettrici di altre gemme preventive (Tav. XI, fig. 5, sg....). Queste squame basali dei rami non godono di ulteriore ingrandimento, dopo aver compiuto l'ufficio protettivo delle gemme che le produssero, ed all'esterno si presentano sotto forma di rialzi, disposti a cerchio, confluenti fra loro e sovrapposti. In questo periodo fra i tessuti di una squama e l'altra non si osservano più interruzioni di strati epidermici, come nelle gemme preventive, ma invece una fusione completa, fin quasi alla superficie della base del ramo, in modo che le gemme originate nell'ascella delle squame si presentano immerse nel parenchima corticale, quasi fossero di origine endogena, mentre sono ridotte apparentemente tali a causa della suddetta fusione di tessuti, avvenuta intorno e al di sopra di esse dopo la loro prima differenziazione (Tav. II, fig. 15.). Si devono all'irregolare modo di svilupparsi di queste gemme le forme a prima vista strane e inesplicabili che si presentano nella ramificazione di questa pianta. Così ad esempio in corrispondenza di ima foglia, già caduta, possono rinvenirsi escrescenze mammellonari, circondate da parecchie piccole gemme in via di sviluppo, mammel- loni o escrescenze prodotte e dalle basi di parecchi ramoscelli deperiti o troncati vicino al loro impianto e da nuove gemme allo stato preventivo, talora però morte (Tav. XI, fig. 1, 7, /', /■, sg. sg....). Così ancora in corrispondenza di una foglia possono rinvenirsi quattro o cinque rametti in via di formazione. Anche non è raro che un ramo, pro- dotto da una di queste gemme, vada a surrogare il ramo più piccolo dal quale ebbe origine, per avventura deteriorato o troncato. In questo caso il ramo secondario può assumere un enorme sviluppo, rialzarsi, fondendo alla base i propri tessuti con quelli di rimarginamento già formatisi sul piano di troncatura del ramo principale, finché termina coll'occuparne completamente il posto. Questa forma fu anche osservata dal Pedicino ; essa del resto può presentare varie complicazioni, sia pel numero dei rami secondari che si formano vicino alla rimarginatura, sia per la varia origine che hanno, poiché possono provenire o da gemme ascellari delle squame basali del fusto troncato, o da gemme di second'ordine, provenienti da queste. Le vere gemme avventizie sono quelle che emergono dalla superficie di un ramo troncato (Tav. XII, fig. 10, 13 cg, cg ). Esse possono però confondersi con gemme ascellari squamali quante volte la troncatura sia fatta in corrispondenza della base di un ramo, a pochi millimetri di distanza da una squama (Tav. XI, fig. 2, sg. sg). In questo caso la gemma differenziatasi antecedentemente all'ascella di essa invece di — 128 — raggiungere per svilupparsi all'esterno lo strato epidermico o fellogenico, può uscire, traversando i tessuti di riinarginamento, dalla superficie di troncatura (Tav. XI, fig. J, eg, cg'). Le gemme però che hanno questa origine si distinguono dalle vere avventizio, perchè, come dicemmo, gli strati legnosi al di dietro del loro impianto presentano una soluzione di continuità, la quale si estende tino a raggiungere il cilindro midol- lare del fusto o del ramo che le diede origine. Però questo carattere anatomico è evi- dente, tinche la gemma che si osserva è allo stato preventivo, ovvero si è sviluppata in un buon ramo; talvolta però in uno spazio ristretto si sviluppano parecchie gemme, vicinissime, ascellari di squame, lo quali alla loro volta portano altre gemme all'ascella delle loro squame. Se allora ha luogo un forte sviluppo di due o tre di esse, alla loro base avviene uno spostamento di tessuti che rende difficile lo scorgere il suddetto carattere anatomico delle gemma ascellari. Il primo che osservò ed accennò a gemme di vera origine avventizia fu il signor Hétet nel 1861. Egli, studiando i tessuti di riinarginamento della Pire/mia dioica Moq., vide in essi la formazione di una gemma che produsse un piccolo ramo: « A la lèvre supérieure et à l'infériure de la plaie les zones utriculaires ont aussi produit des bourrelets, mais peu développés; du bord iuférieur est sorti un bourgeon qui a produit un rameau très vigoureux, quoiqu'un peu étiolé a cause de sa position dans un machon de verre, presque prive de lumiere » . Più tardi, nel 1876, il Pedicino descrisse e figaro un ramo che, per quanto egli scrive, ci sembra evidentemente avere la stesso origine: « Un ramo avventizio, grosso u circa 30 centimetri, a midollo molto eccentrico, era stato l'anno innanzi troncato ed * aveva già intorno tre grossi rami avventizi. Dalla superficie di troncatura, alla distanza » di circa 30 strati legnosi dalla corteccia, sorgeva un rametto abbastanza vigoroso. « Dagli studi potuti fare su questo pezzo ho potuto concludere, che la gemma la quale « aveva dato origine al rametto erasi formata sul pesto in cui questo erasi sviluppato. « Infatti i fasci filtro - vascolari di questo rametto non facevano che mettersi in comuni- tà cazione con quelli delle due zone legnose più vicine. Il fenomeno era già troppo inol- - trato per potere arguire d'onde provenisse la cellula originaria di detta gemma. Dalla k descrizione dell' Hétet credo poter ricavare che il ramo or ora descritto possa avere - lo stesso origine che il ramo prodottosi nell'interno del suo apparecchio. Ad ogni modo « ammesso che, come dice l'Hétet, gli strati cellulari interposti fra le zone legnose « possono, in certe condizioni speciali, proliferare, e produrre non solamente parenchima, « ma anche fasci fibrosi, non è strano il concepire che a spese dello stesso tessuto possa « generarsi un meristema avventizio » . Ecco qual'è, secondo le nostre ricerche l'origine di questa sòrta di gemme. Troncato un ramo con un taglio netto, specialmente se la stagione non è secca, i tessuti tagliati per la profondità di parecchi millimetri muoiono e si disseccano; ma al di sotto di essi il parenchima corticale e quello frapposto tra i cilindri vascolari si mantiene vivo, e dopo un tempo più o meno lungo, accenna ad una certa attività formativa. Le cellule al di sotto dello strato più esterno, già secco, principiano a divi- dersi nel senso tangenziale al piano del taglio, e in pari tempo molte cellule del — 129 — parenchima sottostante si riempiono di fasci di rafìdi. Questa proliferazione è più intensa per regola nella cerchia del parenchima corticale ; cosicché allora al di sopra di esso si può osservare una specie di prominenza annidare (Tav. XII, fig. 10; tnu tm, tm; Tav. XI, fig. 7, tm). Nella parte più esterna di questo parenchima in proliferazione ben presto si differenzia un fellogeno, che provvede alla formazione di uno strato di poche cellule suberificate. Col continuare di questo accrescimento dei parenchimi corti- cali ed interfasciali, i tessuti finiscono col sollevarsi intorno e sopra agli anelli legnosi che poco tempo dopo il taglio del ramo potevano osservarsi emergenti alla superficie di troncatura, finché tutti restano coperti (Tav. XII, fig. 10). In seguito a che avviene che gli elementi morti delle zone legnose e parenchimatiche vengono per lo più spinti verso l'esterno, rimanendo al di sotto del nuovo parenchima in formazione. In uno stato di sviluppo più avanzato, nel nuovo parenchima si differenziano dei fasci fibro- vascolari, e verso l'esterno delle cellule scelerose in piccoli ammassi (Tav. XII, fig. 11, fig). I fasci si pongono in rapporto con quelli dell'estremità troncata del ramo ; essi non hanno una distribuzione regolare nel parenchima dal quale hanno origine. Occupano la parte centrale di esso, confluiscono fra loro e terminano poco al di sotto dello strato fel- logenico. E sempre in questo parenchima che appaiono le gemme avventizie. La loro prima differenziazione può precedere o seguire l'apparizione della rete dei fasci fibro-vascolari ovvero avvenire durante la formazione di essi. Queste gemme appaiono dapprima poco al di sotto dello strato fellogenico, colla apparenza di ammassi di cellule piccole, ricche di plasma differenziantesi dal parenchima fondamentale, i quali ben presto assu- mono la forma di cupola colla parte convessa rivolta verso lo strato fellogenico od anche lateralmente, verso l'asse o la periferia del fusto. Ben presto il nuovo cono vegetativo sviluppa le squame protettrici sfornite di gemme secondarie alla loro ascella, fatto che spiega il numero predominante delle gemme ascellari su quelle avventizie e quindi si mette in rapporto coi vecchi fasci fibro-vascolari del ramo col mezzo di nuovi cordoni vascolari (Tav. XII, fig. 11, e, g.). Queste gemme possono rimanere per un tempo più o meno lungo allo stato preventivo. In questo caso in seguito allo sviluppo ulteriore dei tessuti periferici alle gemme, queste sembrano trasportate in una posi- zione più interna di quella della loro prima formazione; mentre di fatto sono i tessuti vicini che seguono a proliferare perifericamente ad esse, spostando cosi il primitivo decorso dei fasci tìb. - o-vascolari, i quali fanno una curva intorno alle gemme avventizie allo stato preventivo (Tav. XI, fig. 8, /', /'.). Quando poi la gemma si sviluppa in un nuovo ramo, i fasci continuando allora a differenziarsi, formano una seconda ansa dal basso all'alto. Se invece la gemma, non passa per uno stato preventivo, ovvero non avviene attiva proliferazione dei tessuti periferici ad essa, le indicate curve non si osservano, ed i fasci di nuova formazione partendo da quelli troncati vanno a terminare direttamente nell'apice vegetativo della gemma (Tav. XI, fig 13, /', cg). I rapporti si vanno facendo sempre più stretti a sviluppo avanzato tra il ramo di origine avventizia ed il tronco sul quale si è sviluppato, operandosi una specie di congiungimento e saldatura tra i tessuti di nuova e vecchia formazione (Tav. XI, fig. d, r) — 180 — Riassumendo, possiamo concludere": 1" Che nella Pircunìa dioica Moq. esistono tre sorta di gemme: apicali, ascellari ed avventizie. 2° Che le gemme ascellari possono nascere all'ascella delle foglie normali, (gemme ascellari fogliari) ovvero all'ascella delle squame che ricoprono le gemme (ascellari squamali). :3° Che le gemme ascellari fogliari si sviluppano in tempi successivi la seconda sotto la prima e la terza sotto la seconda, sempre per origine ascellare. 4° Che le gemme fino ad ora descritte di origine avventizia, nel maggior numero dei casi si formano all'ascella delle squame delle gemme, fin da quando le gemme si trovano allo stato preventivo o di riposo. 5° Che le vere gemme avventizie sono quelle sole, che si differenziano dai parenchimi di rimarginamento alla superficie di rami troncati o in generale delle ferite. 131 — SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE Tav. XI. 1. Rametto con cinque produzioni ili origine ascellare squamale, differenziatesi all'ascella di una foglia. 2. Superficie di due rami connati, stati troncati; tm ,tm . . tessuti di rimarginamento; sg , sg' . . . gemme ascellari di squame; cg, gemme avventizie, provenienti dal parenchima corticale. 3. Figura schematica di un apice vegetativo in sviluppo ; e g, cono gemmale con foglie; fg , fg, ... in formazione. 4. Ramo con gemme ascellari normali sovrapposte. 5. Impianto di un ramo circondato alla base da squame; s, s, e piccole gemme di origine ascellare squamale; sg, sg . . . — 6. Troncatura di un vecchio ramo morto, portante un rametto originato da una gemma avventizia interfasciale ; -/ , zone di fasci vascolari; zp, zone interfasciali parenchimatose ; m, midollo; r, rametto avventizio. 7. Produzioni rameali a disposizione irregolare, originate da gemme squamali; r, r ... rami di origine squamale; tm, tessuto di rimarginamento; sg, sg... gemme di origine squamale. ,8. Figura schematica di una sezione di gemma avventizia, differenziatasi poco al disopra dei tessuti costituenti le zone fasciali, sotto al parenchima di rimarginamento; tm, tm, tessuti di rimargi- namento; cg, cono della gemma; /, /, fasci; s,s, squame protettrici; su, sughero. 9. Figura schematica di sezione eseguita alla base di un ramo, in corrispondenza delle squame tra- sformate in rilievi circolari, come nella figura 5, rappresentante il principio di sdoppiamento delle zone dei fasci; su, sughero; sg, gemini squamale; zi, zi... zone vascolari; zp, zone paren- chimatose interfasciali; x, interruzione delle zone fasciali e parenchimatose dietro le gemme ascellari. Tav. XII. 10. Ramo tagliato, ricoperto dai tessuti di rimarginamento, portanti gemme; tm,tm,... tessuti di rimar- ginamento; cg,cg,... gemme avventizie. 11. Figura schematica di una sezione eseguita nei tessuti di rimarginamento; su, sughero; tm, tes- suti di rimarginamento; f, produzioni irregolari di fasci; cg, gemma avventizia. 12. Figura schematica di una sezione longitudinale radiale, passante per una gemma ascellare di foglia; g, gemma; f, fascio; fg, foglia. 13. Figura schematica di una gemma avventizia; su, sughero; tm,tm, tessuti di rimarginamento; f, fasci; s, s, squame; cg, gemma avventizia. II. Figura schematica di una sezione rappresentante due gemme normali ascellari sovrapposte, la inferiore di formazione più recente. 15. Figura schematica di una gemma di origine squamale, preventiva, con saldatura dei tessuti squa- mali al disopra di essa. lo'. Figura schematica eseguita sopra una sezione radiale, mostrante tre gemme sovrapposte ascel- lari; s,s',s", squame; fg, foglia; g,g'g", gemme. 17. Figura schematica di una sezione trasversale passante per una gemma ascellare di foglia; It, parenchima lignificato; zp, zone parenchimatose interfasciali; zi, porzioni vascolari dei fasci; li, porzione cribrosa; x, asse centrale del futuro ramo; xi, zona periferica del medesimo asse; sg, gemme preventive di origine squamale; g, gemma apicale; su, sughero. — 132 Intorno ad una Sensitiva dell'Argentina. Nota del prof. R. PIROTTA (Tav. Xm) Nell'inverno del 1885 l'egregio amico e chiaro botanico prof. Carlo Spegaz- zini mi inviava da La Piata un certo numero di semi da Ini raccolti alla rinfusa nel percorrere rapidamente la regione delle Missioni dell'Argentina. Fra le piaute nate da quei semi vi fu anche una Mimosa a foglie sensibili in unico esemplare, che messo in piena terra si sviluppò rapidamente e portò fiori per la prima volta nel novembre del 188iì. La pianta morì nell'estate successivo dopo aver passato l'inverno senza molto soffrire, ma alcune margotte facilmente ottenute in autunno e coltivate in serra valsero a conservarla, e rifiorirono abbondantemente nell'estate e nell'autunno dello scorso anno. Le ricerche da me fatte per determinare questo grazioso arbustello sono riescite vane, non avendo trovata alcuna delle Mimose finora descritte, che offra caratteri con- cordanti con quelli della pianta nata dal seme inviatomi dallo Spegazzini. La pianta pare dunque nuova ed io, riconoscendo le difficoltà che s'incontrano nello studio di questo difficile genere, nel descriverla, propongo di chiamarla provvisoriamente col nome dell'egregio amico tanto benemerito dello studio della flora dell'Argentina. Mimosa Spegazzinii ad int. Fritte x 2-3 mettali -. erectus,a basi ramosus, rarnis herbaceis striffillosis; foliis unijugis, foliolis sensi- tivù 35-35 j uff is v. ultra, lineari-oblongis, obtusis, mucronulatis, obscure trinerviis, supra gla- bris, subtus apicem versus breviter adpreste pilosis, margine spinis validiusculis adpressis praedi- ti$, stipulis ovato-lanceolatis acutis, striatis,ciliatis; aculeis infrastipularibu* binis, recurvis, num- quam sparsisi pedunculis axillaribus, solitariis v. geminis, peduncolo foliorum subaequantibus v. subbrevioribus; capitulis globosis rnultiforis, staminibus dilute violaceis; bracteis subobova- tis, lumie mucronatis, superne ciliatis, corolla brevioribus; legumine {immaturo) leviter contorto, articulato, articulis 2-4, margine spinis validiusculis undique directis armato, ceterum sparse et puree piloso. Hab. Mis.-i s Argentinae; floret autunno, Semina legil el mi.sit ci, ('. Spegazzini. Tab. XIII. Descrizione. È un piccolo arbusto di 1-3 metri di altezza, che ramifica abbon- dantemente fin dalla base, a rami graciletti. diritti, eretti, forniti, se giovani, di peli brevi, rigidi, della forma e struttura rappresentata nella fig. 3 della tavola XIII. rivolti in alto ed addossati al fusto, più abbondanti verso l'apice del ramo. — 133 — Le foglie unijughe portano alla base del picciolo comune due stipole lunghe circa la metà del picciolo stesso, erette, simmetriche, ovali-lanceolate, acutissime, lunga- mente cigliate sui margini per ciglia bianche, più lunghe verso il mezzo della stipola ed in parte caduche, d'aspetto striato alla superfìcie per la presenza di cinque nerva- ture, delle quali tre mediane sporgenti. Al disotto di ciascuna stipola ed in continua- zione con essa si trova un aculeo duro, gialliccio, poco più lungo di quella, disposto orizzontalmente, colla base larga, l'apice curvato in basso, acuto. Mancano aculei sul resto dell'internodio. Il picciolo comune è sottile, lungo da 15-18 mm., terminato da un mucroncino a setola, solcato lievemente nel lato superiore, fornito di peli appressati, più nume- rosi alla base ed all'apice, dove stanno anche altri più grossi e rigidi. Le pinne sono più lunghe del picciolo, misurando circa (30 mm. Le foglioline piuttosto stipate, ma non toccantesi a foglia distesa, sono lunghe circa 10mm., cent, larghe 2-3 mm., in numero variabile da 14 nelle foglie dei rametti brevi, a 25-30-35 per lato nelle foglie ordinarie, col pajo inferiore un po' più piccolo: sono a margine piano verso l'alto, lievemente curvo nel basso, ottuse ma lievemente mu- cronate, colla nervatura mediana molto eccentrica e due laterali inferiori brevi e poco manifeste; il margine non inspessito è fornito di spine appressate, robuste relativamente, acute, bianche. Sono di color verde, glabre sulla faccia superiore, con pochi peli appres- sali e brevi nel terzo anteriore della inferiore e qualche breve ciglio alla base (Mg. 2). Il rachide di ciascuna pinna è fornito al di dietro dell'inserzione di ogni laminetta fogliare di un aculeo rigido, breve, bianco, acuto, accompagnato di solito da un secondo un po' più piccolo (fig. 2). I fiori a capolino globoso, moltifloro, del diametro di circa 2,5 cm. a fiori sboc- ciati, di colore nel complesso lilla pallido se la pianta è coltivata all'aperto, bianco se in serra, sono portati da peduncoli ascellari solitari od a coppia, subeguali o di poco più lunghi del picciolo fiorale, che eguagliano presso a poco in grossezza, coperti di brevi peli bianchi orizzontali e appressati, eretti da principio, poi dopo la fioritura mano mano volgentisi in basso finché si fanno riflessi nel frutto. Fiori quasi sessili, numerosi, forniti ciascuno alla base di una brattea minuta, verde, lunga all' incirca quanto la corolla, concava ed abbracciante in parte la corolla stessa. È quasi obovata, più stretta alla base, che è tronca, più larga alla sommità, fornita di una nervatura unica, mediana, grossa, rilevata, prolungata in una punta subu- lata lunga circa metà dell'intera brattea, di color bruno; il quarto superiore di essa è fran- giato sul margine, con quattro a otto lacinie per lato, delle quali alcune maggiori, semplici o divise, fine; altri minutissimi peli sono sparsi sul resto e talora ingrossati a ghiandola all'estremità (fig. 4). II calice minuto, campanulato, ha il margine fornito di piccoli denti ottusi, cosicché lo si direbbe appena ondulato, (fig. 5). Corolla lunga circa 3 mill., tubulosa fino verso la metà o i due terzi, poi divisa in quattro lobi ovali-allungati, piuttosto acuti, con seno ottuso rotondato, convessi alquanto verso l'esterno, piuttosto conniventi fra loro e lievemente cuculiati all'apice, con una nervatura mediana distinta sul lato esterno in corrispondenza della quale e all'estremità del lembo si trovano dei peli fini, corti, unicellulari. Il tubo e la parte inferiore del .Ann. Ist. Bot. — Vol III. 1 7 — 134 — lembo della corolla è di color bianco giallognolo, il resto è picchiettato, macchiato o colorato di rosso violaceo (fig. 5). (ili stami (f. 5) hanno filamenti lunghi, gracili? un po' assottigliati alla sommità, glabri, tipicamente in numero di quattro, quasi tutti di eguale lunghezza, di color lilla o violaceo pallido all'aperto, bianco nella serra. Le antere sono piccole e mediifisse, giallo- pallide, subsferiche nel loro insieme. Il polline è minutissimo, a granelli sferici nel secco, tetragoni o meglio con quattro bozze nell'acqua, lisci. L'ovario brevemente pedicellato è sormontato da uno stilo diritto o flessuoso, più breve degli stami, glabro (fig. 6). I frutti (immaturi) si trovano all'estremità superiore del peduncolo riflesso, 3-4 per Capolino, piatti, brevi, compressi, quasi sessili, uu pò 'ravvolti a spira, con mucrone stimmatico lunghetto e curvo. Constano di 2-4 articoli, con lieve restringimeuto in corrispondenza dell' articolazione, con un rialzo o sporgenza centrale corrispondente al seme. I margini sono forniti di lunghe spine, rigide, dirette in tutte le direzioni; la superficie porta piccoli e rari peluzzi, più numerosi sul rialzo corrispondente al seme (fig. 7, 8). Osservazioni. Appartiene alla sezione eumimosae di Bentham ed alla serie pecti- natae dellcr stesso (') per le pinne unijughe, le foglioline multijughe e gli aculei infra- stipolari. Delle poche specie appartenenti a questo gruppo e date dal Bentham (1. e. p. 396) nessuna concorda colla nostra, una sola le si avvicina alquanto ed è la Mimosa poli/carpa Knth., che ha anche un'area di distribuzione geografica vasta assai. Diffe- risce però dalla nostra per avere gli aculei infrastipulari diritti, altri pochi sparsi sull'internodio, le foglioline con 20-70 gioghi, lunghe 3-5 linee, pelose d'ambo i lati ecc. Nulla ho trovato anche nei lavori più recenti relativi alla flora dell'Argentina e delle regioni vicine, come in quello di Bentham nella Flora brasiliensis; nelle opere e nelle memorie di Grisebach, Schnyder, Niederlein e Parodi che mi fu dato di con- sultare. Anche nel recente lavoro del Micheli (-) nel quale sono registrate 70 Mimosee e molte Mimosa, non ho rinvenuta alcuna specie, che possa corrispondere alla nostra. La M. Balansac per la prima volta descritta dal Micheli (1. e. p. 52, pi. 18), (che però sta tra la pudicae quantunque abbia foglie unijughe) e che parrebbe avvicinarsi alquanto alla nostra, ne differisce e per essere pianta erbacea, decombente e perchè le foglioline sono 8-10 jughe, per la diversità dei frutti ecc. (') Bentham G. fìevìsion of the Suhordcr Mimoseae. Trans. Limi. Soc. London V. XXX, p. 388. ( 2 ) Micheli M., Gontribulions à la flore rlu Paraguay. Légurnineuses. Meni. Sue. l'hys. Hist. nat. Genere, t. XXVIII, 1883. n. 7. — 135 — SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XIII. Fig. 1 — Ramo fiorito di Mimosa Spegazzinii. " 2 — Picciolo secondario e fogliolina: invaliditi. " 3 — Pelo del fusto e dei rami: ingrandito. >i 4 — Due brattee ascellanti dei fiori: ingrandite. •' 5 — Un fiore: ingrandito : " 6 — Ovario : ingrandito. " 7 — Peduncolo fruttifero con quattro frutti immaturi: alquanto ingrandito. » 8 — Porzione superiore del frutto : ingrandita. — 13G — Sullo sviluppo del frutto del Paliurus australis (Gaert.) del prof. E. MARTEL. (Tav. XIV, XV). A maturanza, il frutto del Paliurus australis presenta osservato dall'alto la forma di una cupola depressa, i cui lati si prolungano all'intorno in ala membranosa discre- tamente estesa. Questa prima parte, che è la superiore, si connette con un'altra infe- riore avente la forma di tronco di cono rovesciato, la cui base inferiore s'inserisce su di un sostegno circolare sporgente a mo' di cercine che a sua volta s'inserisce sul peduncolo. All'apice djlla cupola talora rimangono distinte tre piccole protuberanze. In sezione longitudinale il frutto maturo presenta all'osservazione alcune parti ben distinte. Al cautro vi troviamo le cavità seminali tappezzate da un tessuto mec- canico a elementi fibrosi compattissimo. All' infuori di questo primo strato ne osser- viamo un altro assai più spesso del precedente a cellule sclerose su quasi tutti i punti, di piccolo diametro, fitte e che lasciano qua e là delle lacune irregolari di origine lisi- genica. A questo strato segue all' infuori una rete di fasci fibro-vascolari, della cui origine si tratterà in appresso. Le parti di cui abbiamo parlato sinora appartengono al frutto propriamente detto, ma questo è immerso nel tessuto del ricettacolo, pure parenchimatoso con numerose lacune ed è attraversato nella sua lunghezza da numerosi fasci fibrovascolari, che provengono dal peduncolo, uscendo dal quale divergono nella massa del ricettacolo a guisa di rami maestri di una cesta. Il ricettacolo è ricoperto da una epidermide fortemente cuticularizzata. In sezione trasversale, il frutto del Paliurus presenta nel mezzo le tre cavità seminali separate l'una dall'altra da tramezzi parenchimatosi, che van gradatamente aumentando di spes- sore dalla periferia al centro. In ciascuno di questi tramezzi verso il limite centrale si scorge l'esistenza di un robusto fascio fibro-vascolare. Lo strato fibroso che limita la cavità è fittissimo ad elementi allungati ; lo scleroso che segue si mostra come nella sezione longitudinale, e così pure il tessuto lacunare del ricettacolo in cui si scorge una corona di grossi fasci fibro-vascolari (fig. 2, tav. XV). Seguendo il frutto nel suo sviluppo si osserva che i tramezzi, i quali a maturità compiuta si cougiun- gono al centro, non si toccano punto quando l'ovario è giovane (fig. 5, tav. XIV). È siilo dopo un certo tempo, che noi vediamo le cellule dell'epidermide che tap- pezza l'apice dei tramezzi rivolto verso il centro, allungarsi, farsi papillose, indi mol- tiplicarsi per segmentazione sino a toccarsi (fig. 1, tav. XIV). In questo modo si compie L'unione dei tre setti, che dividono l'una dall'altra le cavità ovariche. — 137 — È da osservarsi ancora che mentre nell'ovario stesso il tessuto, di cui i tramezzi son formati, è in perfetta continuazione con quello che limita le cavità: più tardi questo tessuto si separa da quello che forma le cavità ovariche, rimanendo sempre in contatto con esso. La causa di questa separazione è facile a capirsi, se si osserva, che mentre il tessuto dei tramezzi interloculari rimane cellulare, quello delle pareti ovariche invece col tempo e in seguito a varie segmentazioni diventa fibroso ed acquista una robu- stezza che non si trova nei tramezzi interloculari. Le figure 3 e 4 della tav. XIV, ci presentano una sezione longitudinale condotta in un bottone giovanissimo. Da questa figura si scorge che il ricettacolo del fiore costi- tuisce da sé la massima parte del bottone e su di esso reca tutti i verticilli fiorali all' infuori del gineceo appena in via di formazione. Alla superficie del ricettacolo e propriamente al centro di esso si scorgono due protuberanze di forma pressapoco conica; fra queste protuberanze spicca una cavità la quale al livello del ricettacolo si continua in una fessura da principio ristretta, ma che poi va graduatamente allargandosi a misura che s'inoltra nella massa del ricettacolo stesso. Quei due corpi che nella se- zione longitudinale han forma di protuberanza conica sono i rudimenti di una ghian- dola che verrà a circondare lo stilo, e la fessura che si sprofonda nel ricettacolo ci rappresenta la cavità ovarica incipiente. La ghiandola, di cui è parola sopra, da principio è costituita da un parenchima relativamente fitto, ma poi siccome la moltiplicazione cui vanno soggetti i suoi ele- menti non procede proporzionatamente coli' accrescimento della ghiandola stessa, accre- scimento che non si produce con la medesima intensità in tutti i sensi, ne deriva che gli elementi in alcuni punti si lacerano ed ha luogo la formazione di un tessuto lacu- noso e di facile distruzione. La cavità ovarica, quale ce la presenta la fig. 4. tav. XV, è tappezzata da una fila di cellule relativamente lunghe. Queste cellule nel punto ove la cavità ovarica sbocca nello spazio limitato dalla ghiandola conica, proliferano straordinariamente e giungono così a colmare questo spazio, salvo la sua parte centrale, ove rimane una via di comunicazione fra la cavità ovarica e l'esterno. Ulteriori osservazioni ci dimostrano (fig. 2, tav. XIV) che la proliferazione oltre al prodursi dal basso all'alto nella cavità lasciata dalla ghiandola conica, si verifica anche dall'alto al basso e lateralmente. Col protrarsi così lateralmente è chiaro che il tessuto di nuova formazione deve incontrarsi e premere contro quelli del ricettacolo, i quali da ogni parte avviluppano le cavità ovariche. La pressione è reciproca, cosicché il tessuto di nuova formazione per la resistenza che incontra uell'inoltrarsi, si foggia a mo' di cuneo. Mentre il tessuto scende e si espande lateralmente, gli ovoli e le cavità ovariche si accrescono e da ciò risulta una forte pressione dall'in giù al- l'in su, la quale tende a spingere il tessuto di nuova formazione al disopra del ricet- tacolo (fig. 5, tav. XV). La resistenza che oppone il tessuto del ricettacolo allo sviluppo del nuovo tes- suto discendente, ci spiega quale è la causa del ritardo considerevole che si nota nella formazione dell'ala membranosa o cappello che avvolge il frutto alla sua periferia. È infatti soltanto dopo compiuta la fecondazione che noi vediamo accennarsi la sporgenza di cui è parola sopra, e dalla quale prende origine l'ala membranosa (fig. 6, tav. XV). — 138 — Appena il tessuto discendente, spinto all'infuori in seguito allo sviluppo delle cavità ovariche, si trova nelle condizioni da poter svolgersi in libertà, lo vediamo in un tempo relativamente ristretto acquistare delle dimensioni considerevoli in seguito alle pres- sioni laterali e verticali esercitate la prima dal tessuto discendente, la seconda dallo sviluppo delle cavità ovariche, i canali di comunicazione fra le cavità ovariche stesse e l'esterno finiscono per obliterarsi. Dal che risulta, che la parte superiore dellu stimma finisce per trovarsi isolata in conseguenza della compattezza che i tessuti che si trovano al disotto di essa acquistano, e non potendo essere nutrita ulteriormente si dissecca. (Joll'andare del tempo di questo stimma rimangono sole tre piccole spor- genze appena visibili, site all'apice del cappello del frutto maturo. Le pareti della cavità ovarica, come già si disse poc'anzi, sono nel principio tappezzate da una sola fila di cellule dappoiché le altre che si trovano all'infuori di questa fila appartengono senza contrasto al ricettacolo. Poco tempo dopo quest'unica fila di cellule si scinde in due parallelamente all'asse del frutto. Di queste due file la più interna in seguito ad ulteriori segmentazioni, di cui le une sono dirette in senso radiale ossia nel senso dello spessore del frutto, le altre perpendicolarmente a questa direzione, finisce col costituire un tessuto di aspetto fibroso, il quale lignificandosi acquista un alto grado di resistenza. La fila più esterna si segmenta ugualmente, ma siccome le segmentazioni procedono nelle tre direzioni dello spazio, gli elementi non assumono l'aspetto fibroso che assunsero gli elementi derivanti dalla segmentazione della prima fila. Col tempo questo tessuto esterno diventa scleroso notevolmente. Si noti sin d'ora che lo sviluppo di questo tessuto si trova limitato all'infuori da una refe di fasci fìbro-vascolari ; d'altronde il suo procedere all'avanti incontra un osta- colo nella resistenza che gli oppone il tessuto del ricettacolo. Poco ho da dire intorno a quest'ultimo. Dapprincipio gli elementi che lo formano sono molto appressati e la massa di esso è compatta. Presto però si formano delle lacune, che vanno sempre allargandosi e che hanno origine da un accrescimento peri- ferico troppo veloce relativamente alla moltiplicazione delle cellule. La presenza di queste lacune fa sì che il ricettacolo alla maturazione formi una massa spugnosa che poi si dissecca del tutto. La innervazione del frutto del Paliurus è complicatissima e molto interessante. Dal peduncolo del fratto e dalla base di esso si dipartono numerosi tronchi fìbro-vascolari, i quali sin da quel punto divergono per portarsi infuori e col ramificarsi successivamente formano nel loro insieme un reticolo, le cui parti servono da armatura al ricettacolo e lo limitano alla periferia (fig. 1 a, tav. XV). Nella sezione trasversale questi fasci si presentano come tante isolette circolari disposte su di una circonferenza (fig. 2 tav. XV). Le estremità superiori di questi fasci, come anche quelle delle loro ramificazioni, s'incrociano coi fasci, che derivano dal centro. Ancora dal peduncolo si dipartono altri fasci di minor potenza i quali giunti alla base del frutto, divergendo al pari dei precedenti, e ramificandosi a loro volta ten- gono a formare una rete concentrica alla prima che, come già si disse sopra, limita all'infuori il tessuto cellulare, che poggia immediatamente sulle pareti delle loggie ovariche (fig. 1 b, tav. XV). Le ramificazioni di questa rete secondaria giunte alla parte superiore del frutto, s'incurvano e si dirigono all'infuori suddividendosi — 139 — assai regolarmente a guisa di dicotomia. Questa impalcatura fibro-vascolare fa da volta destinata a sorreggere tutto quanto le sta sopra, cioè il tessuto della ghiandola conica e dello stilo (fig. 1, tav. XV). Dai fasci periferici alle loggie ovariche, come anche dai fasci della rete esterna si dipartono ramificazioni, che s'incrociano le une colle altre nello spessore del frutto. Da ciò facilmente si scorge quale curioso intreccio deve presentare il ricettacolo quando sia del tutto spogliato del parenchima che colma i vuoti. Dal peduncolo finalmente hanno ozigine tre fasci di media grossezza i quali diri- gendosi verticalmente si trovano collocati ciascuno in uno dei tramezzi che separano le cavità ovariche. Giunti nella parte superiore di questa i fasci in parola, al pari di quelli che appartengono alla rete interna s'incurvano all'infuori e come questi si ramificano per recarsi alla periferia. Da questi stessi fasci hanno origine vari rami che si recano nello stilo (tav. XV, fig. 1 e e fig. 3«). Eiassumendo diremo che nello sviluppo del frutto del Paliurus si possono distin- guere due periodi bastantemente bene definiti. Nel primo, che è anteriore all'atto della fecondazione, l'intero organo è costituito dal ricettacolo e dalle sue dipendenze. Nel secondo periodo lo sviluppo del ricettacolo si rallenta e ad esso si sostituisce quello di una parte sino allora nulla cioè del cappello. I progressi compiuti da questa parte del frutto, nei primordi lentissimi, diventano poi rapidi tosto che la fecondazione è compiuta e vediamo il cappello sin da quel momento stendersi tanto da coprire non' solo ma da oltrepassare notevolmente il diametro del ricettacolo. Curiosa sembra a noi l'origine di questo cappello dal tessuto che limita nella parte superiore le cavità ovariche. — 140 — SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE Tav. XIV. Fig. 1. Sezione trasversale dei setti ovarici, parte inferiore, stadio giovanissimo : a, unione dei 3 setti; b, cordimi procambiali dei setti — '-'/» Hartnack. Fig, 2. Sezione longit. della ghiandola sovrastante: p, cellule in proliferazione del tessuto che l'urinerà il cappello — "/« Hart. Fig. 8. Come nella fig. precedente; taglio in ovario più giovane: a, ghiandola; o, cavità ova- rica; r, ricettacolo fiorale — ! /s Hart. Fig. 4. Come nelle due figure precedenti; ovario giovanissimo: a, ghiandola; r, ricettacolo — 2 ', Hartnack. Fig. 5. Sezione trasversale della cavità ovarica e del ricettacolo: b, fasci procambiali dei setti; o, cavità ovarica; e, fasci procambiali del ricettacolo; /, lacune del ricettacolo. Tav. XV. Fig. 1. Sezionr Longitudinale condotta nel frutto per illustrare il decorso dei fasci fibro-vasco- lari — V« Hart. Fig. 2. Sezione trasversale per mostrare la disposizione dei grossi tronchi libro-vascolari alla periferia — V» Hart. Fig. 3. Sezione trasversale condotta nel tessuto sovrastante alla cavità ovarica — '/a Hart. Fig. 1. Sezione longitudinale condotta nella ghiandola sovrastante all'ovario in modo da in- dicare la proliferazione del tessuto destinato a formare il cappello: a, ghiandola;^, cellula in pro- liferazione dell'interno del canale formato dalle ghiandole — '/» Hart. Fig. 5. Come la precedente, ma più sviluppata. Mostra la proliferazione che si compie al di- sotto della ghiandola per la formazione del cappello: a, ghiandola; pc, cellule proliferanti. Fig. 6. La parte che ha prolificato è già sollevata al disopra della protuberanza laterale: n. ghiandola: pr, eappello sollevato al disopra dei tessuti vicini — ■',. Hart. Fig. li Irti. a. ghiandola; pc, il cappello è sollevato al disopra dei tessuti vicini. — 141 — Ricerche anatomo-istologiche sul fusto e sulla radice dell' Atraphaxis spinosa L. del dott. C. AVETTA. (Tav. XVI). Studiando ultimamente la struttura anomala di alcune radici di piante Dicoti- ledoni, mi venne fatto di osservare anche nel fusto di due poligonacee esotiche, certe particolarità di struttura che attirarono la mia attenzione. Le piante in questione sono Y Atraphaxis spinosa L. e YAutigonon leptopus Hook, ed avendone io ripreso lo studio, anche della radice, con qualche maggior dettaglio, espongo in questa breve nota i risultati delle mie ricerche sulla prima di esse, cioè sulT Atraphaxis. Premetto che non vennero a mia conoscenza antecedenti lavori anatomici su questa pianta, né tampoco sulla anatomia in generale delle poligonacee. Qualche autore segnalò bensì la . struttura anomala di certi rabarbari. Sanio (') descrisse pel primo il fusto anormale del Rumex crispus, in cui si formerebbero dei fasci secondari ad orientazione rovesciata di fronte al legno primario dei fasci nor- mali. Kegnault ( 2 ) disse una sola parola sulla struttura del fusto di certi Pohjgonum rassomigliandola a quella delle piante monocotiledoni. Qualche cosa di simile all'anomalia del Rumex trovarono Schmitz e Dutailly ( 3 ) nel fusto di Ritenni. De-Bary C 1 ) e Van Thieghem ( 5 ) non fanno che ricordare l'anomalia indicata da Sanio pel Rumex crispus, accennando al bisogno di nuove ricerche a questo riguardo. Nessuno dei citati autori estese le osservazioni ad altri generi della stessa fami- glia, come sarebbe stato pur naturale per vedere se presentassero o no struttura anomala. Ultimamente Hérail ( 6 ) descrivendo con maggiori dettagli la struttura anomala (') Sanio, Einige Bemerkungen in Betreff meiner ùber Gcfàssbiindelbildung geàusscrten An- sichten. Bot. Zeit, 1865, p. 179. ( 2 ) Regnault, Recherches sur les affinitées de structure des tiges des plantes du groupe des Cyclospertnées. Ann. des Se. nat. Bot. 4 e ser., t. XIV, p. 133. ( 3 ) Schmitz, Sitzungsberichte der naturf. gesellschaft su Halle, 1874; secondo la citazione di Hérail ( 6 ). — Dutailly, Sur quelques phénomènes déterminés par Vapparition tardive cVclémcnts nouveaux dans les tiges et les racines des Dicotylédoncs. Bordeaux, 1879, p. 70. ( 4 ) De Bary, Vergleich. Anat. 1877, p. 598. ( 5 ) Van Tieghem, Tratte de Botanique. 1884, p. 797. ( 6 ) Hérail J. Recherches sur l'anatomie comparce de la tige des dicotylédoncs. Ann. se. nat. Bot., ser. 7 8 , t. II, p. 283. Ann. Ist. Bot. — Vol III. 18 — 142 — del fusto del Rumex crispus, che ritrovò pure in molte altre specie dello stesso genere e oel II 'li '•fui RibeSj dice di non aver trovato nessuna traccia di anomalia negli altri generi di poligonacee da lui esaminati, che sono: alcune specie di Polygomm, Oxyria r/ii/ioi-, Ampeligonum chinense, Vagopyrum cymosum, Brunnichia cirrhosa, Muhlen- beekia completa. Kadice. — L' Atraphaxis spinosa è un arbusto ramosissimo, dai rami lunghi e gracili ma rigidi, con rametti spesso terminanti in spine. Insieme a poche altre specie dello stesso genere, non ancora ben distinte l'ima dall'altra, vive quasi esclusiva- mente nell'Asia media ed occidentale. Il sistema radicale di questa pianta, assai ridotto, consiste in poche radici, non molte grosse ma durissime, che si dipartono dalla base del tronco, ingrossato a mo' di ceppo e si dirigono obliquamente nel terreno ove non raggiungono una grande pro- fondità. Le radici laterali sono scarse e sottilissime e presentano tutte quante una corteccia bruna e friabile che si distacca colla massima facilità. La prima cosa che colpisce l'occhio di chi le esamini anche superficialmente, è la loro forma irregolarmente prismatica, visibile talora distintamente anche in radici di un diametro non superiore ai 2 o à nini. Le radici laterali della pianta adulta, poiché non ebbi occasione di esaminare la radice primaria non avendo a mia disposizione piantine nate da seme, devono presen- tare la struttura primaria schietta per brevissimo tratto, poiché anche nelle più sot- tili di esse ho sempro trovato i prodotti dell'attività generatrice del cambio e del periciclo. È certo però che la struttura primaria di esse è del tutto normale e solo più tardi la struttura successiva si viene complicando, in seguito ad un particolar modo di comportarsi della zona cambiale. Intanto legno e corteccia secondaria presentano una caratteristica compattezza e, nonostante la loro precocità, un lentissimo sviluppo, per cui le radici stesse crescono pochissimo in diametro. 11 legno secondario si addossa talmente ai quattro raggi vascolari primari, che forma ben presto con essi una massa compatta assile, in cui questi raggi non sono più distinguibili all'atto. Questo legno secondario è composto in prevalenza da cellule libriformi, piuttosto corte, a parete robustissima, ad estremità semplice o biforcata, ma sempre solidamente unite tra di loro. Sono esse che danno al legno di questa pianta la caratteristica compattezza cui ho accennato (Tav. XVI, fig. 5). Sparse con una certa parsimonia entro a questa massa di libriforme si vengono formando delle trachee a lume piut- tosto piccolo, a parete areolata, in cui le areolature sono due piccole ellissi inscritte luna nell'altra. Scarsissimo il parenchima legnoso attorno alle trachee. Benché non ci sia traccia ili midollo, questa massa legnosa é percorsa tratto tratto da sottilis- simi raggi parencliimatosi. detti per analogia con quelli del fusto midollari. Per un eerto periodo di tempo la formazione del legno secondario per opera del cambio é regolare, cioè avviene con uguale intensità in tutti i punti della zona gene- ratrice stessa. Ma quando la radice ha raggiunto imi diametro di circa due millimetri, per il che non occorrono certamente menu di due periodi di vegetazione, la forma- zione degli elementi legnosi non si mantiene più uniforme tutt'all'ingiro. ma diventa — 143 — maggiore in certi punti che non in altri. Questi punti di maggiore incremento legnoso non hanno una disposizione regolare, come non sono in numero costante. Nelle radici della pianta da me studiata sono però preferibilmente in numero di tre. quasi tra loro equidistanti, cosicché in seguito al maggiore sviluppo preso in questi punti dalla massa legnosa, si vengono a formare tre grosse costole che danno alla radice la forma a un dipresso di prisma a tre lati. Le costole sono in generale larghe alla loro base dove confluiscono colla massa cilindrica del legno e diminuiscono gradatamente verso l'esterno. Ciò non impedisce che qualche volta una di queste costole si presenti come sepa- rata dal rimanente del legno, cui aderisce soltanto in un punto, per un istmo più o meno ristretto. Nella corteccia due cose colpiscono di più l'occhio di chi la osserva : la grande regolarità con cui si succede la formazione di numerosi pendermi concentrici, e la quantità di ossalato calcico, che sotto forma di aggregato cristallino ne rimpinza quasi tutte le cellule del parenchima. Il primo periderma è di formazione precocissima, al punto che esso è già comple- tamente formato nelle giovani radici di diametro non superiore a l / 5 di mm., le quali lasciano scorgere ancora quanto agli altri tessuti, la struttura primaria. Questo primo periderma suppongo che si formi, come nella maggioranza delle radici, a spese del periciclo, ma dichiaro di non averne visto lo sviluppo non avendo potuto trovare una radice tanto piccola in cui non fosse già completamente formato. I pendermi successivi si organizzano concentricamente e press'a poco a ugual distanza l'uno dall'altro, nella corteccia secondaria (Tav. XVI, fig. 1 per), talora a tanta profondità da giungere in qualche punto a lambire la zona cambiale. Le zone di corteccia cui resta così precluso l'accesso degli alimenti, muoiono ma restano unite por qualche tempo l'ima all'altra, cosicché nella sezione è facilissimo l'averne 3 o 4 sovrapposte coi relativi straterelli sugherosi intercalati. La facilità con cui perdurano queste zone di tessuto morto aderenti l'ima all'altra, è forse da ascriversi al grande numero di macie di ossalato calcico che rimangono come impaniate nel prodotto della degenerazione delle pareti cellulari (Tav. XVI, fig. 1). Questa ganga di color castagno, dovuta alla degenerazione degli elementi cribrosi in special modo, dà leggermente la reazione del tannino coi sali di ferro. Ho accennato alla grande quantità di ossalato calcico che contribuisce a dar consistenza alla corteccia. Esso si presenta sotto forma di tanti minuti prismetti aggregati dentro ciascuna cellula in una massa unica allungata in direzione verticale, cui si può dare benissimo il nome di macia cristallina benché s'allontani un po' dal tipo di queste (Tav. XVI, fig. 1, 2, 3 px). Qualunque sia l'età della radice che si considera, sono ben poche le cellule del parenchima corticale che ne sono sprovviste, ed esse danno un valido aiuto al sistema meccanico della radice formando come delle spranghe interposte tra una porzione cri- brosa e l'altra e conlluenti in una fascia che limita esternamente le cellule meccaniche delle regioni cribrose stesse (Tav. XVI, fig. 1 px). Invero il tessuto cribroso della corteccia secondaria, piuttosto abbondante, forma dei cordoni equidistanti, molto sviluppati in direzione radiale (Tav. XVI, fig. 1 cr) — 144 — clic decornino sinuosi anastomizzandosi a reticolo regolare, protetti ciascuno al suo dorso da un cordoncino di fibre liberiane che vi è intimamente accollato (Tav. XVI, fig. 2, 3, li, er). Le maglie e lo spazio che rimane tra i cordoni di fibre e l'ultimo ponderimi formatosi sono occupati da parenchima cristalloforo ad eccezione delle cellule dei raggi midollari che non ne presentano mai contenendo invece amido (Tav. XVI, fig. 2, 3). I cordoni cribrosi sono fatti esclusivamente da tubi cribrosi corti, coi cribri sulle sole pareti trasversali e senza cellule annesse, per quanto ho potuto vedere. I cor- doni di cellule liberiane sono sempre ed esclusivamente di origine cambiale. Anche le prime cellule liberiane che si formano nella corteccia primaria appaiono sempre limitate esternamente da qualche elemento cribroso. Alla formazione di ciascun periderma e conseguente morte dei tessuti che esso isola fuori di sé, segue pure la nuova formazione di corteccia, identica in tutto e per tutto a quella che muore. In una sola radice trovai una struttura anomala diversa da quella che ho ora descritta, in condizioni tali che non saprei davvero a che cosa attribuirla. Infatti una radice laterale del diametro di poco più di 1 min. appariva esternamente un po' ri- gonfiata per un tratto di circa 1 cm. di lunghezza. Al di sopra e al disotto del rigon- fiamento, la radice suddetta presentava l'accennata anomalia dovuta alla zona cam- biale, senza nessuna diversità dalle altre radici. Nel tratto in cui essa appariva ri- gonfiata la struttura non era più quella, ma diversa. Le differenze sono sostanzialmente due, cioè: la zona cambiale totalmente esau- rita per lignificazione delle membrane delle sue cellule ; la presenza di fasci vasco- lari in cerchia nel parenchima proveniente dall'attività generatrice del periciclo. Le cellule della zona cambiale, in tre o quattro strati, hanno conservato l'aspetto e le dimensioni delle ordinarie cellule cambiformi, soltanto le loro pareti, del resto molto sottili, sono perfettamente lignificate. Nella sezione trasversale questa zona ha l'aspetto di una zona sugherosa e spicca distintamente dal cilindro legnoso che circonda, perchè gli elementi di questo sono in prevalenza libriforme, cioè cellule piccole a lume ridottissimo e parete molto inspessita. I cordoni fibro-vascolari nel parenchima del periciclo sono di dimensioni diverse ma perfettamente collaterali e identici per la struttura ai fasci fibro-vascolari normali. Non credo che si debba attribuire grande importanza a questo caso particolare ili struttura che mi si offrì una sola volta fra le numerose radici che passai in esame. E se anche sotto l'influenza di cause, a me ignote, potesse presentarsi più spesso, non modifica però il tipo generale di anomalia di questa radice, da me descritto. Fusti). — Tranne le differenze inerenti alla diversa natura dell'organo, il tipo di struttura del fusto è uguale a quello della radice, anche per quel che riguarda l'anomalia. Come ho detto dianzi questo arbusto presenta un tronco tutto angoloso, ramoso fin dalla base, con moltissimi e intricatissimi rami sparpagliati e terminanti spesso in punta aguzza, spinosa. I piccoli germogli che vengono fuori col riprendere della vegetazione danno ori- gine ad esili rametti che presentano la seguente struttura. .Sotto l'epidermide semplice o senza traccia di peli, seguono tre o quattro strati — 145 — di cellule parenchimatiche tondeggianti, prive di clorofilla, per cui questi rametti da giovani hanno un colore biancastro che contrasta vivamente col verde intenso delle foglioline. L'endodermide non è molto discernibile specialmente nella sezione trasver- sale. Essa è fatta da una serie ondulata di cellule cilindriche a lume un tantino più grande che le cellule circostanti. Il periciclo ha limiti poco definiti. Ad ogni modo esso, allo stato primario, non può essere rappresentato da più di due o tre serie di cellule poiché subito dopo se- guono i fasci conduttori. In numero di 9, equidistanti, essi lasciano tra loro dei larghi spazi occupati dal parenchima dei raggi midollari primari che mettono in comunicazione il periciclo col piccolo midollo, limitato dalla cerchia dei fasci. Adroma e leptoma non presen- tano nulla di particolare nella struttura. L'adroma è fatto da poche trachee esilissime, a spirale semplice, che formano nel loro complesso un cordoncino largamente cuneato. Il leptoma molto scarso è fatto da cordoncini di vasi cribrosi a lume piccolissimo in cui, al pari della radice, non ho trovato cellule annesse. Nel parenchima della corteccia sono già abbondanti le macie cristalline d'ossalato calcico come quelle della radice. Stabilitasi la zona cambiale ed entrata in fimzione, prima ancora che siano ben visibili i prodotti della sua attività, si scorge che avvengono delle modificazioni nel midollo e nel pericblo, allo scopo di provvedere alla robustezza del fusto- Le cellule del midollo, allungate e strette tanto più quanto più sono vicine alla cerchia vascolare, inspessiscono e lignificano rapidamente la loro parete, che presenta anche delle grosse punteggiature incrociate, in modo da prendere tutto l'aspetto del parenchima legnoso (Tav. XVI, tig. 6, m). Contemporaneamente nel periciclo, alcuni gruppi di poche cellule che stanno sulle linee radiali dei fasci, al dorso dei gruppi cribrosi, ma non in contatto immediato con essi, si allungano, si inspessiscono e si definiscono in fibre liberiane. Tutto ciò ha luogo a breve distanza dall'apice a un centimetro o due al più, per modo che il ramo benché sottilissimo, del diametro non superiore al mezzo milli- metro, acquista prestissimo una certa rigidità caratteristica. Poi per un tratto considerevole in lunghezza non troviamo altre modificazioni importanti. Procede con lentezza la formazione di corteccia e di legno secondario; scompaiono quasi tonalmente i raggi midollari primari, per lignificazione progressiva dei loro elementi, si forma ancora qualche fibra liberiana che si aggiunge alle altre poche di ciascun gruppo meccanico, ma ben presto la cosa cambia d'aspetto colla comparsa di un periderma profondo. Invero nel periciclo, uno straterello di cellule compreso tra i cordoni meccanici e i gruppi cribrosi, entra in attiva divisione tangenziale e forma un meristema fel- logenico, che dà origine a pochi strati di cellule suberificate. Colla caduta di questa prima zona di corteccia scompare ogni traccia di fibre liberiane, poiché a differenza di quanto ho detto avvenire nella radice, qui nella corteccia secondaria del fusto esse non si riformano più, almeno per ora. Più tardi le ritroveremo ancora. Il legno secondario molto compatto ed uniforme ancora più che nella radice, è costituito in graude prevalenza da cellule libriformi, che formano come la ganga in — 146 — cui sono disseminati dei gruppi di vasi a pareti areolate come quelli della radice (Tav. XVI, fig. t. Ih. /•). Solo di tratto in tratto qualche gruppo di questi vasi è accom- pagnato da una piccola quantità di parenchima legnoso che li circonda. I raggi midol- lari secondari esilissimi sono formati appena di due x> tre file di cellule sovrapposte. contenenti amido (Tav. XVI, fig. 6, r). Questo leguo secondario, come pure quello della radice quando sono perfettamente formati, si colorano in rosso colla sola azione degli acidi (solforico, cloridrico) a freddo, il che dimostra in esso la presenza di una certa quantità di rloroglucina o coniferina. La corteccia secondaria, astrazion fatta delle fibre liberiane, è identica nella struttura a quella radicale. Numerosi cordoni cribrosi equidistanti, separati tra di loro da altrettanti raggi di parenchima cristalloforo, decorrono sinuosamente a for- mare un reticolo cavo, molto regolare. I vasi cribrosi che li compongono sono corti e piccoli come quelli radicali, e senza cellule annesse. Prima che si produca nell'accrescimento alcuna traccia di ano- malia, possono formarsi nella corteccia secondaria più di un periderma che ne fanno cadere la parete più esterna, lasciandole sempre la stessa struttura. Poi, dopo un certo tempo, in generale, credo, al terzo periodo di vegetazione. la produzione di legno secondario per parte del cambio non si fa più uniformemente in tutti i punti di questo, ma in alcuni punti più. in altri meno. Ecco incominciata l'anormale struttura come per la radice. Ci sono però delle differenze di dettaglio a questo riguardo tra fusto e radice, che conviene ricordare. Intanto i punti di massimo accrescimento legnoso sono nel fusto molto più nu- merosi, cosicché si formano numerose costole che percorrono la superficie del fusto stesso più o meno sinuosamente. Queste costole 'legnose, fatte del resto dagli stessi elementi xilematici dello xilema normale, o sono uguali in larghezza tanto alla base che all'apice, ovvero più spesso si vengono gradatamente allargando man mano che crescono. Inoltre presentano un più regolare succedersi di strati a parenchima legnoso e trachee, e di strati di libriforme (Tav. XVI, fig. 4. ;)/). Né qui si arrestano le loro note distintive da quelle della radice, poiché mentre in quella erano solidamente unite in continuità col cilindro legnoso normale, in modo da fare un sol tutto né potersene facilmente staccare, nel fusto invece sono facilmente asportabili, pel fatto che alla loro base come pure a livelli diversi della loro altezza sono solcate da straterelli concentrici non lignificati che permettono il distacco. Colla formazione di queste costole xilematiche, ricompaiono nella corteccia i gruppi meccanici di fibre liberiane, meno frequenti e meno regolarmente distribuiti che nella radice. Concludendo: La radice ed il fusto di Atraphaxis spinosa hanno struttura pri- maria normale. Invece la loro struttura secondaria è complicata da un modo anormale di fun- zionare della zona cambiale, comune ad entrambi, che consiste nella produzione mag- giore di xilema in punti indeterminati, la quale dà luogo alla formazione di costole legnose evidenti anche sulla superficie esterna dei due organi. A questo riguardo radice e fusto presentano pochissima differenza. Quella ha — 147 — costole poco numerose, che si impiantano con larga base sul cilindro legnoso normale col quale formano un tutto indissolubile e vengono man mano assottigliandosi. Il fusto ha costole in numero maggiore; larghe all'apice tanto quanto alla base ed anche più, interrotte tratto tratto da straterelli di parenchima non lignificato, che ne favorisce il distacco. Gli elementi istologici che compongono legno e corteccia sia nella radice che nel fusto sono gli ordinari elementi istologici di questi tessuti, con prevalenza palese degli elementi più robusti, quali sarebbero il libriforme e le fibre liberiane, che danno a questi organi una compattezza e solidità grandi. Rimarchevoli sono pure, in ambo gli organi, per la loro frequenza, certi aggre- gati cristallini o macie di ossalato calcico che occupano quasi tutte le cellule del parenchima corticale ed i peridermi regolarissimi che si producono a profondità sempre maggiori nella corteccia secondaria, in modo da rivestire questi organi di vera e propria scorza. SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XVI. Fig. 1. Porzione di taglio trasversale in una radice adulta, per. peridermi, li. cordoni di cellule libe- riane, cr. cordoni cribrosi, px. parenchima cristalloforo, e. zona cambiale, /. legno. n 2. Porzione di taglio tangenziale nella corteccia di una radice adulta. /;'. cellule liberiane, px. parenchima cristalloforo, r. raggi midollari. » 3. Porzione di taglio tangenziale nella corteccia della stessa radice, ma in un piano imme- diatamente sottostante al precedente, cr. tubi cribrosi in cordoni intrecciantisi a reticolo, px. parenchima cristalloforo nelle maglie lasciate dai detti cordoni, pxi parenchima liberato artificialmente dalle macie cristalline, r. raggi midollari. » 4. Porzione di taglio trasversale in un ramo adulto di 1 cm. di diametro, pi. parenchima legnoso, v. vasi areolati, Ih. libriforme, se. scorza contenente i cordoni di cellule liberiane li e macie cristalline. » 5. Porzione di taglio radiale nel legno secondario del fusto, v. vasi punteggiati, Ib. libriforme. « 6. Porzione di taglio radiale in un giovane ramo. m. cellule midollari lignificate, v. vasi spi- rale e rigato, Vi vaso areolato, Ib. libriforme, r. raggio midollare. I 1S Contribuzione all'anatomia ed istologia della radice e del fusto dell' Antigonon leptopus Hook pel dott. CkRLO AVETTA (Tav. XVH e XVIII) Avendo studiata questa pianta contemporaneamente all' Alrapliaxis ('), non ho nulla da aggiungere a quanto dissi in proposito di quella sulla bibliografia dell'argomento, poiché non è comparso, che io mi sappia, alcun nuovo lavoro sulla anatomia ed istologia delle Poligonacee (-). Il genere Antigono//, della tribù delle Coccolobee o Brunnichiee, comprende appena tre o quattro specie, difficilissime da distinguere l'una dall'altra, indigene del Messico e dell'America centrale, e coltivate nelle regioni calde per or- namento. Sono frutici altamente scandenti, dai rami angolosi, con foglie alterne, pic- ciolate, cordate, integerrime e con fiori in eleganti racemi opposti alle foglie e ter- minanti in cirri. Hanno radici abbondantemente ramificate, di due sorta: le une sot- tili, cilindriche o leggermente angolose per tutta la loro lunghezza, le altre ingros- sate per certi tratti in tubercoli carnosi, di forma tra la cilindrica e la sferica, della grossezza delle ordinarie patate. Eadice. La maggior quantità di materiale per lo studio delle radici di questa pianta me lo porsero alcuni individui nati da seme e collocati il secondo anno in piena terra. Lo sviluppo tanto dei fusti come delle radici ne fu abbondantissimo. Esaminai pure lo radici della pianta madre, da cui provenivano le altre, la quale presenta invece un sistema di radici ridottissimo, e i risultati sommari delle mie os- servazioni su di queste, consegnai già in un mio studio sulla struttura anormale delle radici delle Dicotiledoni ( 3 ). Ora essendoci delle differenze tra la struttura delle prime e quella delle seconde, né per la scarsità di queste ultime avendo io potuto estendere le mie osservazioni (') Averta C, Ricerche anatomo-istologiche sulla radice e sul fusto delVAtraphaxis spi- nosa L. Ann. Ist. Bot 'li Roma, III, p. 141, tav. XVI. ( 2 ) In questi ultimi giorni è comparso sul Botaniska Notiser 1888, hf. 3, p. 118, un breve studi" anatomie mparativo del sig. A. Y. Grevillins, Sul fusto di alcune formi' ili I'olygonum avirulare; essi però nulla contiene clic riguardi d'avvicino ['argomento da me trattato. f 3 ) Averta C, Contribuzione allo studio delle anomalie di struttura nelle radici delle Dico- tiledoni. Ann. Ist. Bot. di Roma, III, p. 103, tav. IX. — 149 — su di esse, mi rimane il dubbio se esistano realmente due tipi di struttura radicale nelYAnligonoìij cioè se le radici che hanno origine da una pianta adulta siano diverse da quelle che hanno origine da una pianta giovane. In ogni modo io descriverò an- zitutto la struttura generale, quale l'ho osservata nelle piante da seme, ricordando poi quella un po' diversa della pianta madre. La struttura primaria, sia della radice principale, sia delle radici laterali, non si allontana per niente dalla struttura normale delle radici delle Dicotiledoni. Epi- dermide, strati corticali di parenchima a cellule tondeggianti, endodermide chiaris- sima coi tipici ripiegamenti sulle pareti radiali, periciclo semplice, cordone vascolare a 4 raggi (Tav. XVIII, fig. 2). I primi segni di attività li dà il periciclo, nel quale incominciano prestissimo le divisioni tangenziali delle sue cellule regolarmente tutto all'iugiro (Tav. XVIII, fig. 2, per.). La segmentazione continua specialmente nella parte periferica di questo tessuto, dove si organizza ben presto un meristema fellogenico che ricopre la radice di uno straterello di sughero. Contemporaneamente si forma ed entra in funzione la zona generatrice cambiale. Essa continua a funzionare regolarmente per tutto il primo anno di vegetazione e produce legno secondario e corteccia secondaria che hanno la seguente disposizione e struttura. II legno secondario circonda completamente il cordone vascolare primario, i cui 4 raggi possono rimanere uniti al centro della radice o essere alquanto lontani l'uno dall'altro lasciando tra di loro una piccola quantità di parenchima non lignificato (Tav. XVIII, fig. 3), come un piccolo midollo. Quasi sempre però la produzione di legno secondario è maggiore negli interraggi del cordone vascolare primario, di modo che il cilindro legnoso assile della radice ha super- ficie ondulata. Raggi midollari più o meno scarsi dividono in minore o maggior grado questo cilindro in tanti spicchi. Gli elementi costitutivi del legno secondario sono in prevalenza il parenchima legnoso e i vasi, meno abbondante il libriforme. Le cellule del parenchima legnoso (Tav. XVIII, fig. 6) colla parete a punteg- giature semplici elissoidali, hanno una forma intermedia tra le tipiche cellule pa- renchimatiche e le tracheidi, in quantochè all'una o ad entrambe le estremità ter- minano bruscamente ed irregolarmente in punta. Le fibre del libriforme (Tav. XVIII, fig. 7) hanno la forma tipica di questo tessuto. Sono però piuttosto brevi, non concamerate, e terminano in punta semplice. I vasi, grandi, ma schiacciati dal reciproco contatto in quantochè sono quasi sempre aggruppati a 3 o 4 o più assieme, hanno le punteggiature semplici come quelle del parenchima legnoso da cui sono circondati. La corteccia è formata dai gruppi cribrosi e dal parenchima corticale interposto, più dal parenchima del periciclo, che ne forma col sughero il limite esterno. I gruppi cribrosi al dorso di ciascuno spicchio del cilindro legnoso centrale, sono fatti in prevalenza da piccoli tubi cribrosi, accompagnati da cellule annesse ben visi- bili specialmente nelle porzioni cribrose primarie. II parenchima interposto ai gruppi cribrosi è formato da cellule piuttosto allungate Ann. Ist. Bot. — Voi. III. 19 — 150 — secondo l'asse della radice, contenenti una gran quantità di prismi a base rombica e di macie di ossalato calcico. Manca un sistema meccanico specifico dei gruppi cribrosi. Questa la struttura regolarissima, alla fine del primo anno. Col riprendere della vegetazione mentre continua a funzionare la zona cambiale normale, ha luogo contemporaneamente la formazione di nuovi cordoni fibrovascolari nel parenchima proveniente dalle segmentazioni del periciclo. Questi cordoni in numero variabile, qualche volta incominciano coli' essere 4, secondo il tipo tetrarco della radice, poi per ramificazione diventano molti, disposti grossolanamente in cerchia, più vicina alla periferia che alle formazioni normali. I singoli cordoni non hanno tutti uguali dimensioni, né contorno regolare (tav. XVII I, tìg. 4, fa.). Hanno struttura collaterale con evidente predominio delle formazioni legnose. La porzione legnosa e cribrosa sono formate dagli stessi elementi del legno e della corteccia secondaria. Tuttavia si distingue la prima per esser fatta quasi esclusiva- mente di cellule libriformi. La scarsità e in taluni casi la mancanza assoluta di vasi e di parenchima legnoso danno a questi cordoni fibrovascolari tutto l'aspetto di cordoni puramente meccanici, tanto più che la porzione cribrosa è ridottissima. Quando questi cordoni hanno raggiunto un certo sviluppo e cessano di crescere, all'esterno di essi negli strati del parenchima del periciclo che si sono intanto mol- tiplicati (Tav. XVIII, fìg. 5), ne compaiono dei nuovi, identici per disposizione e strut- tura ai precedenti, ma che rimangono in generale più piccoli. Cos'i si formano parecchie zone di questi cordoni fibrovasali, che col successivo per quanto scarso accrescimento del parenchima in cui sono immersi, si scostano l'uno dall'altro e perdono la primitiva disposizione a cerchia. II sughero cresce pochissimo, né vi ha formazione di alcun peridenna nella cor- teccia secondaria. La tuberizzazione delle radici può avvenire in modi diversi. tutta la radice, compreso il suo apice, si ingrossano e si tuberizzano. ovvero, ciò che accade più spesso, alcuni tratti della radice si ingrossano, mentre altri rimangono sottili. Allora accade ordinariamente che uno di questi ingrossamenti prende il sopravvento e rag- giunge quelle dimensioni e quella forma cui ho accennato sin da principio e che sono rappresentate dalla fig. 8 della tav. XVIII. La struttura interna corrisponde a quella delle altre radici, solamente il paren- chima della corteccia e del periciclo prendono un grande sviluppo in confronto di quello die raggiungono i cordoni fibrovascolari, sia normali, sia periciclici. Questi invero sono scarsi di numero e poveri di elementi, molto lontani l'uno dall'altro, per cui perdono la disposizione a cerchia tranne che alla periferia del tubero dove, dovendo compiere evidentemonte una funzione essenzialmente di sostegno, si trova a poca distanza dal sughero un anello robusto formato da un gran numero di questi cordoni ridotti quasi affatto alla loro porzione meccanica. Le cellule del parenchima sono ripiene di minuti granelli d'amido. Le radici della pianta madre differiscono nella struttura da quelle che ho pre- — 151 — cedentemente descritto, perchè formatasi una prima cerchia di cordoni fibrovascolari periciclici immediatamente al di sotto della zona sugherosa, quelli che si formano in seguito hanuo origine all' interno dei precedenti, cioè nel parenchima del periciclo che sta tra essi e i fasci normali. Sarebbero quindi di formazione centripeta anziché centrifuga, e costituirebbero una eccezione al caso generale che sarebbe interessante il poter ritrovare in altre radici di questa o di altre piante. Astrazion fatta da questo particolare modo di accrescersi sono identiche per strut- tura alle radici delle piante figlie. Fusto. Anche il fusto di questa pianta è anomalo; di una anomalia che a prima vista, esaminando un fusto adulto, può parere molto complicata (Tav. XVII, fig, 5), ma che rientra invece nella categoria più comune di anomalie del fusto, come vedremo seguen- done lo sviluppo. Premetto che nella struttura caulinare non trovai differenza di sorta tra la pianta, madre e le piante nate dai semi di essa. I giovani rami che hanno uno sviluppo in lunghezza rapidissimo ed enormemente superiore a quello in grossezza, sono da principio nettamente prismatici con 5 spigoli ottusi e 5 faccie piane leggermente avvallate nel mezzo. Sono quasi glabri. L' intima struttura corrisponde naturalmente alla forma esterna. I fasci condut- tori, in numero di 10, sono disposti, allorché si formano, in due cerchie concentriche di 5 ciascuna, simmetricamente equidistanti, in modo che i 5 esterni corrispondono ciascuno ad uno spigolo ed i 5 interni ad un avvallamento della superficie del fusto. Lo sviluppo di questi 10 cordoni è simultaneo, cosicché almeno in principio sono di uguale grossezza. Gli altri tessuti hanno una disposizione analoga a quella dei fasci che delimi- tano, cioè l'epidermide, la corteccia, l'endodermide e il periciclo sono altrettante zone regolarmeute ondulate all'esterno dei fasci; il midollo appare come una massa stel- lata a 5 rami in causa della disposizione dei fasci. La struttura primaria del fusto è la seguente : L'epidermide, semplice, quasi omogenea cioè con pochissimi peli brevi, semplici, papilliformi è formata di cellule parallelopipede strette ed allungate, col diametro radiale maggiore del trasversale (Tav. XVII, fig. 7, e.). La corteccia primaria è rappresentata da 3 o 4 strati di cellule cilindriche pro- senchimatose, che lasciano tra di loro dei piccoli meati e sono le iniziali di una robusta zona di collenchima che si differenzierà in appresso (Tav. XVII, fig, 7, pr.). La endodermide che limita la corteccia dal suo lato interno, è spiccatissima sia per la forma delle sue cellule che pel loro contenuto. Di forma tra la cilindrica e la pri- smatica, grandi, col diametro radiale maggiore del trasversale e le pareti uniforme- mente inspessite e di colore brunastro, le celluie dell'endodermide contengono nume- rosi granuletti d'amido e frequenti cristalli di ossalato calcico sotto la forma prevalente di piccoli prismi e tavolette a base rombica (Tav. XVII, fig. 6, 7, ead.). II periciclo che segue all'endodermide è una fascia omogenea e continua di cellule — 152 — poliedriche, strette ed allungate, colle pareti a perfetto contatto tra di loro (Tav. XVII. fig. 7, per.). Questa fascia non ha dappertutto la stessa larghezza. Essa comprende un maggior numero di strati di cellule in corrispondenza dei fasci della cerchia interna, è più stretta a ridosso dei fasci esterni, di larghezza intermedia negli spazi tra un fascio e l'altro. Già durante la struttura primaria, negli strati cellulari più esterni del periciclo, a incominciare da quello che sta a immediato contatto colla endodermide, avvengono in direzione centripeta delle modificazioni importanti. Le cellule di questo tessuto si allungano, prendono la tipica forma di libra ad estremità obliquamente assottigliate, quindi tornano a segmentarsi ripetutamente nel senso del minor diametro, ed incominciano ad inspessire uniformemente la loro parete, preludiando alle cellule liberiane concamerate che troveremo in seguito in questa regione del fusto. I lasci conduttori presentano un disuguale sviluppo delle loro parti costitutive adroma e leptoma. Mentre l'adroma è rappresentato da 10 piccoli gruppetti di trachee a spirale semplice, lontani l'uno dall'altro (Tav. XVII. fig. 7, v.), il leptoma consta di numerosi gruppi allineati l'uno accanto all'altro, non solo al dorso dei primi ma anche negli spazi compresi tra di essi, in modo da formare nel loro complesso una zona cribrosa continua sinuosa (Tav. XVII, fig. 7, cr.). Difatto questi 10 fasci che sembrano appartenenti a 2 cerchie distinte vengono tosto collegati da una zona generatrice cambiale unica, che gira sinuosamente tra l'un fascio e l'altro. II midollo è formato da grandi cellule sferoidali a parete sottile. L'attività generatrice della zona cambiale e del periciclo, modificano ben presto la struttura descritta. Intanto, come ho già detto, gli strati più esterni del periciclo vengono centripetamente differenziandosi in cellule liberiane che formano tutt'attorno una regolarissima e robustissima guaina meccanica al di sotto della endodermide ancora ben visibile (Tav. XVII, fig. 1 e 4, li.). Questa guaina meccanica non interrotta, che ha press' a poco lo stesso spessore in tutti i suoi punti e quindi non può facilmente essere spezzata dai tessuti in via di accrescimento che sono racchiusi entro di essa, esercita una grande influenza sul modo di distribuirsi dei tessuti stessi, ed è la causa principale di quella struttura curiosa che presenta il fusto a completo sviluppo. (Ili elementi che la compongono sono fibre lunghe da l f, a 2 / 3 di millim. conca- merate, cioè formate da parecchie cellule (da (3 a 10) sovrapposte capo a capo, di cui le due estreme terminano obliquamente assottigliate. La parete verticale e i setti trasversali sono molto inspessiti con frequenti pun- teggiature (Tav. XVII, fig. 4 e 6, li., e fig. 8). Non tutti gli elementi del periciclo si definiscono in fibre meccaniche. Le cel- lule degli strati più interni restano vive, piene di plasma e capaci di ulteriore accre- scimento come vedremo tra poco. 11 cambio produce legno e corteccia secondari abbondanti. Dapprima questa produzione è press' a poco uguale sia pei 5 fasci esterni che pei 5 interni che conservano a un dipresso le stesse dimensioni (Tav. XVII, fig. 1, fu.); ma poi questi ultimi prendono il sopravvento e giungono quasi a toccare coi loro margini le punte dei fasci esteriori come è schematicamente rappresentato dalla fig. 2 della tav. XVII. Se non esistesse la cerchia meccanica, esterna ai fasci, che lo impedisce, il risul- tato immediato di questo maggiore sviluppo dei fasci interni, sarebbe che essi rag- giungerebbero il livello degli esterni e formerebbero poco per volta una cerchia unica vascolare continua. Invece non potendo espandersi verso l'esterno lo fanno verso l' interno e i risul- tati di questo fatto sono due, cioè che il midollo viene poco a poco compresso e final- mente schiacciato del tutto, e che i fasci rimangono indipendenti l'uno dall'altro. Continuando questo modo di accrescimento, noi veniamo ad avere alla fine del primo periodo di vegetazione, nel fusto che ancora conserva la forma prismatica, 5 grossi cordoni fibrovascolari che si toccano quasi al centro colle loro punte, separati appena dai residui meschinissimi del grosso midollo e dei larghi raggi midollari ; esterna- mente ed alternamente ad essi 5 altri cordoni fibrovascolari un po' meno sviluppati che s' incastrano, a guisa di cunei, negli spazi lasciati dai primi. Il legno secondario di questi cordoni come quello delle liane in genere, è ricco di vasi molto ampi, isolati o raggruppati a due o più. Essi sono d'una sorta sola, cioè tutti con parete punteggiata e sono formati da elementi molto corti. Il parenchima legnoso da cui sono circondati è come quello della radice, cioè formato da cellule prismatiche allungate, a parete punteggiata o reticolata, terminanti irregolarmente e bruscamente in punta ad una o ad entrambe le estremità (Tav. XVIII, fig. 6). Le cellule libriformi sono molto scarse, ma del tipo di quelle radicali. La regione cribrosa secondaria del fascio, molto sviluppata ancor essa, è fatta quasi esclusiva- mente da tubi cribrosi, brevi, coi cribri limitati alle sole pareti trasversali, accompa- gnati da piccolissime cellule annesse. Sparse tra i tubi cribrosi stanno alcune serie verticali di piccole cellule paren- chimatiche in cui si è deposto dell' ossalato calcico, sotto forma di cristallini isolati o di piccole macie. Mentre si vengono formando al di dentro della guaina meccanica tutte queste produzioni secondarie la struttura della corteccia primaria varia pochissimo. Al disotto dell'epidermide che ancora persiste, si è formato una zona continua di collenchima a cellule allungate e tra esso e l'endodermide, tuttora manifestissima, stanno due o tre strati di cellule contenenti clorofilla. A questo punto ritorna a manifestarsi l'attività del periciclo, cioè di quegli strati parenchimatosi di esso che stanno al di dentro della guaina meccanica. Frequenti divisioni tangenziali, specialmente al dorso dei 5 grandi cordoni centrali, producono in questi punti un parenchima abbondante. In esso si differenziano dei nuovi cordoni fibrovascolari, a struttura collaterale, come quelli che già ci sono, ma di origine, come si vede, tutta diversa. Questi cor- doni in generale sono pure in numero di 5, ma se anche sono più, formano sempre 5 gruppi di cordoni regolarmente collocati al dorso dei 5 cordoni centrali, come si — 154 — vede nella fig. 8, fa. della tav. XVII. Essi non hanuo forma tanto regolarmente cunei- forme come 1 lo fasci normali, ma sono costituiti dagli stessi elementi istologici che formano tanto la regione vascolare come la cribrosa, secondaria di quelli. La loro formazione e il loro accrescimento consecutivo in questi punti del fusto, fanno sì che esso di prismatico che era diventa cilindrico. La guaina meccanica, in seguito alla distensione operata dai nuovi tessuti che crescono rapidamente al disotto di essa, si rompe in più punti e gli archi meccanici che ne risultano formano press' a poco una cerchia regolare interrotta in più punti. Ma ben tosto nei punti d' interruzione, dove vengono a terminare le estremità di due archi meccanici contigui, il parenchima d'unione trasforma le sue cellule in altri elementi meccanici di natura diversa dai primi, cioè in cellule sclerose prismatiche isodiametriche (tav. XVIII, fig. 1, cs.). Siccome questa formazione di cellule sclerose avviene in quasi tutti i punti in cui si era interrotta la guaina meccanica primitiva, si ha di nuovo una guaina mec- canica continua tutt' attorno ma mista (Tav. XVII, fig. :$, osli.). Nel contempo appare un meristema fellogenico, molto tardivo, immediatamente al disotto della zona collenchimatosa periferica, la quale cade poi insieme alla epi- dermide (Tav, XVII, fig. 4, fé.). L'accrescimento successivo del fusto ha luogo e per comparsa di nuovi fasci nel periciclo e per accrescimento dei fasci preesistenti. I 10 fasci normali continuano a crescere per opera del loro cambio anche dopo la comparsa dei primi 5 fasci peri- ciclici, come si vede dalle loro rispettive dimensioni nelle figure 3 e 5 della tav. XVII. E continuano ancora e gli uni e gli altri a crescere, benché molto più lentamente, anche dopo la comparsa di nuovi fasci pendolici. Questi hanno origine come i precedenti nel parenchima che proviene dalle segmen- tazioni di quegli strati che stanno tra la guaina meccanica e i primi fasci periciclici formatisi. Sono co 1 laterali anch'essi ed hanno la medesima struttura dei primi, (olla differenza che invece di formarsi in punti press' a poco determinati, si formano tutt' all' in- giro dando origine ad una vera cerchia di fasci, che è però molto irregolare, sia per la posizione che per le dimensioni relative dei fasci che la costituiscono (Tav. XVII, fig. 5). Anche i fasci di origine periciclica, come i normali, mano a mano che crescono comprimono e finiscono per schiacciare, quasi totalmente, il parenchima molle che sta tra di essi, il quale rimane tuttavia come limite netto tra gli uni e gli altri sotto forma di striscioline raggianti dal centro, dapprima regolarmente biforcate e poi irre- golarmente ramificate tra un fascio e l'altro. Lo stadio di struttura raffigurato schematicamente nella tìg. 5 della tav. XVI 1 è quello del fusto più grosso che ho potuto esaminare, il quale misurava poco meno di 1 cent, di diametro. E probabile che l'accrescimento ulteriore continui con questo processo ('). (') Kssendo morta in questi giorni la pianta più grossa di Antigonoi) che ci fosse nell'Orto Botanico di Roma, ho potuto esaminare il fusto che misura alla base un diametro di 2 centim. pr'-s-'a peno e ini Bone persuaso che realmente esso ha continuato a crescere per la formazione di cerchie irregolari successive ili fasci nel pericielu. — 155 — Conclusioni : 1 . La radice ed il fusto di Antigonon leptopus sono entrambi a struttura ano- mala per produzione di fasci fibrovascolari nel parenchima proveniente dalla attività generatrice del periciclo. 2. Nella radice, a tipo di struttura primaria tetrarco, i cordoni fibrovasali nor- mali formano un cilindro compatto assile ; i cordoni fibrovasali pendolici formano delle cerchie successive irregolarissime, tra lo strato sugheroso e il cilindro assile. 3. Nella maggioranza dei casi queste cerchie si succedono nella formazione in ordine centrifugo, in un caso solo le trovai di formazione centripeta. 4. La struttura istologica di questi cordoni è la solita, con grande predominio del libriforme nella regione legnosa e dei tubi cribrosi nella regione cribrosa del fascio. Manca un sistema meccanico specifico delle regioni cribrose. 5. La disposizione e la struttura di questi cordoni sono fondamentalmente le stesse tanto nelle radici sottili, quanto in quelle tuberizzate. 6. Nel fusto la struttura appare più complicata per la disposizione particolare che prendono fin da principio i fasci normali. In numero di 10 simmetricamente collocati 5 più interni e 5 più esterni, cól crescere del fusto finiscono i primi per venirsi a toccare al centro sopprimendo o quasi il midollo e i secondi esternamente ed alternamente ad essi s' incastrano a guisa di cunei negli spazi lasciati dai primi. Dei fasci periciclici, i primi compaiono in numero anch'essi di 5 al dorso dei fasci normali interni, i successivi si formano tutt' attorno in numero indeterminato ma sempre vengono ad avvicinarsi e ad incastrarsi tra di loro colle loro punte in modo da formare una specie di scacchiera che occupa la massima parte della sezione trasver- sale del fusto. 7. La struttura di tutti questi fasci è identica. La porzione vascolare o legnosa è poco compatta, perchè è fatta in prevalenza da grossi vasi punteggiati, circondati da parenchima legnoso. Manca il libriforme. La porzione molle o cribrosa è abbondante poco meno della vascolare, di strut- tura ordinaria, e manca di elementi meccanici suoi propri. 8. Invece c'è una robusta guaina meccanica, dapprima di sole cellule liberiane, poi di cellule liberiane e sclerose miste, che hanno origine dagli strati più esterni del periciclo. La robustezza e la continuità di questa zona meccanica influiscono grandemente sulla disposizione che prendono i fasci nell' interno del fusto, in quantochè non potendo espandersi verso l'esterno si avvicinano al centro dando luogo a quella struttura, in apparenza complicata che presenta il fusto adulto. — 156 SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE Tav. X\n. Fig. 1. Figura schematica della sezione trasversale in un giovane ramo a breve distanza dall'apice — fn. cordoni fibrovasali normali, cr. porzioni cribrose di essi, li. guaina meccanica formata dallo cellule liberiane. '_'. LI. Id. in una porzione di ramo più adulta — le stesse lettere. » 3. Id. Id. in una porzione di ramo più adulta della precedente — fn. cordoni fibrovasali nor- mali, fa. cordoni fibrovasali anormali, cs. cellule sclerose, li. cellule liberiane. » 4. Porzione di taglio trasversale nella corteccia esterna del ramo precedente — e. epidermide, ci. collenchima, fé. fellogeno, p. parenchima corticale, end. endodermide, 2t. cellule liberiane. " 5. Figura schematica della sezione trasversale in un ramo più adulto di quello rappresentato dalla fig. 3 — le stesse lettere. » 6. Porzione di taglio radiale nella corteccia esterna di un giovane ramo — e. epidermide, pr. prosenchima della corteccia, end. endodermide, li. cellule liberiane. 7. Porzione di taglio trasversale in un giovanissimo ramo — e. epidermide, pr. prosenchima, end. endodermide, per. periciclo, cr. porzioni cribrose primarie ('), ». porzioni vascolari pri- marie, e. cambio, m. midollo. » 8. Cellula liberiana concamerata. Tav XVIII. 1. Porzione di sezione trasversale nella corteccia del ramo rappresentato dalla fig. 3 della tav. precedente : end. endodermide, li. fibre liberiane, cs. cellule sclerose. 2. Sezione trasversale nella radice primaria della piantina: e. epidermide; end. endodermide. per. periciclo, a. adroma, I. leptoma del cordone conduttore. 3. Sezione trasversale in una radice adulta: fn. fasci normali, fa. fasci anormali, s sughero, schematicamente rappresentati. t. Sezione trasversale in una radice più adulta della precedente: stesse lettere. " 5. Porzione di taglio trasversale nella zona periferica della radice precedente, s. sughero p. parenchima proveniente dal periciclo. fa. fascio nel periciclo. fp. fasci procambiali nel pe- riciclo. » 6. Elementi del parenchima legnoso del fusto e della radice. » 7. Elementi del libriforme del fusto e della radice. n 8. Radice tuberizzata. v (1) Gli elementi delle porzioni cribrose in questa figura, per sbaglio del litografo vennero rappresentate con parete dop- pia invece che semplice. 157 — Osservazioni critiche sulle specie e varietà di epatiche italiane create dal De Notaris. Del dott. C. MASSALONGO. Tav. XIX. Delle numerose specie e varietà di epatiche italiane dall' illustre G. De Notaris introdotte nella scienza e da questo descritte ed illustrate in epoche differenti nelle Memorie della Reale Accademia di Torino, e nel Commentario della Società critto- gamologica italiana, come ancora di alcune altre che solamente dallo stesso vengono indicate siccome spettanti alla flora italica, se eccettuansi quelle pochissime di cui vennero distribuiti esemplari nell'Erbario crittogamico italiano, fino ad ora non mi si offerse mai l'opportunità di esaminare esemplari autentici. Per queste ragioni ogni mio apprezzamento sulle stesse in rapporto alle analogie e differenze con altre specie non poteva essere che relativo, siccome quello che si basava soltanto sulle descrizioni e figure forniteci dal celebre De Notaris, le quali, quantunque generalmente esatte, tuttavia sia riguardo alla distribuzione dei sessi, sia per altri caratteri non potevano certamente, senza il controllo degli esemplari tipici, dileguare ogni dubbio che fosse sorto vuoi in riguardo alla loro autonomia, vuoi alla loro identificazione con altri esemplari posteriormente da altri raccolti in differenti regioni. Per tali motivi debbo perciò essere oltremodo riconoscente all'egregio prof. R. Pirotta dell'Università di Roma, ove conservasi l'erbario del compianto De Notaris, se col suo consenso, ottenni, in quest'ultimi mesi, il permesso di studiare le suddette specie e varietà di epatiche sugli esemplari archetipici. Nel pubblicare, in questo Periodico, il risultato dei miei studi credo di fare cosa gradita non solo ai botanici connazionali, ma ancora stranieri, essendo convinto che sono pochissimi gli epatologi viventi i quali abbiano avuto a loro disposizione saggi di tutte le specie e varietà di epatiche italiane create dal De Notaris. Nelle linee seguenti, riguardo all'ordine da me tenuto nel riferire delle singole specie, queste furono distribuite conformemente al mio Repertorio dell' epaticologia italica. 1. Nardia emarginata (Ehrh.) B. et Gir. /?. minor C. Massai, et Carest. in Ep. Alp. Penti. Le forme descritte ed illustrate del celebre De Notaris in Sunto di osserv. sul gen. Sarcoscyph., e dallo stesso distinte coi nomi di Sarcoscyph. Ehrharti An.\. Ist. Bot. — Voi.. III. 20 — 158 — v. micranthus, S. Mulleri v. liguri e a. S. Muli cri v. intermedia, come Ih da me già altre volte indicato (vedi Ep. Alp. Penti.), spettarebbero a semplici modificazioni Locali della presente varietà. )-. aquatica (Nees). — S arcos e y p li u s E li r h arti a q u a t i e u s De Not. in Sunto osserv. .7 ». Sarcoscyph. Non posso condividere l'opinione del Limpricht e Liudberg, i quali identifìcarebbero questa varietà colla Nardia robusta (De Not.) Trevis., quest'ultima essendo fornita di cauli più corti {\\ ceiitim. circa) ed inoltre di foglie fra loro molto densamente imbricate, mentre nella vera v. aquatica è il caule molto più allungato e sempre con foglie lasse. Riguardo alla forma dal De Notaris segnalata nel Sunto ili ossero, sul gen. Sarcoscyph., colla frase seguente: S. Ebrbarti Erb. critt. it. n. 321 (an S. den- sifolius?), dessa differirebbe dalla v. aquatica per minori dimensioni, maggiore gracilità, nonché per le foglie meno lasse e per i suoi caratteri dovrebbe considerarsi siccome une forma quasi intermedia alla specie tipica ed alla sua varietà aquatica. 2. N. robusta (De Not.) Trevis. — Sarcoscyphus Ehrharti robustus De Not. , Sunto osserv. gen. Sarcoscyph. in Coirmi. Soc. critt. it. voi. I, fase. II. p. 80, fig. IV. Questa specie distinguesi dalla forma tipica dell'aftìnissima N. emarginata, essenzialmente por i lobi della colesula raggiungenti l'altezza dei segmenti delle foglie dell'urceolo pericheziale. 3. N. sphacslata (Giesecke) Carringt. fi. media (G. et R.) C. Massai. Reperì . ep. il. — Sarcoscyphus sphace- latus var. medius G. et R. Hep. Eur. exs a. 137; De Not. Osserv. gen. Sar : coscyph. in 1. s. e. p. 91, fig. IX. — Sarcoscyphus piceus De Not. in herb. et in liti ad Le Jol.! — Sarcoscyphus sphacelatus v. erytrorhizus Limpricht in Cohn FI. Krypt. Schles. I, p. 432. Negli esemplari dell' erbario De Notaris osservansi le radichette qua e là colo- rate in rosso vinoso; ricorderò inoltre che a questa varietà devonsi riferire gli esem- plari citati nel Repertorio ep. it., raccolti dal Carestia nelle Alpi Pennine. — Il Car- ringtoti, a p. 14 delle sue Rei/. Hep., cita il Sarcoscyphus piceus De Noi. (ex errore in Comm. critt. it.) fra i sinonimi del Sarcoscyphus alpinus Gr., col quale ultimo non può in veruna maniera venire identificato. 4. N. compressa (Hook.) B. et (ir. /?. pachyphylla (De Not.). — Alien lari a pachyphylla De Not. .1/»/'. nuovo cens. ep. il. in Mem. Acc. Tor. ser. II. voi. XVIII. p. 4S7, fig. IV. — Minuta rubella, caespitosa examphigastriata, caulibus fragilibus subinnovante-ramosis, interne subrhyzomatoideo-denudatis sursum inerescenti-foliosis, foliis subaeeuinbciiti- imbricatis rigidis, siccitate subimmutatis, concaviusculis, oblique caule insertis suborbi- culato-reuiformibus, carnosulis; cellulis fol. subrotundo-polygonis, seriei marginalis parum minoribus, intercalaribus trigonis optime conspicuis (aoreola trigona pallidiore saepe notatis), cuticula laevi. Quantunque gli esemplari conservati nell'erbario del De Notaris sieno molto im- perfetti e sterili, tuttavia an accurato esame degli stessi ci ha persuasi che la — 159 — Alicularia pachyphylla non può considerarsi senonchè una semplice varietà della N. compressa. Il De Notaris basavasi specialmente per distinguere la sua specie dalla N. compressa, sulla mancanza di anfigastri, sulle minori dimensioni, nonché sugli inspessimenti angolari delle pareti delle cellule delle foglie marcatissimi. Sul- l' importanza di questi caratteri devesi però notare, ch'essi ci si palesano di ben poco momento per contrassegnare la supposta specie in questione rispetto alla N. com- pressa. Quest'ultima infatti va soggetta a numerose modificazioni tanto riguardo alla lunghezza dei cauli, grandezza e colore delle foglie, quanto relativamente agli anfigastri i quali ultimi, spesso, nei rami sterili, sono evanidi od anche affatto man- canti ; perciò infine che spetta agli inspessimenti delle pareti delle cellule delle foglie essi variano secondochè vengano esaminate foglie giovani o vecchie. — Fra gli esem- plari di Nardia compressa del mio erbario fornitici dal Jack, e provenienti dalla stessa località di quelli pubblicati al n. 579 delle Hepaticae Eur. exsiccatae (auf der Fittela Passhóle), ho trovato qualche cespuglietto che presenterebbe quasi perfetta somiglianza colla A 1 i e u 1 a ri a p a e h y p y 1 1 a De Not. 5. N. scalaris (Hook.) B. et Gr. emend. Carringt. — Alicularia Eotaeana De Not. in Mem. Acc. Tor. ser. II, voi. XVIII, p. 484, fig. II. Nel riassumere le differenze per cui dovrebbesi distinguere la A. Rotaeana dalla Nardia (Alicularia) scalaris, il De Notaris dice (in 1. s. e. p. 485) : « Questa specie di Alicularia io credo bastantemente distinta dalla scalaris, così per il perianzio (col esula) trilobo che per la tessitura delle foglie, le quali nella A. sca- laris presentano le loro cellule distinte da interstizii sensibilmente imaggiori, atte- nuati agli angoli e come cinti da un orlo appareutissimo risultante dalla parete delle cellule onde gli interstizii medesimi sono costituiti » . Relativamente ai quali caratteri devo confessare, che avendo colla massima attenzione confrontato la Alicularia Rotaeana con numerosi esemplari di Alicularia (Nardia) scalaris tipica non solo d'Italia, ma ancora d'altre regioni d' Europa, rispetto a quest'ultima non potei rilevare la benché minima differenza, constatando che ancora nella Alicularia (Nardia) scalaris i segmenti della colesula non di raro sono in numero di tre, sebbene più spesso per ulteriore lacerazione degli stessi rinvengansi in numero di 4-5. In riguardo poi agli interstizii od intercalari frapposti alle cellule, considerati nelle foglie vecchie e giovani, dessi presentano troppe variazioni per poter venire utilizzati come un carattere differenziale. 6. N. geoscyphus (De Not.) Lindb. — Alicularia geoscyphus De Not. App. nuov. cens. ep. il. in Mem. Ac. Tor. ser. II, voi. XVIII, p. 486, fig. III. — .Geoscyphus alpinus De Not. in litt. ad Le Jol.! Perfettamente corrisponde agli esemplari da noi anteriormente (Ep. Alp. Perni.) con questo nome indicati. 7. Southbya stillicidiorum (Raddi) Lindbg. ; C. Massai. Reperì, ep. it. p. 12, tab. VII, fig. 1. — Jung, scalaris (S stillicidiorum Raddi. — Junger- mannia Alicularia De Not. App. nuov. cens. ep. il. in Mem. Acc.Tor.ser.il. voi. XVIII, p. 489, fig. V(inexacta). — Southbya Alicularia (De Not.) C. Massai. Reperì, ep. il. p. 12, tab. VII, fig. II, et tav. Vili, fig. Ili (optima!). — Southbya tophacea R. Spr. — 160 — Le foglie superiori dei cauli fertili e più spesso ancora quelle involucrali sono più o meno dentate. Fra le specie europee è affine soltanto alla South Ina ni- grella (De Not.) R. Spr. ! Adotto per questa specie l'epiteto di stillicidio rum perchè sotto qnest'ultima appellazione venne per la prima volta distinta dal Raddi. che però erroneamente la considerava siccome una semplice varietà della sua Jungermannia scalaris. Debbo però osservare a tale riguardo, che se si volesse più scrupolosamente essere ligi alle consuete nonne della nomenclatura botanica, forse questa specie dovrebbesi indicare col nome di Southbya tophacea col quale dallo Spruce venne dapprima distinta come specie autonoma, senza però sospettarne l' identità colla forma descritta dal Raddi. 8. S. nigrella (De Not.) R. Spr. in litt. — Jungermannia nigrella Do Not. l'rim. h"]i. it. in Mem. Acc. Tor. ser. II, voi. I, p. 315, n. 44 ic. a'-» 5 ; C. Massai. Reperì, ep. it. p. 18, tab. Vili, fig. IV. 9, Scapania undulata (L.) Dmrt. a. prolixa De Not. in Mem. Acc. Tor. ser. II, voi. XXII, p. 358, tab. I, fig. 2. A questa varietà, distinta dalla Scapania undulata v. rivularis Hubn. et Gentil. Hep. Germ. exsicc. n. 17. specialmente per la lunghezza ben maggiore dei candidili (di un decimetro circa), nonché per il colore delle foglie, abbiamo nelle Epatiche delle Alpi Pennine (Biellese fra il paese di Favaro ed il Santuario d'Oropa), prima di avere esaminati gli esemplari autentici dell'erbario del De Notaris, riferito una forma che certamente per il profilo delle sue foglie ad essa Corrisponderebbe pressoché esattamente, tuttavia per essere precisi dobbiamo dire che la pianta della suddetta località, non sarebbe però assolutamente identica alla forma descritta dal De Notaris per alcune leggere modificazioni, forse del tutto locali, e cioè per il colore delle foglie che sarebbe verde con sfumature rossastre, come pure per le dimensioni del caule un poco minori: ragion per cui gli esemplari del Biellese piuttosto accen- nerebbero alla Scapania un dui at a v. rivularis. Posteriormente alla pubbli" cazione delle Epatiche delle Alpi Pennine ulter. osserv. ed agg., dall' illustre A. Cér- restia provenienti dalla località: « Alagna (Valsesia) acquitrini dell'Alpe Olen » ottenni esemplari di Scapania undulata i quali perfettamente corrispondono alla va- rietà prolixa del De Notaris. fi. ambigua De Not. in 1. s. e. p. 359, tab. I, fig. 3. Questa interessante varietà rappresenterebbe una forma intermedia alla Sca- pania undulata e S. uliginosa, da quest'ultima distinta per il lobo superiore delle foglie la metà circa soltanto più piccolo dell' inferiore (né tre o quattro volte più piccolo) ed inoltre per il margine delle stesse foglie minutamente dentellato (né quasi sempre integerrimo). — Nel dominio delle Alpi Pennine suddetta varietà sembrerebbe abbastanza comune e ad essa spettano gli esemplari delle località da noi per quella regione precedentemente (Ep. Alp. Pena.) indicate. •/. aequataeformis De Not. 1. s. e. p. 360, tab. I, fig. 4. Secondo il De Notaris sarebbe questa varietà molto affine alla Scap. undulata v. aequa ta Syn. Hep.; Hubn. et Geuth. Hep. Germ. exs. n. 18, dalla quale icosterebbesi per le foglie nel margine intere. Sebbene riconosciamo l'esattezza di un tale ragguaglio, tuttavia noi dubitiamo se debba questa varietà ascriversi alla — 161 — Scapania undulatao forse più giustamente, ad una modificazione della Scapania subalpina; questo dubbio verrebbe giustificato dall'esame di esemplari di S. subal- pina da noi posseduti dell'erbario dal prof. S. 0. Lindberg (Fennia « Ladoga » Julii 74), nei quali il margine delle foglie sarebbe pressoché intero, come pure dal con- fronto delle figure di S. subalpina v. un dulifolia fornitici dal Gottsche (in G. et R. Hep. Eur. exs. ic. ad n. 465), che corrisponderebbero abbastanza coi saggi dell'erbario notarisiauo. — Dobbiamo inoltre in questo luogo far osservare che della var. aequatae- formis i disegni del De Notaris (iu 1. s. e), in cui il lobo superiore delle foglie apparisce di molto più piccolo (due volte circa) dell'inferiore, non sarebbero esatti che per le foglie che occupano la metà circa della lunghezza del caule, mentre per quelle superiori e terminali le differenze in grandezza fra i due suoi lobi diventerebbe ben minore. A queste considerazioni ci preme in questa occasione di dire che se la serie A della Scapania u n d u 1 a t a della Synopsis Hepaticaru m comprende delle forme che gli autori recenti giustamente ascrivono alla Scap. r e supina ta (L), tuttavia la varietà o forma acquata di detta serie (fide H. et G. Hep. Germ. exs. n. 18) non può sicuramente riferirsi alla S. resupinata, dessa, a nostro avviso, accennando piuttosto ad ima forma di transizione alla Scap. subalpina. — Gli esemplari da noi anteriormente in Ep. Alp. Perni., ascritti alla var. aequataeformis s'attagliano a quelli del De Notaris perfettamente. 10. S. irrigua (Nees) Dmrt. a. hxurians De Not. in 1. s. e. p. 362, tab. I, fig. 6. Di questa varietà, non avendone esaminati esemplari autentici, debbo limitarmi, sulle indicazioni del De Notaris (in 1. s. e), a dire ch'essa scosterebbesi dal tipo per i cauli più allungati ed i lobi delle foglie all'apice arrotondati (ne apiculati). 11. S. Carestiae De Not. in Meni. Acc. Tor. ser. II, voi. XXII, p. 373, tab. Ili, fig. 17. — Scap. Bartlingii auct. p. m. p. ,-ì. minor C. Massai, et Carest. Ep. Alp. Pena. UH. osserv. ed. agg. in Giorn. bot. it. voi. XIV, p. 227. — Scap. Bartlingii Nees et auct. pi. ex. p. ; De Not. 1. s. e. p. 374, tab. Ili, fig. 18. — Propogulifera statura minore lobis fol., dorsale praesertim, saepe apiculatis. La forma più omune e robusta, nonché più spesso perfettamente sviluppata, che la massima parte degli autori riferiscono alla Scap. Bartlingii, è certamente iden- tica alla Scap. Carestiae De Not., caratterizzata inoltre per i lobi delle foglie tipicamente arrotondato-ottusi. — Gli esemplari pubblicati dal Gottsche e Rabenhorst nelle Eep. Eur. exsicc. al n. 483, corrispondono alla Scap. Bartlingii De Not. (= S. Carestiae v. minor nob.), fattane solo astrazione della mancanza di propa- guli e dalla maggiore gracilità dei cauli. 12. S. Franzon!ana De Not. in Meni. Acc. Tor. 1. s. e. p. 370, tab. Ili, fig. 14 — Caespitosa aeneo-rubella, vel punicea, caulibus centimetrum vis snperantibus ; foliis imbricatis distichis inaequaliter conduplicato-bilobis, plica subarcuata, lobis rotun- dato-obtusis adpressis, ventrale subcultriformi-oblongo subintegerrimo dorsale subtertia parte minore sublunulato-reniforme ultra caulem band protraete ; cellulis fol. polygo- nalibus leptodermibus interne ad fol. plicam majoribus, interstitiis evanidis, cuticula laevigata. — 162 — Specie di autonomia molto dubbia, forse affine alla Se apani a compacta v. Biroliana C. Massai, et Carest,, da cui distinguerebbesi oltre che per il colore rosso dei cespuglieti, per il caule un poco più allungato e le foglie più flaccide, le quali non offrirebbero dalla base all'apice dei cauli un aumento di dimensione così evidente come in S. compacta v. Biroliana. 13. S. nemorosa (L.) Dmrt. y. densa De Noi in Meni. Acc. Tor. 1. s. e. p. 365, tab. II. fig. 9. — Dense caespitosa, caulibus duo centimetra longitudine plerumque adaequentibus. subdicho- tomo-innovante-ramosis. <). acoriensis (De Noi); ScapaniaDe Not. in Meni. Acc. Tor. 1. s. e. p. 368, tab. II, fig. 13. — Minor aeneo-nitidula, caulibus centimetri longitudinem vix exce- dentibus, snbflexuosis; foliis disticho-patentissimis inaequaliter conduplieato-bilobis, lobo dorsale convexo subdimidiato-cordato cuspidato subintegro obiterve dentato, ven- trale subtriplo majore oblongo coebleariformi-recurvato margine inferne repando iu- tegrove superne denticulato dentibus parvis utplurimum uuicellulosis. 14. Jungermannia riparia Tayl. var. minor Carringt. et Pears. Brìi. Hep. exs. n. 168 et n. 169. — Junger- mannia sphaerocarpoidea De Not. App. Nuov. Cens. Ep. II. in Meni. Acc. Tor. ser. II, toni. XVIII, p. 493, fig. 8. Nel Repertorio Ep. It. p. 20, basandomi sopra alcuni frammenti fornitemi dal- l' illustre prof. 0. Beccali, ho rifeiito la Jung, sphaerocorpoidea del De Not., ad una modificazione della J. pumi la Witti. ; ora però che ho esaminato esemplali numerosi e perfetti dell'erbario notarisiano, mi avvidi del mio errore riconoscendo che la Jung, sphaerocorpoidea deve ascriversi alia var. minor della affine J. ri- paria Tayl. — (ili anteridii non esistono all'ascella delle foglie preinvolucrali, ma su rami speciali di individui distinti. La forma della colesula oscilla fra la subpi- riforme e la fusiforme e talvolta è molto allungata quasi come nella var. bactro- calix. 15. J. Hornschuchiana Nees. — Jung. Bantriensis Hook.; C. Massai. Re- perì. Ep. It. p. 21. fi. Mùlleri (Nees). — Jungermannia Laurentiaua De Not. in Meni. Acc. Tor. ser. II, toni. XVIII, p. 497, fig. X. 16. J. collaris Nees in praef. ad Mart. FI. Crypt. Eri. — J. Nanni anni De Not. Prinì. Hep. It. n. 24 excl. syn. et ic. Mart. — Jung, barbata v. collaris Syn. hep. p. 125. — Caulibus subsemplicibus (long. 2 cent, circiter) gracilibus inter inu- scos serpentine-repentibus subtus crebre radicantibus ; foliis subrotundis dense imbri- catis oblique amplexicaulibus 3-4-plicato-lobatis, lobis, sinubiis subobtusis sejunctis, n\;tiis acutis ineurvis antico utplurimum inflexo. maTgine ventrali ima basi saepe 1-2-eiliis vel saltem denticulis exerentibus ; amphigastriis parvis vulgo profunde bifidis segmentis varie lacero-ciliatis (fide sj>cr. herh. De Not.). Se gli esemplari di Jungermannia Naumanni De Noi, della località: - in monte Sempronio loco dicto l Tassinone supra Gondo - citata dal Nees perla sua J. collaris (=J. barbata v. collaris) corrispondono veramente a questa ulti ina, credi che non si possa serbare veruu dubbio nel ritenere la suddetta J. collaris — 163 — se non una varietà minore e ad anfigastri meno sviluppati della Jung. Floerkii (J. barbata v. Floerkii), forse non molto dissimile dalla modificazione Jung, barbata v. Floerkii I, B della Syn. hep. — D'altre regioni d'Italia esemplari identici a quelli dell'erbario del De Notaris furono recentemente raccolti dal eh. Ca- restia, sulle pendici rocciose presso l'Ospizio di Valdobbia (12 sett. 1887), evi cor- risponderebbe sufficientemente ancora la massima parte delle piante da noi nelle Ep. Alp. Pe/iii., precedentemente indicate sotto l'appellazione: Jung, lycopodioides • formae ad J. Floerkianam transeuntes (ex p.) le quali perciò più esatta- mente rientrerebbero nel ciclo delle modificazioni della Jung. Floerkii. Non essendo stata ancora, come sembra, illustrata con disegni la forma corri- spondente alla J. colla ris Nees, abbiamo creduto opportuno onde meglio farla cono- scere, di qui pubblicare alcune figure della stessa, in parte tratte dagli esemplari uotarisiani ed in parte da quelli raccolti dal eh. Carestia nel dominio delle Alpi Pennine. — Tav. XIX, tìg. 1. 17. Lophocolea heterophylla (Schrad.) Dmrt. v. erosa Nees Syn. hep. et Eur. Leberm. — Lophocolea crocata (De Not.) Nees Syn. hep. p. 160. — Jungermannia crocata De Not. Prim. Hep. it. n. 54, tab. I, fig. b, 1-4. Gli esemplari archetipici dell'erbario De Notaris spettanti alla Jung, crocata essendo tutti sterili, non mi riusciva certamente facile il decidere se la suddetta forma dovevasi ascrivere alla varietà erosa della L. heterophylla, ovvero alla omonima varietà della L. minor, a l'ima od all'altra delle quali certamente doveva riferirsi. A togliere ogni mio dubbio a tale riguardo, volle fortuna che nel mio erbario rinvenissi esemplari colesuliferi della L. heterophylla v. erosa (mt. Rosso, colli Euganei 4 febbr. 1887) i quali nelle loro ramificazioni sterili perfettamente corrispon- devano alla forma descritta dal De Notaris. La varità erosa della L. minor sene distingue per le cellule delle foglie forse un poco più grande, ma specialmente per gli anfigastri tipicamente divisi in due lacinie intere (né generalmente bifide od almeno alla loro base esterna unidentate). 18. L. fragrans Moris et De Not. Syn. hep. p. 167. — Jungermannia Moris et De Not. FI Capr. p. 177, tab. 6, fig. 1-7 (haud bona). — Dioica, caule ramoso Mibtus ad insertionem amphigastriorum radiculas subfasciculatas edente ; foliis subex- planato-distichis, imbricatis, subovatis inferioribus subtruncato-emarginatis, bi-tridenti- culatis subrepandisve, superioribus majoribus profundius bidentatis apice subserrulato- denticulatis ; cellulis fol. subpolygonalibus parietibus circum circa aequaliter incras- satis, cuticula laeve; amphigastris caulinis siuu obtuso bilobis segmentis extrorsum uni-bidentatis, bitìdisve raro (in ramealibus) integris, ima basi ex uno latere evanide in foliis subdecurrentibus ; fol. perichaetialibus ampliatis ablongis emarginatò-bidentatis margine superne subserrato-dentatis ; amphigastrio involucri ovale bilobo margine den- tato; colesula trigona angulis exalata ore laciniis bifidis dentatis; perigoniis dense spicatis ovalibus retuso-bidentatis inferne saccato-concavis antice lobulo-dentiforme intìexo autheridium solitarium tegente, auctis. La figura della Flora Caprariae di questa distintissima specie, essendo molto imperfetta, abbiamo stimato opportuno di aggiungere, alla descrizione dettagliata della — 164 — stessa, alcuni disegni illustrativi calcati sugli esemplari colesuliferi che conservaci nell'erbario del celebre De Notaris. — Tav. XIX fig. 2. 19. Porel'.a platyphylla (L.) Liudbg. f.-auriculisfol. utplurimum margine minus recurvo. — Jung. Cordaeana DeNot. Prim. Hep. II. n. 4 ex p. (sp. ex agro romano). — Por ella Notarisii Trevis. Ad una semplice e leggera modificazione di questa veramente polimorfa specie, devonsi riferire gli esemplari dell'erbario DeNot. (= Jung. Cardaeana ex agro romano ad trancos arborum, leg. Fiorini-Mazzanti, ann. 1837), né varrebbe perciò certamente la pena di lame speciale menzione se il eh. Tievisan su di essi non avesse creduto di stabilire la sua P. Notarisii. Il carattere riteuuto più importante offerto dagli esemplari in questione, cioè quello delle orecchiette o lobuli delle foglie a mar- gini un poco più appianati (né col loro margine esteriore specialmente patente e re- voluto), è ben poca cosa poiché va soggetto a variare per sino sulle defferenti rami- ficazioni di uno stesso individuo. In tutto il resto non trovasi alcuna differenza apprez- zabile rispetto alla P. platyphylla, alla quale ultima il De Notaris stesso (Apji. Cens. Ep. it. in Mem. Acc. Tor. ser. II. tom. 18. p. 4G8, obs. ad Modothecam ri- vularenì), sospettava dovessero ascriversi i suddetti esemplari dell'agro romano. Alla qui indicata modificazione corrisponderebbero i saggi da me posseduti raccolti a Piove di Sacco nel padovano dall' illustre mio padre. A complemento del suesposto unisco alcuni disegni degli esemplari originali. — Tav. XIX, fig. 3. 20. P. Thuja Lind.bg. /?. torva (DeNot. in herb. sub Madotheca) Lindbg. — minor, magie nitida, planiuscula magisque densifolia, auriculis fol. et amphigastriis dense imbricatis. bis ovatis superne subangustatis. margine apice evidentius reflexo. Di questa notevole varietà mancando fino ad ora una figura che valga a meglio tarla conoscere, ho eseguito sugli esemplari tipici i seguenti esatti disegni. — Una forma analoga a questa varietà fu recentemente raccolta dal sig. C. Rossetti nella provincia di Pisa, essa però ne differirebbe per il caule subbipinnato-diviso, e per il colore verde cupo, a parte però queste insignificanti differenze, credo che la forma del pisano possa riunirsi alla varietà torva. — Tav. XIX, fig. 4. 21. Radula Notarisii F. Stephani die (ioli, lindulfi in Iledwigià 1884, n. 8-11, p. 4: 0. Massai. Reperì. Ep. It. p. 39. — Radula aquilegia':' De Not. in herb. Negli esemplari da me esaminati sui quali il eh. F. Stephani recentemente sta- biliva questa nuova specie di Radula, devo confessare che a me non riusciva di constatare la infiorescenza paroica ad essa specie attribuita. Per le sue dimensioni un poco minori ed i lobuli delle foglie alla loro base rigonfiati differirebbe dalla Radula complanata, mentre per gli stessi caratteri occosterebbesi piuttosto alla R. aquilègia, dalla quale ultima però sarebbe distinta oltre che per l' infiorescenza paroica (fide F. Stephani) per il colore verde giallastro. 22. E. ovata Jack. ! in F. Stephani die Galt. Radula in 1. s. e. p. 21 et fide spec. ex ipso ! et herb. De Not. — Dioica olivaceo-viridis ; caule pinnatim-ramoso : foliis fragilibus, suborbiculato-ovalibus imbricatis convexis margine (saepe propagulifero) panno incurvo, lobulis foliis 3-4-plo minoribns Bubtrapezoideo-quadratis apice libero Obtnso inferni' subinfiatis, plica angulo acuto cauli adnexa: foliis pericbaetialibus binis — 165 — caulinis subconformibus; colesula subovata ore repando-integro ; perigoniis parvi* spir catis basi subcuccullato-concavis. È somigliantissima nell'abito e dimensioni alla R. complanata da cui dif- ferisce oltre che per l' infiorescenza dioica, per la colesula ovata. — Tav. XIX, fìg. 5. Oss. In seguito alle recenti ricerche dello Stephani (vedi: Ueber einige Leber- moose Portugals, in Hedwigia Heft. I, 1887), la Radula commutata Goti, non sa- rebbe altro che la forma generalmente sterile della affine Radula Lindenbergii Goti, della quale ultima ancora la Radula germana Jack, non potrebbe conside- rarsi se non quale varietà subalpina e minore. Le specie italiane di questo genere, si potrebbero brevemente caratterizzare come segue : A. Inflorescentia paroica: 1. flavo-viridis, lobulis fol. adpressis, colesula obconica: Rad. complanata (L.) Dmrt. 2. flavo-viridis, lobulis fol. basi tumidis, colesula oblonga: Rad. Notarisii Steph. B. inflorescentia dioica : 3. olivaceo-fusca, lobulis fol. basi tumidis, colesula obconica: Rad. aquilegia" Tayl. 4. olivaceo-viridis, lobulis fol. subadpressis, colesula ovata: Rad. ovata Jack. 5. flavo-viridis, lobulis fol. subadpressis colesula obconica: Rad. Linden- bergii Goti {= Rad. e o m m li t a t a Goti forma sterilis). var. minor (= Rad. germana Jack.). 23. Frullania Cesatiana De Noi Nuov. Cens. Ep. It. in Meni. Acc. Tor. ser. II, tom. XXII, p. 383, tal). V, fìg. 24. Tutti gli esemplari provenienti dalle località indicate nel Repertorio ep. it. p. 39, corrispondono a quelli dell'erbario notarisiano. 24. F. Tamarisci (L.) Dmrt. Reo. (Jeu. Jung. p. 13; De Not. in 1. s. e. p. 376, tab. IV, fìg. 20. — Aeneo-fusca, nitidula, caule bipinnatim-ramoso ; amphigastriis cau- linis subcordato-ovatis, basi auriculato-hastatis, vel utrinque interne in caule breviter decurrentibus, emarginato-bidentatis, suhbilobis margine circum circa vel lateribus tantum reflexo. * blanda De Not. in 1. a. e. p. 378, tab. IV, fig. 21. — Gracilior tenella, virescens, auriculis fol. caulis pluribus evolutis. ,?, sardoa De Not. in 1. s. e. p. 380, tab. IV, fig. 22. — Rubiginoso-fusca, foliis vix subacutis. amphigastriis caulinis subobovatis, obeordatisve interne decurren- tibus vel breviter auriculatis, emarginato-bilobis toto margine valde reflexo. /?', chlorella De Not. in 1. s. e. p. 382, tab. V, fig. 22*. — Olivaceo-virens, foliis apice plerumque eximie acutatis, acumine inflexo. Y, mediterranea De Not. in 1. s. e. p. 382, tab. V, fig. 23. — Amphigastriis caulinis subreniformibus apice obtuse-emarginato-subdentatis adpressis margine vix revoluto. 25. F. calcarifera Steph., Ueber einige Lebermoose Portugals in Hedwigia Heft. I, 1887. — Fruii. Tamarisci G. et R. Ep. Eur. exs. n. 199. Questa forma che il chiarissimo epatologo di Lipsia considera, sebbene non senza qualche esitazione (in liti) siccome una specie autonoma, è somigliantissima alla Ann, Ist. Bot. — Vol. III. 21 — 166 — Fruii. Tamarisci v. Sardoa, dalla quale scosterebbe.-^ per gli anfigastri caolini, generalmente, alla base subastato-auriculati, ed essenzialmente per Tanfigastrio invo- lucrale da un lato soltanto o da tutti e due saldata colle foglie dell' involucro. Con- siderate però le numerose variazioni sotto cui la F. Tamarisci presentasi, si sarebbe indotti a ritenere, forse più giustamente, la forma in questione soltanto come una modificazione della P. Tamarisci. — Tav. XIX, fig. (3. 26. Biella Notarisii Mont. — Sphaerocorpos Mont. in De Not. Prim. Ep. It. n 82, tab. fig. d (eximia). — Fronde (ad 4-5 miti. long, et 2 mill. lata) suberecta falcata e latere concavo curvaturae costata, ala tenerrima fere subsemiovata inferne attenuata sinuosa e cellulis polygonalibus leptodermibus unistratis Gonfiata, costa radicante (et Me illic ramentis cellularibus obsita); floribus ? subseriatis infra costae apicem insertis, involucris monantbis oblongis apice pertusis, bracteolis sublinearibus obtusis subfasci- culatis ad basim stipatis, calyptra sphaerica stylum parum excentricum gerente, ca- psula stipitata globosa, sporis hemisphaerico-tetraedris superficie dense echinato-squa- mosis, diametr. circiter 80 p ; elateribus nullis. — Plantam a" haud vidi. 27. Kupinia italica (Sassi) Trevis. — Plagiochasma De Not. in Mem. Acc. Tor. ser. II, voi. XVIII, p. 473, fig. I; Eri. d'Ut. It. ser. I, n. 15. — Anthro- cephalus Sassi. Gli antidii anteridiferi di questa specie di marcanziacea sono disciforrai come è esattamente rappresentato nelle figure del celebre De Notaris ; dessi sono molto più piccoli e rari dei femminei, del diametro di circa mezzo millimetro, sessili e collocati in ima leggerissima depressione (?) del tessuto del tallo di cui occupano la regione mediana delle sue lacinie; alla loro base sono circondati da squame meno sviluppate ed in minor numero di quelle proprie agli antidii pistilliferi. Essi trovansi sulle stesse ramificazioni che portano i fiori femminei posteriormente e molto discosti da questi ultimi. In un esemplare però osservai al disopra (anteriormente) di un disco anteri- difero il tallo dividersi in due ramificazioni delle quali ciascuna portava fiori pistil- liferi : in quest'ultimo caso l' infiorescenza non sarebbe perciò paroica nel senso ordi- nario e si potrebbe designare col nome di emiparoica. 28. Asterella Bonjeanni (De Not.) Trevis. — Fimbraria De Not. Prim. Hep. It. n. 72, fig. e 1 , e 2 , c\ = Fi mbraria Lindenbergiana Oda. 29. A. elegans (Spr.) Trevis. — Fimbraria Spr.. Do Not, Prim. Ep. It. n. 71. — Fronde e ventre innovante anguste-lineari (2-3 mill. lata) subtus violacea, cannata, inter radiculas squamis e margine remotis sparse obsita ; pedunculis carpocephalorum subpilosis ex emarginatura apicis dilatati frondis egredientibus, ad basim nudis; car- pocephalis convexis subquadrilobis superficie tuberculoso-papillosis, colesula ovato-conica exserta dein suboctifida laciniis margine recurvis; fi. a" ? infl. haud paroica! 30. Riccia paradoxa De Not. Prim. Ep. It. n. 87. — Fronde subfurcata panini ramosa ventre subconcolore ; segmentis linearibus caualiculatis fructibus maturis ex utroque latere subtumentibus fere nodosis apicem versus subtus incrassatis extremitate infra marginem (haud e margine ipso) ciliis luteolis minutis (duplice serie ut vi- detur!) vix prominulis .subspiuulo^o-ciliatis ; sporis anguste hyalino-lirnbatis superficie dense reticulato-foveolatis (an forma lticciae tumidae v. linearis?). Questa specie è certamente aflinissima (diversa?) alla Riccia tumida v. — 167 — linearla Syn. hep. (=Kiccia ciliata Raddi), della quale ultima possediamo esem- plari del Raddi stesso, gentilmente fornitici dal chiarissimo V. Trevisan. Nella Riccia paradoxa osservammo il lato ventrale del tallo qua e là leggermente colorato ed i ciglii localizzati all'estremità dei suoi segmenti, riguardo alla forma, distribuzione e sviluppo identici a quelli della Riccia tumida v. linea ris Syn. hep. Il colore violaceo della stratificazione di cellule che ricopre la parte ventrale del tallo negli esemplari disseccati di R. tumida non è sempre bene manifesto perchè col tempo più o meno si aiterà e svanisce. Se in avvenire nella villa Pamfili in Roma si ver- ranno a scoprire nuovamente altri esemplari di Riccia paradoxa più perfetti di quelli cosi scarsamente rappresentati nell'erbario De Notaris, allora si potrà ricono- scere se questi miei dubbi, che tenderebbero a considerare la R. paradoxa come una forma di Riccia tumida Lindenb., sieno o no fondati. — Tav. XIX, fig. 7. 31. Anthoceros caespiticius De Not. Prim. Hep. It. n. 80, fig. e' e" e'". — Caespitosus, fronde e basi subcaulescenti-angustata erecta, superne in lacinias sub- flabellatim-expansas divisa, involucro cylindrico ore truncato integro ; sporis hemisphae- rico-tetraedris superficie echinulatis, elateribus sinuosis e cellulis subcylindricis arti- culatim-compositis, spiriculis destitutis. — 168 — INDICE DELLE SPECIE INDICATE IN QUESTA MEMORIA. A7?. I nomi Boriiti in carattere largheggiato rifV-risconsi ai sinonimi. Alicularia geoscyphus De Not. ..NO » pachyphylla DeNot. ... 4 » Kotaeana De Not 5 Anthoceros caespiticius De Not. . . 31 Antrocephalus i tali cu s Sassi 27 Asterella Bonjeanni Trevis 28 » elegans Trevis 29 Fimliraria Bonj eanni De Not 28 " elegans Spr 29 » Lindenbergiana Cda. . . 28 Frullania calcarifera Steph 25 » Cesatiana De Not 23 n Tamarisci Dmrt 24 - blanda De Not 24 — chlorella De Not 24 » — mediterranea De Not. ... 24 » — sardoa De Not 24 Geoscyphus alpinus De Not. in herb. . (i Jungermannia Alicularia De Not. . . 7 » B a n t rie usi s Hook 15 » barbata Syn. hep Iti » - collaris Syn. hep. ... Di collaris Nees Di » Cordaeana De Not. ex p. . . 19 " crocata De Not 17 Naumanni De Not IG » Sornschuchiana Nees .... lo » — Mulleri (Nees) 15 » Laurent ian a De Not. . . . 15 » ni gre 11 a De Not 8 " riparia T 11 » - minor Carringt Il » scalaris Hook 5 » -stillicidiorum Raddi . . 7 n sphaerocarpoidea De Not. . 11 Lophocolea crocata Nees » fragrans M. et De N » heterophvlla r>mrt. » — crocata (De Not.) Madotheca torva De Not. . Nardia compressa B. et Gr. " — pachyphylla (De « emarginata B. et Gì » — aquatica (Nees) » — minor Massai et » geoscyphus Lindbg. !' robusta Trevis » scalaris B. et Gr. ii sphacelata Carringt ot. Not l 'ar Noi il - media (G. et Rab. Plagio eh asma itali e uni D Porella Notarisii Trevis . platyphylla Lindbg. li — var ii Thuja Lindbg. n — torva (De Not). Radula Aquilegia? De Not. n Notarisii Steph. . n ovata Jack. . . Riccia paradoxa De Not. . . Ri ella Notarisii Moiit . . Rupinia italica Trevis . . . Sarcoscyphus densifolius De ii Ehrharti Cda . . « — aquatic a Nees Sarcoscyphus Ehrharti Cda. n — m icranthus Not « — robusti» De Not. ii - Mulleri Nees . » — i n t e r m e d i a De Not X. 17 18 17 17 20 4 4 1 1 1 lì 2 5 2 2 27 19 19 19 911 20 21 21 22 30 20 27 Sarcosciphus Mulleri Nees N. 1 » — ligurica De Not 1 « pi ce us De Not. in herb. . . 3 « sphacelatus Nees 3 » — erytrorhyzus Limp. . . 3 'i — me di us G. et E 3 Seapania aconiensis De Not 13 » Bartlingii auct. ex p 1 ! » Carestiae De Not 11 » — minor 11 » Franzoniana De Not 12 n irrigua Dmrt 1" .>i — luxurians De Not 10 169 — Seapania nemorosa Dmrt N. 13 » — aconienssis (De Not.) ... 13 » — densifolia De Not 13 " ondulata Dmrt 9 'i — aequataeformis De Not. . . 9 » — ambigua De Not 9 ii — prolixa De Not 9 Southbya Alicularia C. Massai 7 ii nigrella R. Spr 8 ii stillicidiorum Lindbg 7 « tophacea E. Spr 7 Sphaerocarpos Notarisii Mont 26 SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA XIX. Fig. I. — Jnngermannia collaris Nees. — n° 1, alcuni esemplari in grandezza naturale; 2-3 foglie cauline; 6-10 foglie dei cauli più gracili; 11-13 anfigastri. — (n° 1 grandezza nat., 2-13 ingr. ottanta volte circa). Fig. II. — Lophocolea fragrans M. et De Not. — n° 1 sommità colesulifera vista dal lato ventrale ; 2-4 frammenti di ramoscelli visti dal lato dorsale e 3 altro frammento veduto dal lato ventrale; 5, foglia perigoniale ; 6-10 anfigastri caulini; 11-12 anfigastri rameali; 13 areo- lazione delle foglie (1-12 ingr. »°/, , 13 ingr. ,s %). Fig. III. — Porella platyphylla Lindbg. var. (= P. Notarisii Trevis.). — n° 1-3 tre fram- menti caulini con foglie, visti dal lato ventrale. (1-3 ingr. 30 /,). Fig. IV. — Porella Thuja v. torva De Not. — n° 1-2 due frammenti del caule con foglie ve- duti dal lato ventrale (1-2 ingr. 30 /i)- Fig. V. — Eadula ovata Jack. — n° 1 frammento di caule con foglie veduto dal lato ventrale (da esemplari provenienti dal mt. S. Barbara presso Cagliari) ; 2 idem (da esemplari provenienti dalla villa Eostan); 3-4, sommità colesulifere (da esemplari dell'isola di Madera dell'erbario Jack.). (1-4 ingr. «»/,). Fig. VI. — Frullania calcarifera Steph. — n° 1, foglie pericheziali ed anfigastrio involucrale; 2 anfigastrio e foglie pericheziali spianate ; 3 foglia ed anfigastrio dell' involucro ; 4-8 anfiga- stri caulini isolati. (1-8 ingr. 10 °/i). Fig. VII. — Eiccia paradoxa De Not. — n° 1, aspetto degli esemplari custoditi nell'erbario De No- taris; 2 un esemplare dieci volte circa ingrandito; 3-8 lacinie del tallo molto più ingrandite; 7 due spore. (1 grand, nat. : 2 ingr. 30 /i : 3 ingr. B 7i ; 4-6 ingr. / ingr. .)• 170 — Sulla struttura delle foglie dei Dasylirion del prof. R. PIROTTA. (Tav. XX. XXI) I Dasylirion sono Gigliacee americane rizomatose, legnose, fruticose od arborescenti, fornite di foglie abbondanti, lunghe, semplici, la cui forma variabile si può ridurre a tre tipi: foglie piatte larghe che sono quando flaccide, pendenti, quando e più spesso, ri- gide e rette ; foglie tetragone, strette assai, rigide ; foglie cilindriche pure assai strette e rigide. Il margine è quando intiero, quando più o meno seghettato-spinoso ; il co- lore è verde più o meno intenso, qualche volta glauco per un rivestimento ceroso abbondante. Le foglie nascono sul fusto e sul ramo strettamente avvicinate fra loro in serie spirali, d'onde l'elegantissimo aspetto della pianta altamente ornamentale. Ogni foglia consta di una base largamente inserita sul fusto, guainante, più o meno fortemente concava dal lato interno, bianca e carnosa in parte, che è ricoperta dalle basi delle foglie che precedono e ricopre la base di quelle che seguono immediatamente. In alto questa guaina si restringe di solito considerevolmente e nettamente, e si continua allora nella lamina, che diverge più o meno verso l'esterno. Secondo Baker (') si conoscono ben 22 specie, alle quali botanici ed orticoltori assegnarono molti nomi generici e specifici (Dasylirion Zucc, Nolina S. Wats., Beaucamea Lem., Pincinecl/tia, Roulinia, Barbacenia, Bonaparlea). Egli am- mette due soli generi (anch'essi distinti secondo me da caratteri di ben poco valore), cioè: Beaucamea Lem. con 12 specie e Dasylirion Zucc. p. p. con 12 specie. Di esse non ho potuto studiare che un piccolo numero di forme che appartengono però ai due gruppi ed offrono varia conformazione di foglie e sono : Beaucamea recurvata Lem. (Pincinectitia tuberculata Hort.) » » var. strida Lem. (P. glauca Hort.) » loìigifolia Bak. B. Bigelowii Bak. B. Palmeri Bak. (') Baker J. tì. A Synopsis of Aloineae and Yuccoideae. Joum. of Limi. Soc. But. XVIII, p. 233 (1880). — 171 — B. Hartwegiana Bak. B. texana Bak. Basylirion texanum Schul. D. Wheeleri S. Wats. D. acrothrichum Zucc. (Bonapartea gracilis Hort.) D. glaucophyllum Hook. D. serrati folium Kanv. et Zucc. D. quadrangulatum Wats. Esaminai inoltre alcune forme ben distinte dalle precedenti, avute da orticoltori con nomi dei quali non mi è stato possibile stabilire l'identità ed il valore, non avendo ancora le piante fiorito, e sono: Dasylirìon viride Hort. Villa D. hybridum Hort. Villa (glaucophyllum X quadrangulatum ??) D. robustum Hort. D. madagascariense ?? Nolina Parrii Villa. Intorno alla struttura delle foglie di queste piante quasi nulla ancora è stato detto. Si accenna da qualcuno agli stomi alle disposizioni del sistema meccanico ('); ma questi cenni oltreché per loro natura incompletissimi, sono dal nostro punto di vista di poca importanza non avendo essi valore comparativo. È mio intento esporre in questo breve lavoro l'anatomia comparata della foglia dei Basylirion, cercando di stabilirne il tipo od i tipi di struttura sulla base dello studio dei principali sistemi anatomo-flsiologici. Sistema cutaneo. — La forma, la disposizione e la struttura della epidermide nelle foglie dei Basylirion offrono due tipi differenti, a ciascuno dei quali va ascritto un certo numero di specie. Le differenze però non cominciano a manifestarsi che in quella parte superiore della guaina fogliare, nella quale il colore è verde ; nella rima- nente porzione scolorata l'epidermide è press'a poco similmente costituita in tutte le specie. La diversità di struttura è infatti in rapporto diretto col modo di presen- tarsi dell'apparecchio stomatico. Nella parte inferiore della porzione guainante della foglia l'epidermide è formata da cellule simili sulle due facce, che viste dalla superficie sono di regola quasi eguali, press'a poco esagonali, brevi, coli' asse maggiore nel senso della lunghezza, di rado quasi quadrate (B. glaucophyllum). Ben presto però, appena cominciano le guaine a colorarsi in verde, si manifesta ( l ) Oltre alle indicazioni sparse nei noti trattati del De Bary, dell'Haberlandt e del Van Tieghem vedasi : Haberlandt, Ueber das Assimilationssystem Ber. deut. Bot. Gesellsch. B. IV, 1886 p. 223. — Grevillius A. Y., Under&òknirUjar ofver det mekaniska systemet hos hàngande vàxtdelar. Bot. No» tiser, 1887 p. 140. — In un lavoro di Cederval sull'anatomia fisiologica delle Bromeliacee si trova secondo una recensione scritta nel Just (Bot. Jahrb. XII. I. 1. p. 326-27) anche uno studio di confronto su certe specie di Dasylirìon. Mi duole di non aver potuto vedere questo lavoro : dalla recensione però sembra, che l'autore accenni soltanto ad uno dei tipi di struttura da me stabiliti. una prima differenziazione, comune del resto nelle foglie delle Monocotiledoni a tipo lineare, vale a dire si presentano delle zone longitudinali alterne di cellule epider- miche, delle quali le une sono sempre prive di stomi (zone astome), le altre sono fornite di questi apparecchi (zone stomatifere). Ora in alcuni casi le zone epidermiche che portano gli stomi si mantengono allo stesso livello o press'a poco di quelle che ne sono prive (D. glaucophyllum, glaucum, Ilari wegiunum, robuslum, quadra ugu- latum, Wheeleri, recurvatum, hybridum, viride, madagascariense); in altri casi invece le zone stomatifere si deprimono mano mano sotto il livello di quelle che non portano stomi e costituiscono dei solchi, delle doccie o delle cripte stomatifere più o meno profonde: (D. longifolium, texanum, Bigelowii, Parrii, Palmeri). Le cellule epidermiche, nell'uno o nell'altro caso, come le intere serie, sono però disposte nel senso della lunghezza della foglie. Nel primo caso il numero delle zone delle due sorta è variabile secondo l'am- piezza della lamina fogliare e secondo le specie. Però le zone astome sono di regola a dimensioni meno variabili delle stomatifere. Constano di parecchie serie di cellule (3-5-7), sempre in numero